Posts Tagged ‘malattia’

Corpi biochemiomeccanici – e dissociati

giovedì 6 aprile 2017

Userò la condizione esistenziale di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella maniera più oggettiva e lucida possibile. Anche perché credo sia, almeno in parte, il suo stesso modo di guardarla. Come se cercasse parole per dirlo e concetti per descriverla – che proverò a prestargli con gli strumenti della filosofia.
Non che la filosofia non debba o non possa essere emotiva (noi siamo sempre in una condizione esistenziale connotata da una certa tonalità emotiva, come direbbe Heidegger) – ma qui occorre innanzitutto fingere l’espunzione dei sentimenti (e del sentimentalismo), prosciugare e ridurre all’osso, cercare l’essenziale. Impietosirsi non serve a capire, anzi sarebbe persino fuorviante.
Parliamo, cioè, della condizione esistenziale di una moltitudine crescente di anziani (ma non solo) integralmente medicalizzati. Un tempo “si moriva” dopo essere vissuti. Oggi si muore vivendo, o si vive morendo. I confini netti (e dialettici, dunque coessenziali) di morte e vita son più sfumati – ma, soprattutto, si sono andate costituendo nuove forme di vita, in una crescente commistione di biologia, chimica e meccanica. Corpi biochemiomeccanici hanno preso il posto degli antichi corpi naturali.
Ciò è sicuramente un progresso – non “si muore” più per caso, o si muore meno – si vive più a lungo, ci si conserva meglio – la quantità è salvaguardata. Ma che ne è della qualità?
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Il volto e il corpo dell’altro – 3. Follia, (a)normalità, istituzioni totali, antipsichiatria

martedì 20 dicembre 2016

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“Io voglio entrare fuori”
(uno dei matti di Basaglia)

Diversi gli approcci e i discorsi possibili sulla follia, che è quanto di più sfuggente e storicamente determinato ci sia: di ordine psicologico, antropologico, sociologico, medico – ma anche, anzi direi prima di tutto filosofico. D’altro canto chi definisce dissennato qualcuno se non il pensatore in grado di argomentare? che cos’è la follia se non l’antagonista della ragione?
Eppure filosofia a follia sono legate fin dalle origini, ma in tutt’altro senso rispetto a quel che potrebbe sembrare “normale”. Anzi, è proprio quella normalità che viene messa in discussione, se è vero che il filosofo tende a scardinarla fin dalle fondamenta, per gettare una luce straniante sul mondo, sulle cose, sulla realtà.
Già nell’aneddoto di Talete – il “primo filosofo” – che mentre osserva gli astri cade in un pozzo, è iscritta la stranezza originaria del pensiero filosofico: la serva tracia lo prende in giro perché mentre guarda in su (altrove), egli non vede quel che ha davanti a sé. Il sapiente fin dalle origini non ha i piedi per terra, ma la mente tra le nuvole, e da lì – straniato – guarda il mondo.
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(Onni)potenza medica

