Posts Tagged ‘marxismo’

Il giovane Karl Marx

mercoledì 18 aprile 2018

Ho molto apprezzato il film del regista Raoul Peck sul giovane Marx, uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche, proprio alla vigilia del bicentenario della nascita. Certo, sarebbe stato meglio omaggiare il barbuto di Treviri con una bella rivoluzione – cosa di cui ci sarebbe un gran bisogno – ma per ora dobbiamo accontentarci delle rievocazioni. Che peraltro appaiono molto meno spettrali di qualche decennio fa, quando, dopo il crollo del mondo sovietico, i sicofanti delle magnifiche sorti e progressive del liberismo si erano affrettati a suonare la campana a morto del comunismo e del suo più importante pensatore. Dimenticandosi che si possono anche nascondere sotto il tappeto gli effetti collaterali ingiusti del loro mondo a senso unico – ma se la merda, l’alienazione e l’infelicità mortifera prodotti dal capitale continuano a crescere insieme al valore e alla ricchezza, prima o poi qualche crepa si aprirà.
Ed è esattamente questo il momento in cui si cominciano a fare i conti con trasformazioni che, come ai tempi di Marx, potrebbero essere foriere sia di immani disastri che di future rivoluzioni. Tempi quantomai ancipiti, dunque, che, al netto di una certa misantropia e di un crescente fastidio per la cancrena antropomorfica, possono persino risultare belli da vivere. Giusto per vedere cosa potrà succedere. E, tornando al film, è proprio ciò che lo rende più interessante: concentrarsi sul pensiero sorgivo di Marx, una potente anticipazione (purtroppo talvolta scambiata per fede o profezia) dei tempi a venire.
Al di là di questa atmosfera generale che vi si respira, il film ha altri meriti (anche teorici, cosa non semplice per una pellicola) che è bene porre in evidenza:
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Primo fuoco: Marx, ovvero lo spettro di uno spettro

mercoledì 21 ottobre 2015

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Parlare di Karl Marx è forse una delle cose più complicate in ambito filosofico, proprio perché la sua opera non può essere ridotta a quella di un comune filosofo. Non è come parlare di Aristotele o di Cartesio, che, per quanto appassionanti possano essere, difficilmente surriscaldano gli animi e accendono la discussione, fino a produrre schiere di partigiani o avversari, affetti talvolta da incontenibile fanatismo. Il barbone di Marx fa ancora tremare i polsi a un bel po’ di persone…
Lui stesso ci avverte di questa problematicità, in un celebre passo di un breve scritto su Feuerbach (filosofo di cui parleremo a dicembre, a proposito della religione):

“I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo.”

– rovesciando così quasi un dogma del suo maestro filosofo più importante, ovvero Hegel, che aveva invece della filosofia una visione molto più “contemplativa” (nonostante il concetto di “spirito” non fosse poi così distante dalla futura categoria marxiana di lavoro o attività):

“La filosofia giunge sempre troppo tardi… la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.”

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Ogni mendicante è un principe di possibilità

lunedì 12 ottobre 2015

Db651_Mendicante«Il marxismo ha reso all’uomo il massimo onore. La visione di Mosè e di Gesù e di Marx, la visione di una terra giusta, di un amore per il prossimo, di un’universalità, l’abolizione delle barriere fra paesi, classi, razze, l’abolizione degli odi tribali: questa visione era – siamo rimasti d’accordo su questo, vero? – un’immensa impazienza. Ma era anche qualcosa di più. Era una sopravvalutazione dell’uomo. Una sopravvalutazione forse fatale, forse insensata, eppure magnifica, giubilante, dell’uomo. Il più grande complimento che gli sia mai stato fatto. La Chiesa ha ostentato un disprezzo tremendo per l’uomo. L’uomo è una creatura caduta dalla grazia, condannata a trascorrere la sua sentenza a vita lavorando col sudore della fronte. Polvere alla polvere. Per il marxismo invece le sue capacità non conoscono confini, i suoi orizzonti, i balzi del suo spirito sono illimitati, o quasi. L’uomo mira alle stelle. Non è infangato dal peccato originale ma è lui stesso l’origine. […] Sì, abbiamo sbagliato. Sbagliato mostruosamente, come dici tu. Ma il grande errore, quello di sopravvalutare l’uomo, l’errore che ci ha traviato, è in assoluto la mossa più nobile dello spirito umano nella nostra tremenda storia. Per me, per tanti prima di me, questo errore ha compensato le nostre mancanze. Ha trasformato la barbona ubriaca che sta qui davanti a noi in una cosa senza limiti. Ogni mendicante è un principe di possibilità».

(G. Steiner, Il correttore; immagine: Carlo Ludovico Bompiani, Il mendicante)

No Tav? No Pd!

