Posts Tagged ‘lusso’

Seconda passeggiata filosofica

giovedì 26 ottobre 2017

Parliamo oggi di silenzio – e, per brevi accenni, di lentezza e di buio.
Le nostre società sono sature, ingombre, rumorose. Lo stile di vita moderno non può fare a meno del rumore: le macchine, i luoghi del lavoro e del consumo, il modo di muoversi – tutto prevede l’emissione di rumori, sottofondi musicali, tappeti sonori, chiacchiericcio continuo. Ma il rumore non è solo questo. Il rumore è anche l’iperstimolazione sensoriale cui siamo sottoposti.
Non c’è un solo attimo della giornata nel quale non veniamo sollecitati da qualcosa. Immagini, informazioni, opinioni, video, chat, mail, squilli, chiamate… ogni cosa richiede la nostra attenzione, il nostro consenso o (più raramente) dissenso. Viviamo perennemente immersi in quella che Platone chiamava pheme, il rumore del mito. La rete è il nuovo mito.
Siamo sempre connessi. All’affanno di un tempo – il logorìo della vita moderna – si è ora aggiunto quello dei social network, creando tra l’altro l’illusione di una grande libertà e di un illimitato movimento.
Le giornate devono essere sempre occupate, piene, dense di cose da fare. E in questa pienezza non c’è spazio per il silenzio. È diventato una merce rara. Praticamente un lusso.
Era stato Hans Magnus Enzensberger già vent’anni fa, nel saggio intitolato Zig Zag: saggi sul tempo, il potere, lo stile, a rilevare un paradosso riguardante il lusso. Quasi un rovesciamento.
Oggi il lusso non risiede più nel possedere oggetti costosi, nel consumo, nel riempimento del vuoto esistenziale, sta semmai nel poter allontanarsi dalla saturazione, dal rumore: il tempo, lo spazio, la tranquillità, l’ambiente pulito, questi sono oggi i veri articoli del lusso. Solo chi ha accesso a questi nuovi beni è davvero ricco.

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Vita sgombra

sabato 13 aprile 2013

(pubblico qui la traccia del mio intervento introduttivo all’incontro del ciclo dei “Lunedì filosofici” dedicato al silenzio e alla meditazione; alcune riflessioni in proposito erano già apparse in precedenza su questo blog)

1.
Il concetto di silenzio (ammesso che designi qualcosa di definito ed oggettivo) deve essere analizzato da punti di vista molto diversi tra di loro: fisico-scientifico, ambientale, sociale, urbanistico, religioso-mistico, psicologico, estetico, ecc. Uno sguardo quantomai multidisciplinare, difficilmente riconducibile ad una sintesi unitaria, e che rischia comunque di non esaurirne le molteplici implicazioni.
Vi è anche un “silenzio della politica”, ma di questo parlerò solo al termine.
E poi – da non dimenticare e però di tutt’altro genere rispetto a quello che tratteremo qui – un silenzio negativo o imposto.
Noi proveremo a scavare un po’, e ad andare alla ricerca di un silenzio più essenziale, radicale, filosofico.

2.
Per cominciare ci serviremo di una divagazione e di un esempio.

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JJR 1 – L’illuminazione di Vincennes

martedì 31 gennaio 2012

“Non appena lessi questo, vidi un altro universo e divenni un altro uomo […] I miei sentimenti ascesero con la più inconcepibile rapidità al tono delle mie idee. Tutte le mie piccole passioni furono soffocate dall’entusiasmo per la verità, la libertà, la virtù, e la cosa più sorprendente è che questa effervescenza si mantenne nel mio cuore per più di quattro o cinque anni, a un livello così alto, come non è mai stata nel cuore di un altro uomo”.

Lo stile e lo spirito di Jean-Jacques Rousseau stanno tutti in questo brano delle Confessions, tratto dal libro VIII, che descrive l’esperienza della cosiddetta “illuminazione di Vincennes”.
Nell’estate del 1749 Diderot venne arrestato e rinchiuso nella torre di Vincennes, alla periferia di Parigi, subito dopo la pubblicazione della Lettera sui ciechi. Rousseau ne rimase molto impressionato, e non mancò di far visita all’amico enciclopedista, intraprendendo talvolta lunghe ed estenuanti marce sotto il sole estivo. Fu durante una di queste camminate che lesse per caso, sul Mercure de France, il quesito dell’Accademia di Digione: Se il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito a corrompere o a migliorare i costumi. Venne così preso da quell’entusiasmo al limite del delirio, di cui avrebbe poi parlato nelle Confessioni: una tonalità emotiva che avrebbe contribuito a fondare un nuovo modo di pensare e di concepire la filosofia.
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