venerdì 9 dicembre 2016

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Abbiamo un problema con la medicina. Che è poi il medesimo problema che abbiamo con la tecnica, ovvero un crescente delirio di onnipotenza (ed una corrispettiva sensazione di impotenza)
Non è qui in discussione che la medicina di tipo organicistico-positivistico abbia conseguito enormi successi. Per lo meno sul piano quantitativo (l’ambito qualitativo è un’altra faccenda): antibiotici e vaccini hanno condotto un’immensa guerra batteriologica dell’umanità contro il resto del mondo, mai vinta del tutto ma sicuramente efficace (non saremmo altrimenti sette miliardi, quasi otto). La chirurgia ha plasmato e riplasmato i corpi. Siamo ormai sulla soglia del corpo ibrido, biomeccanico.
Tuttavia, proprio questo indiscutibile successo ha finito per far montare la testa al potere medico (e farmaceutico): ospedalizzazione, medicalizzazione e farmacologizzazione integrale degli umani non bastano più, ora si entra anche nel territorio liminale di vita e morte.
Già in passato ho discusso di eutanasia, su questo stesso blog, a partire dalle riflessioni di Hans Jonas – che proprio del rapporto tra etica e medicina si è molto occupato. È un argomento su cui occorre essere molto cauti, ma avevo concluso (cosa di cui sono ancora convinto) che è di esclusiva pertinenza del soggetto vivente/morente decidere sui limiti della propria vita/morte: la sfera della sua autodeterminazione non può mai essere violata, e soprattutto non deve esserlo in nessun caso dal potere medico. I medici indagano, diagnosticano, curano – ma è il “malato” a dover decidere su di sé, e deve poterlo fare quando è in grado di intendere e di volere (espressione di volontà che, ovviamente, può presentare problemi, motivo per cui è necessaria più che mai una legge che regolamenti tali volontà, in forma di “testamento biologico” o altro).
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Una morte secca

mercoledì 4 settembre 2013

CathedralOfTrier_SkeletonLa giornata comincia a letto con la quantificazione dell’urina fatta durante la notte, l’apposizione di Epinitril (un cerotto alla nitroglicerina, che ho scoperto essere un vasodilatatore) e il gioco dell’emissione e dell’immissione di aria dai polmoni catarrosi attraverso un puff dotato di una graziosa rotella rossa da far girare due volte fino a sentire un clic. Poi continua in cucina, dopo una breve passeggiata in corridoio con l’ausilio di un bastone, eseguendo nell’ordine: misurazione della pressione arteriosa e dei battiti cardiaci, rilevazione della glicemia, iniezione di insulina, assunzione di Lansoprazolo a scopo di protezione gastrica, colazione leggera, assunzione di 125 mg di furosemide (molecola che favorisce la diuresi) e Pritor (antiipertensivo).
Si tratta ora di attendere l’ora di pranzo, quando si ripeterà il rito dell’insulina e si provvederà, subito dopo il pasto, all’assunzione della cardiospirina atta a fluidificare il sangue – ma il cardiochirurgo dice che è pessima per le funzioni renali. Sonnellino pomeridiano di un paio d’ore e poi, alle 16 in punto, è l’ora di Norvasc, una pastiglia dal duplice effetto: agisce sulla pressione e ossigena il cuore.
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Amour

mercoledì 14 novembre 2012

Credo si tratti di uno dei film più devastanti che abbia mai visto. E ho scelto il termine “devastante” non tanto perché è piuttosto in voga – usato com’è spesso a sproposito, sull’onda della spettacolarizzazione televisiva – ma in un’accezione che, pur figurata o traslata in ambito letterario, possiede una sua precisione descrittiva: sconvolta l’anima di chi assiste alla storia, svuotati gli occhi per la visione di quei volti e di quei corpi, che sono a loro volta deturpati da quel che sta loro inevitabilmente accadendo. Forse la mia devastazione è stata accresciuta dal fatto che: 1) sto assistendo all’inesorabile declino dei miei genitori; 2) sto invecchiando io stesso; 3) da anni, anche su questo blog, vado con voi meditando dolorosamente su vita e morte, etica e bioetica, e sul senso profondo di tutto questo. E siccome sempre più mi si affaccia alla mente che tutto questo è parecchio insensato – vorremmo tanto che non lo fosse, come dice in un verso Wislawa Szymborska, che preferirebbe “la possibilità / che l’essere abbia una sua ragione”, ma siamo pur sempre noi a volerlo – la devastazione raggiunge livelli al limite della sopportazione.
E non c’è pietas, non c’è compassione, non c’è scampo né salvezza – nulla c’è che possa anche solo addolcire o smussare o far dimenticare l’effetto di quella inarrestabile opera distruttiva che Georges e Anne – i due anziani protagonisti della storia, interpretata a livelli ineguagliabili da Riva e Trintignant – subiscono impotenti.
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Quel dito puntato sulla fronte di mio padre

giovedì 28 luglio 2011

“Canto chi mi ha preceduto […]
L’amore non cantarlo, è un canto di per sé
più lo si invoca meno ce n’è”
(Montesole, PGR)

