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B-sides: Melisso

mercoledì 16 febbraio 2011

Il divino Parmenide ha occupato tutta la scena, e la poderosa fondazione ontologica di cui si è reso protagonista ha finito per mettere in ombra i suoi epigoni. Non tanto Zenone, che anzi è stato molto studiato e celebrato per i suoi paradossi anche dai logici e dai matematici più schifiltosi nei confronti della filosofia, quanto piuttosto il povero Melisso di Samo, il parmenideo di serie C.
Politico e stratega della città dell’Asia minore che aveva dato i natali a Pitagora, diventato celebre per aver sconfitto la flotta di Pericle nel 442 a.C., quando non era oberato dagli impegni civici o militari si dilettava nel precisare e chiarire, con la prosa del pensiero logico, le incongruenze e gli sbreghi lasciati dal maestro di Elea, che forse si era preso un po’ troppe licenze poetiche nel suo poema sull’essere.
Melisso elenca e dimostra rigorosamente le qualità dell’essere già evocate da Parmenide: uno, tutto, eterno, immobile, omogeneo, inalterabile; diverge però dal maestro su un punto essenziale: l’essere è infinito, poiché se fosse finito, al di là dei suoi confini vi sarebbe il vuoto (cosa che non può essere, poiché il vuoto non è), o in alternativa altro essere – che dunque non avrebbe un termine spaziale. Anche dal punto di vista temporale l’eternità dell’essere viene descritta come “durata illimitata”. Parmenide aveva ritenuto la finitezza dell’essere un elemento della sua perfezione e compiutezza (la sfera: “cuore non tremante della verità“), ma Melisso vi ravvisa una debolezza logica da correggere.
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