Posts Tagged ‘migranti’

Migranti di tutti i paesi, unitevi!

mercoledì 30 settembre 2015

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La “questione migranti” (e/o profughi) revoca in dubbio in maniera radicale il senso stesso della comunità politica (sia essa europea, nazionale o transnazionale). Non solo: revoca ognuna delle questioni – politiche, sociali, economiche, antropologiche, etiche, simboliche.
Proverò ad allinearle per sommi capi, in un quadro sintetico e non certo esaustivo. Una sorta di promemoria, di memorandum (o meglio, di contromemorandum).
È però necessaria una premessa volta a sgombrare il campo da un equivoco linguistico (la lingua, com’è noto, non è mai neutra). Distinguere tra profughi e migranti, come se solo i primi fossero investiti da un’emergenza umanitaria, è del tutto insensato: ogni migrante è un pro-fugo, un umano, cioè, che cerca scampo, in fuga da una situazione che percepisce come pericolosa se non mortale per sé e i propri cari – siano esse guerra, scarsità di cibo, avversità climatiche, mancanza di libertà/possibilità. Gli umani sono animali costituenti la propria possibilità di vita – è questo il senso profondo del concetto aristotelico di zôon politikòn – e ogni qualvolta tale possibilità viene chiusa o negata, essi hanno necessità vitale di riappropriarsene – in qualunque altro luogo e modo.
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Benvenuti in Europa, ovvero sul pianeta Terra

sabato 5 settembre 2015

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Lucrose carni

mercoledì 10 giugno 2015

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Ad alcuni umani succede questo.
Nascono, balestrati dal caso e dalla fortuna, in certe terre e/o nazioni anziché in altre.
Vengono trafitti da guerre e miserie, che certo non hanno scelto né sono cadute dal cielo.
Fuggono terrorizzati verso altre terre e/o nazioni e nel corso del viaggio si trasformano in lucrosa carne da trasporto.
Se non crepano per strada o per mare, giungono in queste nuove terre dove subito si trasformano in lucrosa carne da carità e, nel medesimo tempo e luogo, in lucrosa carne politica ed elettorale.
Se hanno superato tutte le precedenti prove, avverrà l’ultima e definitiva metamorfosi: al dio capitale piacendo, diventeranno lucrosa carne da lavoro.

Sub-umani

sabato 9 maggio 2015

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Questa immagine – un bambino ivoriano, in un trolley, a Ceuta – è l’atroce simbolo e la perfetta sintesi del nostro tempo – folle, ingiusto, intollerabile.
Gli umani si spostano da sempre e di continuo. Ma: super-umani lo fanno per piacere, sub-umani lo fanno per necessità.

Piccola avvelenata di Natale – parte prima

martedì 24 dicembre 2013

Io non mi cucio la bocca. Fraternizzo e però alzo la voce.
Figlio di migranti, migrante per sempre nell’anima (anche se privilegiato), so bene che cosa significhi “stare a Sud”. Chi sta a Sud sa anche che qualcun altro sta più a Sud di lui. Sempre. Lo sa bene e non dovrebbe mai dimenticarlo.
E allora alzo la voce. E dico che è una porcheria e che è indegno questo stato (con la minuscola) che si ostina a non chiudere i lager-Cie e a ritenere reato una condizione umana e sociale. Uno “stare a Sud”, appunto. E lo è a maggior ragione, ora che tutte le più alte cariche dello stato (sempre con la minuscola) sono occupate da signorotti del Pd.
E allora auspico che le urla terribili delle bocche cucite (anche di quelle invisibili) devastino la sordità di quelle loro “sinistre” orecchie.
(Tra l’altro se Gesù nascesse oggi nella Fortezza-Europa, verrebbe al mondo in una fabbrica dismessa, in un campo rom o su una nave di “clandestini”. Sarebbe Gesù-bambino-clandestino).

E la nave va

martedì 5 novembre 2013

La nave dei folli_Bosch

Esistono metafore che escono da se stesse, fino ad autosfondarsi per fondare una realtà altra. D’altro canto è la radice stessa del verbo che regge la parola “metafora” ad avere un carattere transeunte ed uscente da sé: metaphero significa “trasporto, trasferisco”, ma anche “cambio, confondo, rivolgo, mi aggiro”. Metaforizzare è andare da un’altra parte – ma non è la parte dove si va quel che conta, quanto piuttosto il portarsi da quella parte, il trasferirsi, l’andare per l’andare, il cambiare di posto – un luogo che è collegato a tutti i luoghi.
Ecco perché i romanzi di Cormac McCarthy, tanto per fare un esempio di un autore che amo molto, pur utilizzando la strada come metafora della vita, finiscono per confondere i piani, e la metafora è la cosa stessa – e d’altro canto la vita è la strada dei viventi così come la strada è la scena essenziale della vita (degli umani in particolare). Ma quel che più conta è che è la vita stessa ad essere metafora di se stessa, poiché si autorappresenta (ed autofonda) come svolgimento, mutazione, movimento, perenne trasferimento di senso da sé a sé. E il senso – così come l’essenziale funzione simbolica della specie umana – funziona proprio così: si tratta in verità di una rete di significati, di simboli, di metafore, dove ogni luogo ed ogni parte richiama l’intero dispositivo (ciò che dis-pone le parti e i luoghi). Ogni cosa è cioè in relazione ad altro, e dunque, paradossalmente, è se stessa solo in quanto significa, allude, transita verso l’alterità. Ogni cosa è metafora ed ogni metafora è cosa.