mercoledì 29 giugno 2011

Mi piacerebbe pensare che il “modernismo sviluppista” del Pd (ad esempio in tema di alta velocità, ponti sugli stretti, PIL, flessibilità e quant’altro) fosse un antico riflesso condizionato derivante dalla tradizione marxista. Quella corrente, cioè, che ha le sue radici nello stesso pensiero di Marx (un certo Marx, non tutto) e che mostra tutta la sua ambivalenza nei confronti della modernità (come ben rilevato da Hardt e Negri nel loro recente saggio: Comune, oltre il privato e il pubblico). In sostanza, semplificando: se il comunismo storico (molto poco realizzato) è stato un movimento contro un certo assetto della modernità (soprattutto contro la “repubblica della proprietà privata”), ha poi finito per convergere ideologicamente, insieme ai suoi antagonisti liberali e socialisti, nel mito progressista (e quantitativo) dello sviluppo. Aumento costante del PIL, lavoro, produttività, grandi opere, più merci, più mercato, ecc. ecc. La sintesi perfetta di tutto ciò è data dalla Cina postmaoista.
Se così fosse, pur trattandosi di un nodo e di una contraddizione pratico-teorica da sciogliere con urgenza, saremmo ancora al livello dell’alta politica e del dibattito che ne potrebbe scaturire. E il nostrano Partito Democratico – succedaneo pallidissimo del glorioso Pci – potrebbe persino giocare le sue carte in tema di magnifiche sorti e progressive. Ma così non è. In realtà la situazione è ben peggiore, e il livello di consapevolezza critica (di conoscenza e di prospettive) ai minimi storici.
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Marxiani

lunedì 29 marzo 2010

Ho avuto la fortuna di introdurre e di coordinare, giovedì scorso a Legnano, una serata dedicata a Bentornato Marx!, il libro scritto dal giovane filosofo torinese Diego Fusaro, cui ho dato il benvenuto (e del quale si era parlato  qui). Non ho potuto esimermi dal cominciare facendo le pulci proprio al titolo: in che senso è da intendere quel “Bentornato”? E’ forse la constatazione di un fatto? Oppure un auspicio? (e per converso un esorcismo da parte delle schiere terrorizzate dallo spettro di Marx). Perché mai dare il bentornato a un pensatore che ha affollato, nel bene o nel male, gran parte del secolo appena trascorso? E che quindi in realtà non si era mai levato di torno?
Tuttavia la vera questione riguarda il soggetto del bentornato, quel nome impronunciabile e quantomai spettrale – così come impronunciabile e spettrale è diventato l’oggetto della sua radicale critica, e cioè il Capitale, quasi che il solo nominarlo oggi lo togliesse dal suo status apparentemente intangibile di ovvietà, come se il sistema capitalistico fosse il modo naturale ed eterno dell’organizzazione socioeconomica, e non invece una delle sue molteplici e transitorie forme. Ed è qui che subito si apre un primo problema: perché “tornare” (o “ripartire”) dal pensiero di Marx non dovrebbe essere un po’ come riaccendere l’attenzione su – che so – Kant, piuttosto che Spinoza o Aristotele o Machiavelli? Come mai al nome “Marx” viene ancora un po’ di prurito se non l’orticaria, nonostante sia morto e sepolto?
Oppure, come ci ricordava Derrida ormai quasi vent’anni fa, a ridosso della caduta dei regimi “comunisti” dell’Europa orientale, siamo tuttora sotto l’influsso di una presenza quanto mai spettrale del barbuto di Treviri. Ecco, forse è proprio questo il vero motivo: la spettralità di Marx, l’essere senza pace di un pensiero che voleva trasformare il mondo e autorealizzarsi (dunque autoannullarsi) –  una filosofia che si realizza e una realtà che si filosoficizza. Marx è un pensatore e un filosofo, senza alcun dubbio (e dunque se ne può parlare come di un qualsiasi altro pensatore e filosofo) – ma si discosta radicalmente dalla tradizione filosofica perché mette in campo la questione del senso ultimo e dell’utilità (in senso lato) della filosofia, il suo statuto ontologico, il perché mai essa esiste ed è cosiffatta. E tale potenza implica la ricomprensione del suo stesso pensiero sotto il suo cono di luce (o d’ombra): perché io, Marx, penso questo e questo? Perché mai critico e predico (o predìco) la rivoluzione e l’avvento della società senza classi?

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Bentornato Marx!

venerdì 15 gennaio 2010

Un mio caro e (per me) determinante professore universitario – Emilio Agazzi, docente all’epoca di Filosofia della storia alla Statale di Milano – soleva dire, presentando le sue lezioni su Marx, che ciclicamente c’è qualcuno che suona la campana a morto per il pensiero marxista (o, più precisamente, marxiano). Da un paio di decenni quel qualcuno è diventato schiera. E, si sa, nella maggior parte dei casi si è trattato di cicisbei e sicofanti del neoliberismo (che pure ha fatto un bel crack di recente), che non hanno mai letto nemmeno una riga del Capitale o dei Manoscritti economico-filosofici. E che rimasticano ideologemi triti e ritriti, confezionati quando va bene dalle “filosofie da cucina” di hegeliana memoria.

Ecco perché accolgo con grande piacere la recente uscita di un libro del giovane filosofo Diego Fusaro (ne ho parlato qui qualche anno fa, a proposito di un suo interessante saggio su Epicuro), significativamente intitolato Bentornato Marx! L’autore ha fatto circolare in questi giorni in rete, una sorta di antipasto del libro in 11 tesi (giocando con il numero di quelle celeberrime di Marx su Feuerbach), che riporto qui sotto con la sua gentile autorizzazione, e che mi trovano pressoché concorde su tutta la linea.
Il mio assenso va in particolare alla rievocata (e anch’essa bentornata) teoria marxiana dell’individualità, nient’affatto riducibile (come vorrebbero i detrattori in malafede) al collettivismo livellatore: anzi, è semmai la concezione “onnilaterale” dell’individuo a fare di Marx il principale e davvero libertario antagonista  alternativo all’omologazione capitalistica e alla riduzione lateralissima di ogni cosa, persona e relazione a merce.
Naturalmente la mia adesione non è incondizionata, poiché non ho ancora letto il testo. Ma se il buon giorno si vede dal mattino…

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