(quando ho cominciato a scrivere queste note, non avrei mai pensato che sarebbero diventate una sorta di diario… come chiamarlo?… bioaffettivo? bioemotivo? una cronaca a metà tra la riflessione e la passione-pietà, schizzi disordinati sulla vita, la malattia, la fragilità dell’esistenza – e la paura della morte – con un unico filo: il volto smarrito di un padre, la sua indecifrabile agitazione interna; e gli occhi ondivaghi di un figlio, che talvolta fissano quel volto e talvolta deviano lo sguardo; forse ci sarebbe anche da riflettere sulla relazione insieme biologica e affettiva tra genitore e figlio, sul detto e non detto che comporta, su sangue, istinto e cultura – ma forse è meglio, per questa volta, lasciare tutto ciò tra parentesi)

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La fine

venerdì 24 dicembre 2010

“E lascio la mia vita a te
Tu mi conosci non puoi dubitare
Fra mille affanni non sono andata via
Rimani qui al mio fianco sfiorandomi la mano (…)
Mi manca la presenza della sua figura”
(G. Russo)

“Il modo più importante di ricordare qualcuno
è essere la persona che quel qualcuno ci ha reso”

(M. Rowlands)

Non c’è nessun Dio padre a consolarci. Né un suo presunto figlio. E nemmeno un qualche spirito che aleggi non si sa bene dove. Non c’è nessuna vita dopo la morte. La trascendenza è pura immaginazione. Tutto quello che esiste è qui: la vita, la morte e le figure cangianti dell’essere. So per certo che è così.
I versi e la voce della poesia immaginano altro, immaginano l’impossibilità. Ed è bene che sia così.
Ce lo ricordano la sublime – morta e mai mortaGiuni Russo e il poeta mistico spagnolo Giovanni della Croce. Le figure scomparse e transeunti tornano alla figura che le ha generate – poco importa il nome che le danno gli umani.
Quelle essenze che fluiscono nel nostro ricordo – così come tutte le altre essenze del vivente che fluiscono nell’unica essenza della vita.

In memoria di quella che per me è stata una tra le figure-essenze più care – morta eppure mai morta alla vigilia di natale di due anni fa – pubblico qui sotto, in forma di racconto, la cronaca del nostro ultimo incontro. La fine – l’esito senza ritorno entro cui la mia amica temeva che la sua figura si smarrisse, che non fosse più riconoscibile, deturpata dalla malattia e dall’angoscia. I suoi occhi scintillavano ancora, dietro il velo della morte, nel pormi quella domanda inespressa.
Ma la sua figura è eterna, come tutte le cose.

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L’amaro calice

sabato 31 luglio 2010

Per oltre dieci anni, quasi ogni sera d’estate, ho visto questi piedi dondolare piano, all’unisono, qui sotto il mio balcone. Talvolta accavallati, talaltra sciolti, quasi sempre silenziosi; ma se ascoltavi con più attenzione, quasi  li potevi sentir sussurrare – un’intera vita l’uno accanto all’altra, migliaia di sere immote e quiete come questa, chissà quante ancora ce ne resteranno… quale piede varcherà prima dell’altro la soglia… forse è meglio non pensarci, meglio godersi questo fresco, qui ed ora, come se fosse l’ultimo alito di vento dell’universo – i piedi di due vecchi, prima che faccia notte.
Quest’estate mi è giunta la risposta, dato che ora vedo oscillare, sempre più raramente, i soli piedi di lui.