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Caro Goffredo Guglielmo Leibniz, mi chiedo come ad una mente eccelsa come la tua sia potuta venire in mente una simile sciocchezza…

giovedì 3 ottobre 2013

…quel pensiero, cioè, che ti spinse a scrivere circa tre secoli fa: «Se noi potessimo intendere abbastanza l’ordine dell’universo, troveremmo che esso sorpassa tutti i desideri dei più saggi, e che è impossibile renderlo migliore di quello che è».
Ora, io, dal mio monadicissimo punto di vista (quello stesso che contribuisce all’armonia, alla varietà, alla molteplicità delle prospettive, e che è “specchio vivente, perpetuo, dell’universo”), penso che non solo questo non è il migliore dei mondi possibili (e poco m’importa sapere che non è nemmeno il peggiore o che è-quello-che-è-e-non-può-essere-altrimenti, oppure, a seguire, una qualunque delle solenni e consimili minchiate ontologiche).
E attenzione: non dico questo solo (!) perché un numero imprecisato di umani sono oggi crepati in un atto di infinita cosmica assoluta ingiustizia – per di più nello stesso mare che ha visto la nascita di Nostra signora filosofia (cioè di una delle più belle invenzioni di quella ridicola cosa che è la specie umana). Dopotutto sono innumeri gli esseri che, d’un colpo, sono sorti e tramontati nello spazio di un attimo.
Quel che però so e che sento, è che in questo momento avrei solo voglia di urlare al cielo fino a frantumarlo. E anzi, credo proprio che lo farò. Uscirò in questa cazzo di notte padana, attraverserò il solito campo (quello del tarassaco, delle brume, delle lingue di neve, del primo sole e di tutto quanto di bello c’è, esiste, è – e lo è perennemente, eternamente e maledettamente) e poi urlerò fino a sfinirmi e a sfinire l’intera fibra dell’essere.

Il logos razziale

mercoledì 14 dicembre 2011

vu cumprà – extracomunitari – extraeuropei – clandestini – stranieri – razze – etnie – diversi – negri – di colore – tutti questi albanesi – zingari – nomadi – campi – rubinetti da chiudere – vasche da svuotare – centri di permanenza temporanea – identificazione ed espulsione – rom romeni rumeni – ronde padane – sicurezza – ci stuprano le nostre donne – per mano di ignoti – fuoco – decoro urbano – impronte digitali – schedare – senza permesso – illegali – musulmani che inzuppano la terra – complotto giudaico-massone –  aiutiamoli a casa loro…

La parola filosofica arché evoca, insieme al principio, alla causa, al flusso ed alla fonte originaria delle cose – di tutte le cose – anche il comando, il potere, l’autorità. Avere questo potere significa innanzitutto nominare le cose: potere che si identifica, dunque, con il logos, la parola che è anche ragione. Al principio c’è il logos. Dio nomina le cose creandole, Adamo le ri-crea nominandole a sua volta. Anche nella lingua aramaica l’espressione Avrah KaDabra (da cui probabilmente deriva abracadabra) significa Io creerò come parlo: indica cioè il potere di fare attraverso la facoltà di linguaggio.
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Brucia l’identità

mercoledì 3 agosto 2011

(mentre scrivo queste note, è la brutale realtà a bruciare: esplodono le sacrosante rivolte dei migranti reclusi nei campi di concentramento a Bari e a Capo Rizzuto, o quelle dei neoschiavi di Nardò; contemporaneamente altri muoiono soffocati nei campi galleggianti che fanno la spola tra una sponda e l’altra del Mediterraneo)

Noto con un misto di rammarico, stupore – e però anche, devo confessarlo, con una punta di eccitazione intellettuale -, che nulla come le radicali critiche alle identità, la loro revoca in dubbio, suscita reazioni altrettanto viscerali. Su questo blog in genere si discute pacatamente, anche quando non si è d’accordo, senza mai strillare. Le uniche volte in cui i toni si sono davvero accesi, andando sopra le righe, si è trattato di questioni identitarie: era successo qualche tempo fa con la “questione maschile” (ho addirittura dovuto chiudere ai commenti i 2 post, cosa mai successa); è capitato di nuovo, anche se in maniera più circoscritta, con la questione del “multiculturalismo” o del “meticciato” dopo i fatti di Norvegia.
Questi due episodi possono anche non indicare nulla (e del resto questo blog è piccola cosa nel mare magnum delle discussioni in rete), e tuttavia mi fanno sospettare che il concetto di identità sia un nervo scoperto, qualcosa che brucia e che tocca sensibilità profonde. Anche, se non soprattutto, quando non riguarda (almeno apparentemente) la propria ma quella altrui – poiché è sempre l’alterità ciò che insinua dubbi, come se il volto dell’altro restituisse un’immagine diversa di sé. Se n’è già discusso in altre occasioni, soprattutto in riferimento all’interminabile riflessione sulla natura umana, ma credo occorra ritornarci.
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Metafore idrauliche

mercoledì 6 aprile 2011

Mentre il brutale linguaggio della politica conia metafore ciniche e crudeli, parla di “rubinetti da chiudere” e di “vasche da svuotare” – i corpi privi di vita dei migranti (delle persone migranti, cioè di esseri umani senza altra qualifica) emergono dalle acque del Mediterraneo. Ed è l’unica vera emergenza.