Posts Tagged ‘metafore’

Quinta cronaca: congedo con ciliegie

sabato 29 maggio 2010

Qualche giorno fa ho incontrato per l’ultima volta la classe di bambini di quinta (dunque ormai ragazzi) con i quali ho svolto nel corso dell’anno scolastico il mio consueto  esperimento filosofico, e di cui ho qua e là dato qualche resoconto in forma di “cronaca”.
Ho chiesto loro, a mo’ di congedo, di prendere un foglio bianco e di scriverci sopra due cose: su un lato la parola che più li aveva colpiti durante i nostri incontri, e sull’altro una breve frase che sintetizzasse quel che, a loro giudizio, il termine filosofia racchiude. Una sorta di definizione, cercando di ripercorrere il nostro cammino fin dall’inizio. Arché. Un duplice sforzo di memoria e di sintesi.
Quel che ne è uscito – che ovviamente è stato subito dopo commentato e discusso, abitudine consolidata e affinatasi nel tempo – non mi ha sorpreso, se non per la sua “pulizia” concettuale. Mi ha cioè dato la misura del percorso fatto, del loro impegno nell’accettare una cosa così strana (una “specie di materia”, come alcuni l’hanno definita) che prevedeva di incontrarsi ogni due settimane per parlare di cose piuttosto astratte, e nello stesso tempo la piena comprensione che si tratta comunque di una cosa “vitale”, che li riguarda e che si depositerà da qualche parte nella loro mente.
Le parole-chiave scelte hanno risentito del lavoro svolto sulla felicità (che sta partorendo un vero e proprio libro illustrato autoprodotto), e di fatti 9 di loro l’hanno indicata come parola preferita. Anche il concetto di nulla li ha colpiti (4). Le altre sono state: vita, essenza, interiorità, fede, credere, amicizia, senso. (more…)

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Ludwig, Giacomo e le pene di Haiti

sabato 23 gennaio 2010

(Era mia intenzione intitolare questo post E’ come un giorno d’allegrezza pieno – utilizzando il celebre verso leopardiano. Poi c’è stato il terremoto di Haiti, e le parole, i pensieri, le intenzioni, come sempre, si sono curvati sotto il peso di un altro umore…)

***

Ho avuto la fortuna di assistere agli inizi dell’anno all’esecuzione della Sesta sinfonia di Beethoven: una sorta di rito augurale e propiziatorio. Nota anche con il nome di Pastorale, era stata tra l’altro utilizzata in uno degli episodi del magnifico film di animazione musicale Fantasia (tra i più memorabili della Walt Disney, che non ha prodotto solo danni all’immaginario collettivo).
Quel che colpisce di questa straordinaria sinfonia è la serenità, la perfezione formale, la godibilità melodica. Il mondo che ci circonda – nella fattispecie la natura nella quale siamo immersi – viene rappresentato musicalmente attraverso i registri della bellezza e della soavità: sonorità idilliache, alquanto stridenti con altre cui Beethoven ci ha abituato (va registrato oltretutto che mentre lavorava alla sesta, in contemporanea componeva la quinta, e le due sinfonie vennero eseguite insieme per la prima volta nel 1808).
Tutto è così liscio e perfetto, ricolmo di bellezza e di gaudio, di dolcezza e di festosità; tutto, tranne quell’episodio di pochi minuti verso i tre quarti dell’esecuzione (il IV movimento), quando si scatena il temporale. (more…)

Prima cronaca: la statua di Condillac e la guerra civile in Afghanistan

lunedì 9 novembre 2009

bambini_cattivi

“Con la possibile eccezione delle più alte sfere della matematica pura o della fisica teorica, è difficile immaginare qualcosa di più inumano della filosofia”.

“Essere filosofo significa essere esistenzialmente sradicato”.

“Ai filosofi bisognerebbe porgere condoglianze piuttosto che incoraggiamenti”.