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Biomedicaepoca

martedì 13 ottobre 2009

house

1. Un aneddoto, per cominciare
Qualche mattina fa, ho accompagnato i miei anziani genitori a trovare una altrettanto anziana coppia di loro amici e paesani che non vedevano da tempo. Tutti insieme facevano qualcosa come 320 anni di età. Dunque dovrei correggermi e dire: si è trattato di una riunione di vecchi, senza tanti giri di parole. La visita si è protratta per un’ora e mezza circa e ho calcolato che, tolti i convenevoli, qualche reciproco ragguaglio su figli, amici comuni e parenti stretti e il tempo del caffé con biscotti, almeno l’80% del tempo è stato dedicato al parlar di malattie. Si badi, un parlare fitto fitto, specie da parte della padrona di casa, reduce oltretutto da un lungo periodo di raucedine al limite dell’afonìa, dovuto proprio ad una malattia.
Con dovizia di dettagli, iter più o meno conseguenti delle varie anamnesi, plateali errori di dizione di alcuni termini (con involontari effetti comici), ciascuno ha esposto agli altri i suoi guai sanitari e medici – con un netto prevalere, in verità, delle narrazioni da parte delle mogli anche per ciò che riguardava i mariti. Un po’ a disagio all’inizio, via via sono sempre più entrato in sintonia con quei discorsi e quell’interminabile cahier de doléances, non senza una punta di divertimento – facilitato forse dal fatto che si trattava comunque di quattro vecchietti tutti lucidi e coscienti, almeno per il momento. Ma il bello è che non bastavano le loro patologie, dovevano anche, di tanto in tanto, effettuare incursioni nei territori delle patologie altrui, talvolta solo per sentito dire, con l’acuirsi quindi del livello di approssimazione.
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DOSE QUOTIDIANA MODICA

giovedì 20 novembre 2008

just-beyond-the-sunset

Checché ne dicano ontologi, parmenidei, eleati e severiniani; mistici, trascendenti e trascendentali; persone pie, devote ed escatologiche – io sento e so di essere esposto alla rovina del divenire; sento e so di essere temporalmente determinato, finito; sento e so di essere transeunte, caduco; sento e so di essere di passaggio su questa terra.
Tra un minuto potrei essere morto, potrei non essere più quell’ente che sono, e allora quell’insieme che mi delimita e che convenzionalmente chiamiamo “io” si dissolverebbe in un attimo. Oppure un morbo maligno potrebbe insinuarsi nelle mie cellule, e cominciare a fare il vuoto dentro di me, e lentamente distruggermi. Piano piano, in silenzio, fino a farmi precipitare nel nulla.
(Ad alcuni miei cari amici e amiche è successo o sta succedendo).
Ecco perché, conscio di questa mia condizione, ogni giorno mi sparo in vena la mia dose quotidiana di bellezza.
Innanzitutto passeggiando. Una camminata, anche breve, non deve mancare mai; la vista degli alberi, delle loro forme e colori cangianti; pochi attimi di sole, quando c’è, un sole generoso che dispensa i suoi raggi obliqui anche dalle curvature invernali, sempre più corte; talvolta la fortuna di un tramonto, spezzato dalla linea frastagliata dell’orizzonte e intarsiato dall’intrico dei rami; uno sguardo, una stretta di mano, un bacio, un abbraccio, un soffio sul collo; la musica di Allevi o di Einaudi o di chiunque altro calcata bene dentro le orecchie; un pensiero, a volte sfarzoso a volte striminzito… è sufficiente una dose modica di una qualunque di queste cose. Ma ogni giorno ci deve essere, non deve mancare mai. Prima che si compia, breve o lungo che sia, perché potrebbe non tornare.
Il poeta austriaco Georg Trakl diceva in una sua poesia che amo spesso citare “è preparato un bene e un male“. Ogni giorno è così. Non posso granché prevenire il male, posso solo sperare di non incapparvi o sforzarmi di non commetterlo. Ma certo è nel mio potere inocularmi un frammento di bene, farlo diventare bellezza e provare a renderne qualcun altro partecipe. Prima che tutto precipiti nel nulla.

foto da Album di jalalspages