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Lezione (hegeliana) di geografia

lunedì 18 giugno 2012

Quando mi misi a pensare all’argomento per la tesi di laurea – prima di focalizzare la mia attenzione su Rousseau, i selvaggi e l’antropologia – sottoposi a un docente germanofilo della cattedra di Storia della filosofia moderna e contemporanea dell’Università Statale di Milano, l’idea di vederci chiaro sul rapporto tra geografia e storia nella filosofia hegeliana. Un argomento non semplice, poco studiato in Italia, e che dunque avrebbe richiesto una buona conoscenza della lingua tedesca, ostacolo per me all’epoca insormontabile. Tra l’altro avrei dovuto leggermi alcuni saggi di geografi e storici tedeschi a cavallo tra ‘700 e ‘800 (tra cui quelli di un certo Ritter, geografo spesso citato da Hegel), che se andava bene erano stati tradotti in francese. Mi sarebbe poi piaciuto tirar dentro Johann Gottfried Herder, che aveva scritto due opere splendide dedicate alla filosofia della storia. Ma poiché ero già abbondantemente fuori corso, finii per lasciar perdere.
(Forse giocava anche un riflesso condizionato della mia passione di bambino per tutto ciò che aveva a che fare con la geografia e, soprattutto, con  le carte geografiche; senza ancora sospettare che la cartografia – e la crisi della ragione cartografica di cui parla ad esempio il geografo Franco Farinelli –  è cosa serissima, tanto più in epoca globale).
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Quarta cronaca: bambini prospettivisti e (poco) licitazionisti

martedì 16 marzo 2010

Li guardo ad uno ad uno e in silenzio mi dico “che belli!”,
un po’ come le gemme sui rami di questi giorni,
e dispero – pensando al mondo che è
e spero – pensando al mondo che può essere.

Ci siamo un po’ allontanati dalla natura (esterna) per dedicarci alla natura (interna) – cercando di non perdere mai di vista il nesso. Dopo qualche vagabondaggio su emozioni, passioni e dintorni, i miei bambini spinozisti sono approdati alle soglie della felicità – del chiedersi cioè che cosa essa sia. Curioso che, quando socraticamente ho posto loro l’esigenza di trovarne una definizione univoca, generale e che valga per tutti, qualcuno, per differenziare tale livello da quello più soggettivo (la mia visione di felicità) abbia utilizzato i termini di paragone grande/piccolo. Un concetto grande di felicità è più ampio, comprensivo e generale di un suo concetto piccolo – mi pare abbastanza ovvio! Abbiamo quindi discusso e condiviso la cosa, e ci siamo accordati che quella che ciascuno di loro avrebbe cercato sarebbe dovuta (o potuta) essere una definizione “grande” di felicità, qualcosa cioè che potesse valere per chiunque altro.
Compito a casa (o per strada o dove pareva a loro): scrivere su un foglio la definizione di felicità. Ed ecco ora, sul mio scrittoio, le 23 definizioni. Il paradosso è che sono sì tutte “grandi” (cioè, dicono tutte qualcosa di universale, o, se si preferisce smorzare i toni, di condiviso dalla specie), ma al contempo dicono tutte cose diverse. Sono, cioè, maledettamente prospettiviste, come se i miei bambini da spinozisti si fossero ora trasformati in nietzscheani impenitenti e relativisti.
Ecco, allora, che cosa ho fatto.

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