Posts Tagged ‘mafia’

La mafia è una montagna di merda, il capitale pure

giovedì 16 marzo 2017

Giovanni Impastato è passato qualche sera fa da Rescaldina, fortemente voluto dall’amministrazione comunale che della legalità e della battaglia contro le infiltrazioni mafiose ha fatto una delle sue bandiere e priorità.
È stato generoso e rigoroso, di fronte ad una sala piena e attentissima. Indicherei nei seguenti quattro punti la sostanza della sua visione delle cose italiane, in relazione alla mafia e alla vicenda del fratello Peppino – eroe civile di questo paese:

1. La storia di Peppino Impastato va inquadrata all’interno della storia italiana, per lo meno a partire dagli anni ’40, in particolare dalla prima strage di stato, avvenuta a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947: fu quello il primo atto di guerra (preferirei chiamarlo così, più che strategia della tensione) contro le battaglie sociali dei contadini che dal basso dei movimenti chiedevano terre, diritti, partecipazione concreta alla vita nazionale.
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Signor giudice

mercoledì 4 maggio 2016

da-facebook

Ieri sera Gherardo Colombo era qui a Rescaldina.
Sotto la formula simpatica e molto comunicativa della chiacchierata a tu per tu con le persone (che non gli ha certo impedito di rispondere, com’è nel suo stile, a muso duro), senza microfono e gironzolante per la sala – si è trattato in verità di un’impietosa lezione di socioantropologia dell’Italia contemporanea.
Ne ho ricavato un elenco di considerazioni (qualcuna presa pari pari, qualcuna reinterpretata, qualcuna indotta):
-finita Mani Pulite, continua Tangentopoli, ad libitum
-ostilità (da me stracondivisa) per ogni “penalismo” forcaiolo: le leggi più severe non servono, anzi sono funzionali al sistema (vedi grida manzoniane)
-ostilità (da me indotta) per quella oscenità del tutto inutile e controproducente che sono le carceri
-ostilità per l’eccesso di leggi, che sono più facili da aggirare
-regole chiare, ma soprattutto: bene comune (a lettere cubitali, come recita la Costituzione inapplicata)
-da cui: apologia delle tasse (lui non l’ha detta così, ma io sì: le tasse sono belle, dovute e sacrosante)
-in Italia non c’è uno stato, ma un sistema intrecciato di consorterie, familismo, mafia diffusa
-colpa nostra: i cittadini devono farsi sentire, informarsi, sapere, conoscere. Chi lo fa davvero?
-strano che in un paese così cattolico si rubi: ma il cattolicesimo italiano è sempre stato inquisitorio, ben poco misericordioso
-i peccati mortali son quelli degli altri, i nostri sono peccatucci veniali
-e di fatti è il paese per antonomasia dei pentiti: se ti confessi ti premio, se fai questo ti do in cambio quest’altro…
-nota sul potere: perché ci sono persone che ne vogliono accumulare così tanto? la risposta è in Elias Canetti: vogliono sopravvivere agli altri (possibilmente tutti) e non morire mai
-quando nel 1992-93, dopo i potenti, si cominciò a indagare sui comuni cittadini… fine dell’indignazione (e delle monetine) e ascesa di Silvio Berlusconi. Casualità?
-occorre un salto, una discontinuità. In verità, meglio sarebbe la morte di un sistema, e la rinascita di un altro dalle sue ceneri (in Italia non c’è mai stata una vera rivoluzione, nemmeno la Resistenza ci si è avvicinata)
-partire da sé, educazione, cittadinanza: ma la libertà è faticosa; essere sudditi è più comodo e più semplice, c’è qualcuno che ti dice sempre che cosa devi fare
-occorre scegliere tra le dande e una pericolosa responsabilità…

Brezza di primavera

sabato 19 marzo 2016

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Siamo essenzialmente animali simbolici, si sa.
Ci siamo così tanto trasferiti in quella dimensione, che nel momento in cui proviamo a metterla tra parentesi o la disconnettiamo dalla nostra base biologica, siamo colti da vertigine. Proprio perché guardiamo a quel che siamo cercandovi un significato. Che talvolta – a pensarci troppo – finisce per eclissarsi.
Proprio ieri scrivevo questo appunto su un foglietto di carta, poi abbandonato tra le pagine di un libro: “Ci ostiniamo a conferire significato a cose che non ne hanno. Perché ci fa orrore ammettere che nulla ha significato. Soprattutto ammettere che ciascuno di noi – ed anzi l’intera specie umana – nell’economia del cosmo conta meno di zero”.
Era ieri. Ed ero cosciente che si trattava pur sempre di una tonalità emotiva transitoria.
Oggi la biblioteca presso cui lavoro è stata dedicata a Lea Garofalo, eroica vittima innocente di mafia.
Una stratificazione straordinaria di significati, in una sola targa ed intitolazione: una donna che si ribella alla mafia, al codice patriarcale e maschile, al potere, al familismo, e che desidera altro per sé e per la propria figlia, e il cui destino assurge a simbolo che si innesta in un luogo altamente simbolico, com’è quello di una biblioteca – una summa di memorie e di radici, un’intricata foresta di significati perennemente ricercati. Ovvero: desideriamo ardentemente significare qualcosa; risplendere per un attimo nel cosmo gelido e indifferente.
È ormai sera, e dopo una giornata così intensa e vorticosa, dopo aver ripensato all’abisso di ieri, dopo aver spento ogni cosa – tra poco spegnerò anche questo schermo – rimango pensoso e pur sempre colto da vertigine. E però nel contempo attraversato da passioni con striature liete. Non gioia o felicità piena. Quello no. Non posso. Solo una tonalità serena. Una lieve brezza di primavera.

