Posts Tagged ‘migranti’

Metafore idrauliche

mercoledì 6 aprile 2011

Mentre il brutale linguaggio della politica conia metafore ciniche e crudeli, parla di “rubinetti da chiudere” e di “vasche da svuotare” – i corpi privi di vita dei migranti (delle persone migranti, cioè di esseri umani senza altra qualifica) emergono dalle acque del Mediterraneo. Ed è l’unica vera emergenza.

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Retropensieri

giovedì 31 marzo 2011

Esiste un nazismo linguistico, prima ancora di una generica violenza verbale, una mentalità cioè ben installata nella testa e nel retropensiero che informa gesti, azioni, parole.
Del discorso lampedusano di Berlusconi di ieri non mi ha colpito il qualunquismo (nel senso del Cetto di Antonio Albanese, per sua stessa ammissione ampiamente superato dalla realtà), ma quel nazismo inconscio e però costitutivo.
Quando ho sentito dire che l’isola di Lampedusa doveva essere “liberata”, “svuotata”, “ripulita”, il mio pensiero è corso inevitabilmente al motto “Pulizia e salute” che stava alle porte di Mauthausen. Non è l’Italietta cialtrona di Cetto Laqualunque, ma quel riferimento igienico-immunitario a mettere davvero i brividi: esso rivela il retropensiero nazista del berlusconismo, con quella sua caduta tipica di ogni diaframma tra linguaggio politico e linguaggio biologico (in verità, con la caduta di ogni diaframma tra ragione e istinto).
Immunitarismo confermato, se anche ce ne fosse bisogno, da quel teatrale “sono anch’io lampedusano” – e gli altri, come icasticamente detto da Bossi,  “föra di ball”: non è un caso che nel nazileghismo Berlusconi abbia trovato il perfetto alleato ideologico, oltre che pratico-politico. Salvo però essere lampedusano e “comunitario” a modo suo: con una casa (magari abusiva) da qualche milione di euro!
E poi, una volta ripulita l’isola, ci si può anche fare un bel campo da golf (e chissà, magari – ma solo in seconda battuta – persino una scuola…).

Cazzo d’Occidente!

martedì 29 marzo 2011

Mi si perdoni il turpiloquio, ma talvolta è più efficace di certe ampollose argomentazioni. E allora veniamo subito al fatto. I migranti che provengono dal Maghreb in fiamme stanno approdando a Lampedusa. Non capisco però una cosa: Lampedusa non sta nelle isole Pelagie che stanno in Sicilia che sta in Italia che sta in Europa che sta in Occidente? Dunque: qualche migliaio di disperati (non: maghrebini, tunisini, eritrei, libici…; ma: esseri umani, fino a prova contraria), sta mettendo in crisi l’opulento-supponente Occidente?
Dal disastro di Katrina a quello di Fukushima agli sbarchi nel Mediterraneo: stessa insipienza, paralisi, impotenza del potere, che sembra usare ed abusare delle crisi. Ma com’è che quando c’è da bombardare, questo cazzo d’Occidente si mostra invece efficientissimo?

Le ceneri di Bologna

lunedì 2 agosto 2010

Non avevo ancora compiuto diciott’anni il 2 agosto 1980.
Sto faticosamente cercando in questi giorni di rivivere il clima di quel periodo della mia vita. Da quel che posso ricordare, oltre al dolore e allo sconcerto nell’immediato, si trattò in ultima analisi di una sorta di iniziazione traumatica alla storia: ecco, forse la strage di Bologna (e più in generale i fatti di quei mesi) significarono per me il definitivo abbandono dell’epoca d’oro dell’infanzia e l’ingresso nell’età adulta.
La memoria è un meccanismo complicato, ben lontano dall’essere stato indagato a fondo: ci sono scomparti vivi e altri impolverati, alcuni rimossi e altri ancora vuoti o che non sono nemmeno stati registrati. E però nemmeno questo modo di intenderla funziona: essa è, per certi aspetti, un organismo vivente che concresce con la nostra biografia, e, come ogni bios, è selettiva, assorbe alcune cose, altre le scarta, ma soprattutto le stratifica e rimescola e confonde di continuo. Fino a  diventare un mostro deforme.
Se dunque tale deformità (che è sempre una difformità dall’esperire originale – che pure era già un  interpretare – e dunque una sua continua reinterpretazione) non ha ancora stravolto quella zona del ricordo, il 2 agosto di trent’anni fa, quando dalla radio appresi che “una caldaia era esplosa nella stazione di Bologna”, il mio pensiero corse ai miei genitori e a mio fratello partiti il giorno prima per la Sicilia, con uno di quei treni estivi stipati di migranti di ritorno, bambini e valigie, in una babele di voci, accenti e dialetti. Proletari inurbati di recente che tornavano al paese.

