Homo melancholicus

Robert Burton (1577-1640) fu bibliotecario, insegnante, prete, e passò gran parte della sua vita nelle biblioteche di Oxford, dove compilò questa immensa e barocca enciclopedia volta a catalogare e dissezionare l’animo umano, specie per quanto concerne la sua tonalità emotiva prevalente – dalle cui pagine fitte ho scelto di leggere e commentare alcune parti dedicate alla generazione della malinconia in ambito intellettuale: perché lo studio, l’accrescimento del sapere, il troppo pensare generano passioni tristi?
Burton, confortato da un caleidoscopio di citazioni, aneddoti, riferimenti alla tradizione classica (ma anche dalla propria diretta esperienza), fornisce alcune possibili spiegazioni. Innanzitutto la vita sedentaria e solitaria: corpi troppo seduti e rattrappiti, che generano effetti negativi sull’animo.
Ma anche lo studio eccessivo genera follia: e qui mi sarei aspettato una maggiore penetrazione ed esplorazione nelle parti più recondite della mente a proposito del desiderio di troppo sapere – la brama, la Begierde hegeliana – e dei limiti che sarebbe meglio darsi in fatto di curiosità e di accesso a verità scomode (magari in rapporto alla sfera divina) – ma in un testo e in un autore ci può stare solo quello che quel testo e quell’autore hanno dentro, non quello che ha dentro il lettore, e che a tutti i costi ci vorrebbe trovare.
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Penduli, o voi che vi credete eretti!

C’è un incontrollabile proliferare di ricorrenze, giornate, anniversari dedicati a questo o a quello – tutte cose lodevoli e importanti, per carità, ma il rischio è come sempre quello della saturazione. Troppe voci, troppe cose, ma un unico rumore di fondo – per non parlare della marmellata insapore inodore incolore che ne vien fuori. L’ipercomunicazione, che è per sua natura una iperstimolazione, comporta anche questo pericolo. Ciononostante le celebrazioni servono ogni tanto a rimettere in circolazione autori, temi o testi che altrimenti rischierebbero di rimanere sullo sfondo (o in cantina, oppure in soffitta). È proprio il caso di Giovanni Pascoli – di cui quest’anno ricorre il centenario della morte – un poeta che sa di scuola, di vecchio, di muffa e di polvere, e che in genere rievoca mestizia, fanciullini, onomatopee e cavalle storne (en passant: quanti conoscono il significato dell’aggettivo “storno”? provate a chiedere un po’ in giro…) – un poeta che difficilmente riesce ad uscire dalle noiose aule scolastiche o dai bigi convegni accademici.
Ricordo che quando ero studente all’università, un mio compagno di non so più quale corso aveva cercato di smontare questa immagine passatista (che anch’io avevo in mente), imbastendo per un intero pomeriggio una appassionata apologia del poeta romagnolo, a suo dire ingiustamente rimosso e sottovalutato. A me parve francamente esagerata quella sua requisitoria, però non avevo molti argomenti da opporgli (anche perché non ricordavo quasi nulla di quei versi melanconici e pieni di natura, di uccelli – ciascuno col suo nome ben definito –  di sere morenti e temporali incombenti; e dunque mi limitavo a balbettare obiezioni per lo più scontate).
Oggi so che aveva ragione lui, dato che rileggere Pascoli – e soprattutto riascoltarlo attraverso la voce di qualcuno che lo sappia leggere – è insieme un piacere ed una scoperta (o ri-scoperta). Tecnica, estetica, tematica. È poesia di altissimo livello, raffinata, potente, evocativa. E, talvolta, rarefatta e filosofica, esistenzialista e struggente, come in questa stupefacente Vertigine, dove il consueto sguardo straniante del fanciullino si manifesta attraverso la perdita del senso di gravità, e il rovesciamento di ogni senso e prospettiva. Cosicché la condizione umana si rivela come un “precipitare languido, sgomento”, un vagare “da spazio immenso ad altro spazio immenso”, “di nebulosa in nebulosa”. Un “crescere sotto il mio precipitare” – uno dei versi più belli che mai siano stati scritti…

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