Né mafia né capitale

mercoledì 23 maggio 2012

Non intendo oggi celebrare Giovanni Falcone insieme ai sepolcri imbiancati.
Lottare contro la mafia significa lottare contro il sistema antico delle ingiustizie, contro il capitale, contro le cosche legali e illegali che vampirizzano le energie umane e naturali, che devastano i territori, che accumulano ricchezze, che costruiscono gerarchie.
Significa dunque, innanzitutto, apologia del conflitto sociale. Perché nessuna giustizia ci sarà mai senza eguaglianza e redistribuzione.
Ecco perché quelli con cui voglio celebrare non sono i pupazzi in doppiopetto, ma i contadini di Portella della Ginestra, i sindacalisti come Placido Rizzotto, i comunisti e gli antagonisti come Peppino Impastato e Mauro Rostagno – e, certo, tutti coloro che hanno rischiato o perduto la vita anche solo per avere affermato i principi della legalità costituzionale.
Ma dietro la forma della democrazia occorre sempre ricercare la sostanza della giustizia sociale.
Una legge ed un sistema giuridico che difendono illimitatamente l’illimitata accumulazione delle ricchezze, per quanto scevri da infiltrazioni mafiose, sono forse per questo una buona legge ed un buon sistema?
E comunque la storia del capitale ci insegna che il confine tra legale ed illegale è quantomai labile.
Insozzato una volta per tutte dal luccichìo dell’oro.

Purtedda

martedì 1 maggio 2012

U me cori
doppu tantanni
è a Purtedda
è nta petra
è nto sangu
di cumpagni
ammazzati.

Due volte son passato di qui – era l’estate del 2010 – al tramonto e all’alba; e due volte ho sostato pensoso e commosso di fronte a queste pietre – di nuovo pietre – che ricordano le 11 vite spezzate a Portella della Ginestra il primo maggio del 1947, dalla banda di Salvatore Giuliano, il massacratore del popolo al soldo di agrari e mafiosi. Ho cercato di immaginarmi quel giorno, il clima di festa, la vittoria elettorale recente, il movimento che andava crescendo, finalmente un poco di riscatto e di libertà, l’allegria sui volti, e poi quegli spari su uomini, donne, bambini inermi. La loro eco risuona ancora, qui tra queste pietre, così come i nomi dei contadini di Piana, San Cipirello e San Giuseppe, forti e chiari:
Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari, Di Salvo Filippo, Di Maggio Giuseppe, Intravaia Castrense, Grifò Giovanni, La Fata Vincenza.
La strategia della tensione ebbe inizio vent’anni prima di Piazza Fontana. Cominciò qui, a Portella.

IV viaggio in Sicilia

lunedì 6 settembre 2010

“Il viaggio più difficile è quello che si inoltra fin dentro lo specchio”
(R. Alajmo)

[Sommario: Un viaggio geostorico – Inizio tra le Madonie – Nuddu cu nnenti – I vecchi di Corleone – Le pietre insanguinate di Portella – Semiotica a Cefalà Diana – La memoria del Belìce – Vecchie strade da Sambuca a Sciacca – Caltabellotta: in cima al mondo – Rupi e bellezza – Ellenica sintesi estetica – Attese e ritorni – Autunno sui Nebrodi – Il giusto mezzo di AlajmoDedica finale]

Tralasciando i periodici ritorni e le numerose gite, sparsi lungo quasi (ahimé) mezzo secolo di vita, sono ormai giunto al compimento del mio quarto viaggio intorno (soprattutto interno) all’isola.
Il primo e il secondo, in compagnia rispettivamente di alcuni cari amici e di una cara amica, datano 1994 e 2000. Gli ultimi due, rigorosamente solitari, sono dello scorso e di quest’anno.
Ciò che li ha accomunati è stato il tentativo, via via crescente, di guardare alla Sicilia al di fuori di ogni schema turistico. Troppo brevi, in verità, per essere dei veri e propri viaggi – questi ultimi avendo bisogno per loro natura di tempi e ritmi quantomai ampi – ma certo lontani da ogni frettolosità vacanziera. Ogni viaggio è un viaggio dell’anima (ammesso e non concesso che questa sia qualcosa) all’interno di un mondo enigmatico e misterioso cui ci si dovrebbe concedere senza riserve. Una compenetrazione di soggetto e oggetto e una discesa alle loro comuni radici. Cosa peraltro quasi impossibile. E ogni viaggio in Sicilia è – sempre più me ne convinco – metafora della vita e della sua (altrettanto quasi) impossibilità. Una recita assurda della comprensione dell’incomprensibile.

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