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giovedì 17 giugno 2010

Controstoria a Lercara Friddi

sabato 8 maggio 2010

“…la rassegnazione dei poveri pare dovesse durare eterna. Ma il 18 giugno, un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, un «caruso» che lavorava nella miniera, venne schiacciato da un masso caduto dalla volta di una galleria, e morì. E’ un fatto frequente: anche il padre del morto aveva avuto la gamba schiacciata da una frana, nella zolfatara. Alla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata; e ai cinquecento minatori venne tolta un’ora di paga, quella in cui avevano sospeso il lavoro per liberarlo dal masso e portarlo, dal fondo della zolfara, alla luce. Il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò”.

Quella riportata sopra è una pagina tratta da Le parole sono pietre di Carlo Levi, libro-raccolta in cui l’autore di Cristo si è fermato a Eboli narra dei suoi tre viaggi nella Sicilia dei primi anni ’50, e che Einaudi ha recentemente ripubblicato, con un’operazione intelligente sia dal punto di vista storico che editoriale, in vista anche di questi tanto sbandierati festeggiamenti per i 150 anni dell’unità di Italia.
(A tal proposito mi piacerebbe celebrare a modo mio l’anniversario, con una bella controstoria, ma l’impresa non è da poco e non avrei né le energie, e nemmeno le competenze, per farlo; certo è che ne approfitterò – tutte le volte che se ne presenterà l’occasione – per aprire finestre scomode su questa storia, magari andando a frugare nelle zone rimosse o “marginali”, lungo i vicoli ciechi, tra i residui e le scorie, nei sottoscala e nei sotterranei dove stazionano o vagano i “vinti” e gli eterni perdenti.)

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Scostituzione srepubblicana

sabato 24 aprile 2010

(1) L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Precario, flessibile, malpagato, sfruttato, alienato, parcellizzato, screditato, ricattato, infortunato, ucciso, evaporato…

(2) La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.
Come no? Aprendo campi di concentramento graziosamente nominati Cpt o Cie.

(3) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.
(risate scomposte e prolungate…)

(7) Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
Peccato che la seconda, con la scusa della “sovranità morale”, finisca sempre per allargarsi e tracimare (che poi, di questi tempi, è una sovranità piuttosto screditata…)

(9) La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Com’è dimostrato dallo stato della ricerca scientifica in questo paese e della grande stima di cui gli uomini e le donne di cultura godono, specie se paragonata a quella di soubrettes e calciatori.

(9) Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Sempre al primo posto nei pensieri di tutte le amministrazioni degli ultimi 50 anni…

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I dannati della terra

sabato 9 gennaio 2010

Dal momento che si vieta la contro-violenza agli oppressi, poco importa che si muovano dolci rimproveri agli oppressori (del tipo: equiparate dunque i salari o, almeno, fate un gesto; un po’ di giustizia, per favore!)” – così Sartre nel 1965.

Come può uno stato degno di questo nome pretendere per sé il monopolio assoluto della forza, se poi non riesce a garantire pari diritti, legalità, sicurezza a tutti i suoi cittadini – e soprattutto a quei non-cittadini, quelle nude vite, che sono per loro natura i meno garantiti, i più violabili, i più esposti alla violenza e all’oppressione?

Tanto più che non c’è quasi articolo della dichiarazione universale dei diritti umani che non sia stato violato; il fondamento della nostra costituzione repubblicana distrutto; il volto della democrazia e della civiltà irrimediabilmente deturpato.

Nei fatti di Rosarno di questi giorni (e delle Rosarno  sparse un po’ ovunque, reali e potenziali) emergono tutti i nodi cruciali della nostra epoca relativi ai diritti, all’esistenza, alla vita, al lavoro, alla dignità, alla cittadinanza, al rapporto con la terra e le risorse, al consumo, alla sussistenza, alle ingiustizie, alla libertà e all’eguaglianza di tutti gli esseri umani. Se non verranno affrontati e risolti quei nodi, le Rosarno del pianeta diventeranno migliaia e finiranno per metterlo a ferro e fuoco.