Con queste frasi appena lette in testa, sconsolato ma sostanzialmente d’accordo, mi sono recato l’altra mattina in una classe di quinta elementare per il primo incontro di un nuovo esperimento filosofico con i bambini. Ci sono stati come sempre grande fermento, agitazione e partecipazione – è una novità, e quindi benvenuta, però loro sono tanti (troppi) e piuttosto svegli.
C’è poi Andrea che ha scelto di fare il guastatore (è uno dei pochi nomi che sono riuscito a memorizzare, insieme a quello di Martina, che è intervenuta a raffica per tutto il tempo). Insomma, la piccola peste decide di indossare la maschera del baby-nichilista e ad ogni uscita intelligente dei suoi compagni su che cosa si debba o si possa intendere per filosofia, spara parole a caso. Distruttore e futurista ad un tempo. Poi succede qualcosa, e senza apparente soluzione di continuità con la parte interpretata prima, se ne esce con queste due perle (non ricordo le parole esatte, ma non erano molto dissimili dalle seguenti):

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Aforisma 22

venerdì 23 ottobre 2009

Comprendere è irretire.
L’estensione della rete è l’estensione del mondo, mentre l’assenza di pesci indica l’assenza di mondo.
Ma sta forse nel girare a vuoto il pungolo maggiore della conoscenza.

Trinacriablog – 5. A gola fiorita

martedì 25 agosto 2009

A gula ciuruta

Antùra
nna strata
a na picciotta chi passava,
– sugnu ancora mprissiunatu! –
ci vitti vulari a puisia
du nidu di l’occhi:
cantava a gula ciuruta!

Io,
a sangu càudu,
– latru natu! –
isava i vrazza
e subitu a pigghiai.

Mi jnchiu i manu:
era cchiù bedda i na palumma!

U tempu d’alliscialla
di séntiri i palpiti
u trimulìu
e mi vulò di manu:
a tineva stritta!

Mi ristaru i pinni
l’ali
a cuda nne manu,
i viditi?

U cantu su portò,
unni a trovu ora?
Cu mu duna?
Vuatri, un nn’aviti…

Ma pirchì vu cuntavu?…
Pirchì?

Ignazio Buttitta, da La mia vita vorrei scriverla cantando

Pillole filosofiche

sabato 8 agosto 2009

coverimage.phpLa piccola casa editrice veneta Edizioni del Baldo, specializzata in manualistica, ha pubblicato lo scorso maggio un libriccino intitolato Aforismi di filosofia, che raccoglie frammenti, “pillole” filosofiche, e perle di saggezza spaziando dalla filosofia antica a quella contemporanea con qualche incursione in Oriente. Nella breve introduzione viene data una definizione di “aforisma” con alcune note sulle sue condizioni di riuscita: innanzitutto la brevità e la concisione, non disgiunte però dalla profondità; non guasta un pizzico di ironia; ma ancor più l’abilità della scrittura. Viene cioè richiesta all’aforista “una profonda padronanza del concetto per riuscire a bilanciare la massima densità sostanziale in un minimo di brevità formale”, oltre ad una sorta di equilibrismo tra leggerezza e sostanza, arguzia e riflessione. Quando riesce, l’aforisma è un “breve accordo armonico che a volte apre a un approfondimento, altre invece, sottile, insinua un dubbio, un ripensamento”.

Non si può che essere d’accordo, senonché il tentativo di raccogliere – suddivisi per argomenti (definizioni di filosofia, tempo, libertà, amore, bellezza, ecc.) – pensieri espressi attraverso modalità così diverse tra loro, non è detto sia semplice e soprattutto che sortisca gli effetti sperati. Anche perché si potrebbe generare una commistione indigesta di stili, dovuta al fatto che si giustappongono aforismi per davvero (scritti con quell’intenzione) e semplici estrapolazioni o citazioni, non sempre limpide o pertinenti.
E’ tuttavia possibile operare una scelta, e decidere se è il caso di calarsi il libro, con le pillole in esso contenute, tutto in una volta (giusto per vedere l’effetto che fa), oppure se spigolare qua e là, di tanto in tanto, un po’ come mandar giù una caramella…

