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Trilogia filosofico-letteraria – 3. Promesse violenze

venerdì 17 febbraio 2012

“Ché del dolore ce n’è,
sto per dire, un po’ per tutto”

Romanzi duri e violenti, com’è dura e violenta la strada. Quella allucinata di Raskol’nikov, quelle stranianti (e persino apocalittiche) di McCarthy, ed ora quelle degli umili e dei potenti di Manzoni. Anche qui strade, fin troppo note, interrotte: quella dell’ignavo Don Abbondio che incontra i bravi; le strade dei due sposi promessi che si divaricano; il viottolo di Renzo che incrocia l’ampia strada della storia; quello di Lucia che s’imbatte in alcuni straordinari ritratti del male, della violenza e della sopraffazione (da Gertrude all’Innominato, passando per Don Rodrigo).
Non comincio nemmeno ad affrontare le tematiche classiche del mondo di Manzoni, la storia, la provvidenza, la fede, ecc. (ne ho già avuto abbastanza a scuola e all’università). Ma siccome ora sono libero di rileggere il grande affresco manzoniano senza tener conto di criticoni ed azzeccagarbugli, dico un po’ quel che mi pare.
E dico che I promessi sposi possono esser letti anche come una raffinata e però dura fenomenologia della violenza e della sopraffazione. Una struggle for live neodarwinista e sociobiologica ante-litteram. Non può cioè non colpire come la cifra tragica rimanga quella dell’Adelchi: “non resta / che far torto, o patirlo. Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi / Dritto”.
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Ingemisco

lunedì 7 novembre 2011

Al netto della contingenza storica (la morte dell’amato Manzoni) e dell’afflato religioso (per nulla cattolico, data la laicità dell’autore), la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi non può non indurre alcune riflessioni filosofiche a latere – ed al netto, di nuovo, del forte impatto emotivo. Specie quel lunghissimo Dies irae, che occupa quasi metà dell’opera, e che allo sconquasso di trombe, tamburi e coro battenti – a rappresentare la furia divina del giorno del giudizio – giustappone l’annichilimento dei contriti umani.
A me ricorda, materialisticamente, l’antica (e criptica) sentenza di Anassimandro, a proposito di quella terribile “distruzione secondo necessità” che spetterebbe a tutti gli enti, proprio in quanto enti che si trovano a transitare nel territorio dell’essere, ma che quell’essere non possono trattenere oltre misura, votati come sono a ritornare nell’indeterminato (àpeiron) da cui provengono. Una danza ontologica sull’orlo dell’abisso che non può non impressionare. Secondo questa, che già ebbi a definire “cosmologia crudele“, l’esistenza diventa addirittura colpa ed ingiustizia da espiare, peraltro nell’unico modo possibile, e cioè consumandosi secondo l’ordine del tempo, e lasciando spazio ad altro:
Ingemisco tamquam reus
culpa rubet vultus meus (more…)