E nessuno può chiamarsi fuori a nessun livello: il governo (criminale e razzista, nel linguaggio, negli atti, nel suo stesso dna), l’opposizione, il sistema informativo, i sindacati, i movimenti, i cittadini di Rosarno governati dalla mafia (spiace per i rosarnesi solidali, che certo ci sono), tutti noi cittadini normali, noi che compriamo al mercato le arance e le verdure raccolte dagli schiavi e dai “negri”…

Ma chi è violato nella sua dignità ed essenza umana e non ha nessuna garanzia di essere tutelato, ha il diritto assoluto di ribellarsi, senza se e senza ma.

Discuteremo domani se le jacqueries non portano da nessuna parte, sono controproducenti e suscitano altro razzismo. Se sono forme deviate e perdenti di lotta di classe. Se è violenza che porta altra violenza. Se, se, se…

Domani. Oggi non voglio sentire altre ragioni: sto dalla parte dei “negri” e degli schiavi che affermano il loro elementare diritto ad esistere.

Trinacriablog – 6. Stordimenti

martedì 25 agosto 2009

26.Caltagironemigranti eritrei sopravvissuti

Ho appreso la notizia della colpevole e programmata distruzione di 73 vite umane da parte di un’inedita alleanza criminale di vari stati mediterranei (tra cui il “nostro”), con la complicità del cinismo imperante, di mattina presto, mentre ero in viaggio verso Caltagirone. Attorno a me paesaggi trasognati e meravigliosi, mentre dalla radio colavano impietose quelle notizie, riguardanti una tragedia che si era oltretutto consumata nel tratto di mare verso cui ero diretto.
(Trentasei ore dopo avrei sostato di fronte a quel mare, intrico quant’altri mai di una millenaria storia di scambi e relazioni. Culla di mille civiltà. Oggi della più crudele e fetida delle inciviltà).
Ascoltavo, piangevo e mi guardavo attorno. Sgomento e impotenza accanto alla bellezza e alla gioia. Una lacerazione intollerabile che produceva una sorta di stordimento.
Arrivato a Caltagirone, a quelle sensazioni si è aggiunto lo “stordimento verticale” – quell’ossessivo guardare in alto, e poi in ogni direzione, che ad un certo punto diventa un non saper più dove posare lo sguardo – che le città siciliane, specie quelle intrise di barocco, inducono nel visitatore.
Caltagirone è un gioiello e un vertice di bellezza; quelle vite provenienti dalla martoriata Eritrea non sono più – e io rimango sempre più preda dello stordimento.

Ronda su ronda

venerdì 15 maggio 2009

isolaonda

Nella mia consueta selezione bibliotecaria dei libri per ragazzi più interessanti dell’anno precedente, ho avuto la fortuna di intercettare e presentare (e spero utilizzare largamente in futuro) due libri molto particolari, sia per i loro contenuti – specie in termini grafici – che per l’alto significato simbolico che rivestono in questo periodo a dir poco oscuro della nostra storia.

Parto dal primo, L’isola, di Armin Greder, tradotto da Alessandro Baricco, edito da Orecchio Acerbo. Come recita il sottotitolo, è “una storia di tutti i giorni” nella quale ci viene narrato di un naufrago che approda ad un’isola, tramite una zattera di fortuna. Qui viene raccolto (non accolto), grazie all’intermediazione di un pescatore. Lo straniero passa così attraverso il più classico dei calvari: prima recluso in una stalla maleodorante, poi messo ai lavori forzati e infine cacciato senza pietà. Quel che però colpisce di più in questo libro è la tecnica illustrativa, di un impatto che trovo inquietante e, a tratti, sconvolgente: lo straniero viene rappresentato nella sua nudità (l’inerme, la nuda vita); spesso sono i forconi imbracciati da poderosi omaccioni a indicargli il suo destino; la paura suscitata dall’estraneo viene rappresentata attraverso volti deformati dal terrore; infine, l’isola diventa una fortezza dai muri altissimi e insormontabili, dove persino i gabbiani e i cormorani vengono trafitti affinché nessuno possa rilevarne l’esistenza dall’esterno. E di fatti i colori delle tavole sono scuri, cupi, desolanti, così come cupo e desolante è lo stato d’animo degli abitanti, ossessionati dall’altro al punto da immunizzarsi con il risultato di espungere da sé la vita, rendendola grigia ed esangue.
Un libro crudo e spietato, troppo duro, si dirà, per dei ragazzi (anche se spesso si dimentica che la tradizione fiabesca è piuttosto orrorifica). Ma d’altra parte perché nascondere loro una realtà che lo è ancor di più?

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Veniamo al secondo, molto più arioso e poetico, apparentemente di tutt’altro genere, in realtà contiguo per alcuni temi col primo: L’onda, dell’illustratrice coreana Suzy Lee, edito da Corraini.

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