Non ho però potuto esimermi dallo sceglierne alcuni che mi sono piaciuti particolarmente. Ne ho selezionati sei: il primo per profondità, il secondo per il pathos poetico, i successivi tre per l’originalità e la precisione della metafora utilizzata – mentre l’ultimo, quello di Platone, che a rigore non è un aforisma, è però così potente e lapidario da apparire quasi come l’essenza del platonismo in una riga…

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In itinere (idea per un “conte philosophique”)

lunedì 18 maggio 2009

Coming and Going

Non sa da quanto tempo è in cammino, né dove si trova. Da dove viene, dove va – vecchie domande e reminiscenze, questioni che a onor del vero non lo hanno mai granché interessato, e che quindi gli sfuggono. Dacché ha ricordi, però, sa di avere sempre camminato. Certo, non sa dire quale estensione abbiano questi ricordi, né fino a dove di preciso arrivino. E’ proprio la nozione di tempo che ondeggia nella sua testa. Quel che sa è che: ieri era in cammino, ed anche ieri l’altro; ora è in cammino e tutto sta ad indicare che continuerà ad esserlo anche domani.
Le sue gambe si muovono indipendentemente dalla sua volontà. Vanno, procedono, avanzano, seguitano ad andare e… basta. Ma, da quel che può capire, la sua volontà non è affatto contrariata da questo andare. Le piace. Va dove la portano le sue gambe, i suoi piedi, i suoi passi. L’unica variazione (interna) sta nel ritmo del passo: ora breve ora lungo, ora lento ora accelerato, talvolta cauto più spesso deciso, che in alcuni casi diventa una falcata.
C’è poi l’esterno: le linee del paesaggio variano di continuo, anche se poi in verità ogni variazione finisce per tornare e per essere il medesimo. Un cangiare che è il ritorno dell’identico. Forse la varietà del passo è da mettere in relazione a quella del paesaggio. Ma non ne è così sicuro. Preferisce lasciare in sospeso la questione. Del resto non è che si faccia tutte queste domande.

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Ronda su ronda

venerdì 15 maggio 2009

isolaonda

Nella mia consueta selezione bibliotecaria dei libri per ragazzi più interessanti dell’anno precedente, ho avuto la fortuna di intercettare e presentare (e spero utilizzare largamente in futuro) due libri molto particolari, sia per i loro contenuti – specie in termini grafici – che per l’alto significato simbolico che rivestono in questo periodo a dir poco oscuro della nostra storia.

Parto dal primo, L’isola, di Armin Greder, tradotto da Alessandro Baricco, edito da Orecchio Acerbo. Come recita il sottotitolo, è “una storia di tutti i giorni” nella quale ci viene narrato di un naufrago che approda ad un’isola, tramite una zattera di fortuna. Qui viene raccolto (non accolto), grazie all’intermediazione di un pescatore. Lo straniero passa così attraverso il più classico dei calvari: prima recluso in una stalla maleodorante, poi messo ai lavori forzati e infine cacciato senza pietà. Quel che però colpisce di più in questo libro è la tecnica illustrativa, di un impatto che trovo inquietante e, a tratti, sconvolgente: lo straniero viene rappresentato nella sua nudità (l’inerme, la nuda vita); spesso sono i forconi imbracciati da poderosi omaccioni a indicargli il suo destino; la paura suscitata dall’estraneo viene rappresentata attraverso volti deformati dal terrore; infine, l’isola diventa una fortezza dai muri altissimi e insormontabili, dove persino i gabbiani e i cormorani vengono trafitti affinché nessuno possa rilevarne l’esistenza dall’esterno. E di fatti i colori delle tavole sono scuri, cupi, desolanti, così come cupo e desolante è lo stato d’animo degli abitanti, ossessionati dall’altro al punto da immunizzarsi con il risultato di espungere da sé la vita, rendendola grigia ed esangue.
Un libro crudo e spietato, troppo duro, si dirà, per dei ragazzi (anche se spesso si dimentica che la tradizione fiabesca è piuttosto orrorifica). Ma d’altra parte perché nascondere loro una realtà che lo è ancor di più?

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Veniamo al secondo, molto più arioso e poetico, apparentemente di tutt’altro genere, in realtà contiguo per alcuni temi col primo: L’onda, dell’illustratrice coreana Suzy Lee, edito da Corraini.

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Sbocci (o sbocchi?)

martedì 21 aprile 2009

gemme33

Das Wahre ist so der bacchantische Taumel,
an dem kein Glied nicht trunken ist.

(G.W.F. Hegel)

In occasione della sua nomina a rettore dell’università di Friburgo, Martin Heidegger pronunciò un discorso intitolato L’autoaffermazione dell’università tedesca, più noto come Rektoratsrede (Discorso di rettorato), nel quale prendeva ufficialmente posizione in favore del nascente regime nazista. Era il 27 maggio 1933. Non è mia intenzione entrare qui nel merito dell’annosa querelle sul nazismo di Heidegger, su cui molti si sono spesi (in particolare Victor Farias). Dopotutto mi pare sia ormai pacifico che Heidegger era un nazista, anzi direi proprio un nazistone. Può un filosofo essere nazista? – si potrebbe chiedere qualcuno. Evidentemente sì, visto che Heidegger era entrambe le cose. Ma non è una contraddizione in termini essere filosofo e nazista? Boh, non saprei. D’altra parte la filosofia non è mica tutta da tenere: uno degli ultimi scritti di Luciano Parinetto si intitolava proprio Gettare Heidegger, alludendo ironicamente alla categoria heideggeriana dell’essere-gettati o della gettità e invitando ad abbandonare e consegnare all’oblìo il “sito” heideggeriano e il suo gergo a dir poco carnevalesco. I filosofi scelgono di (o se) schierarsi, noi possiamo sempre scegliere quali filosofie “tenere” e quali buttare. E’ vero che prima di buttarle bisogna anche sapere che cosa si butta… E di fatti, nonostante annusassi il nazismo di Heidegger lontano un miglio, mi sono sciroppato a suo tempo il tomone di Sein und Zeit, Che cos’è metafisica? insieme ai vari saggi comparsi in Segnavia, Introduzione alla metafisica, ecc. ecc. E nel tempo mi sono convinto che il nazismo di Heidegger non è una questione esteriore, biografica, ma interna al suo pensiero. Ciò non toglie che si possa anche tentare una cernita, un’opera di separazione del loglio dal grano – ma siamo sicuri che si possa davvero fare?

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Alta quota

lunedì 23 marzo 2009

brucknerNella musica il tempo è fondamentale, si sa. Sia in termini oggettivi (il movimento musicale in sé), sia in termini percettivi e soggettivi. Ho già avuto modo di parlare di Bruckner e del grande respiro che promana dalla sua produzione sinfonica. Avere avuto l’occasione, ieri, di ascoltare la sua Ottava sinfonia – l’ultima compiuta – mi ha dato modo di riflettere ancora su questo fenomeno della relazione temporale.
Bruckner è certo un compositore che si concede tutto il tempo che ci vuole: non a caso l’estensione delle sue sinfonie va crescendo a dismisura. Ma se si trattasse solo di “lunghezza” e di “estensione” sarebbe un dato esteriore e, tutto sommato, non così importante. “Darsi tempo”, in questo caso, significa proprio quel che dice l’espressione: dare a se stessi (e successivamente a chi è in ascolto) tutto il tempo necessario ad esplorare, a scoprire e a creare qualcosa; procedere piano, allargando sempre di più lo sguardo, senza saltare nessun passaggio; tornare magari indietro per raccogliere qualcosa che si era abbandonato o smarrito e riproporlo; fermarsi a riprendere fiato, sostare quanto occorre per ripartire con maggior lena.

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