Posts Tagged ‘migrazioni’

Il volto e il corpo dell’altro – 2. Stranieri, xenìa e homo migrans

martedì 22 novembre 2016

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“Straniero” è parola che viene dal latino extraneus, che sta per esterno, esteriore, di altri. Medesima origine ha l’aggettivo “strano” (che invece in latino era reso dalla parola novus, nel significato di insolito) – convergenza ed assonanza che dovrebbe far riflettere.
Lo straniero è così ciò che sta fuori dei confini (familiari, nazionali, etnici, culturali, linguistici, ecc.) e che è affetto da stranezza, diversità, non familiarità. È l’estraneo che provoca turbamento.
I greci avevano invece coniato una parola – “barbaro” – che definiva lo straniero come colui che non parla la lingua greca, che letteralmente “balbetta” (bàrbaros è parola onomatopeica).
Molto diverso – e altrettanto interessante – il significato della parola greca xénos, che sta sì a designare l’altro-straniero (addirittura il nemico, come in Omero), ma con sfumature molto ampie che ricomprendono anche la figura dell’ospite: xenìa indica infatti il vincolo di reciproca ospitalità. Quasi che in questa parola si accenni alla condizione universale di estraneità che può colpire in qualsiasi momento gli umani costretti a lasciare, per qualsiasi ragione, la loro casa, la loro terra, il loro paese, e che trovano confortante l’idea che da qualche parte ci sia uno straniero-ospite pronto ad accoglierlo (molto interessante a tal proposito l’ambivalenza della parola “ospite”, che indica sia il soggetto che ospita che quello ospitato).

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Migranti di tutti i paesi, unitevi!

mercoledì 30 settembre 2015

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La “questione migranti” (e/o profughi) revoca in dubbio in maniera radicale il senso stesso della comunità politica (sia essa europea, nazionale o transnazionale). Non solo: revoca ognuna delle questioni – politiche, sociali, economiche, antropologiche, etiche, simboliche.
Proverò ad allinearle per sommi capi, in un quadro sintetico e non certo esaustivo. Una sorta di promemoria, di memorandum (o meglio, di contromemorandum).
È però necessaria una premessa volta a sgombrare il campo da un equivoco linguistico (la lingua, com’è noto, non è mai neutra). Distinguere tra profughi e migranti, come se solo i primi fossero investiti da un’emergenza umanitaria, è del tutto insensato: ogni migrante è un pro-fugo, un umano, cioè, che cerca scampo, in fuga da una situazione che percepisce come pericolosa se non mortale per sé e i propri cari – siano esse guerra, scarsità di cibo, avversità climatiche, mancanza di libertà/possibilità. Gli umani sono animali costituenti la propria possibilità di vita – è questo il senso profondo del concetto aristotelico di zôon politikòn – e ogni qualvolta tale possibilità viene chiusa o negata, essi hanno necessità vitale di riappropriarsene – in qualunque altro luogo e modo.
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Trinacriablog – 6. Stordimenti

martedì 25 agosto 2009

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Ho appreso la notizia della colpevole e programmata distruzione di 73 vite umane da parte di un’inedita alleanza criminale di vari stati mediterranei (tra cui il “nostro”), con la complicità del cinismo imperante, di mattina presto, mentre ero in viaggio verso Caltagirone. Attorno a me paesaggi trasognati e meravigliosi, mentre dalla radio colavano impietose quelle notizie, riguardanti una tragedia che si era oltretutto consumata nel tratto di mare verso cui ero diretto.
(Trentasei ore dopo avrei sostato di fronte a quel mare, intrico quant’altri mai di una millenaria storia di scambi e relazioni. Culla di mille civiltà. Oggi della più crudele e fetida delle inciviltà).
Ascoltavo, piangevo e mi guardavo attorno. Sgomento e impotenza accanto alla bellezza e alla gioia. Una lacerazione intollerabile che produceva una sorta di stordimento.
Arrivato a Caltagirone, a quelle sensazioni si è aggiunto lo “stordimento verticale” – quell’ossessivo guardare in alto, e poi in ogni direzione, che ad un certo punto diventa un non saper più dove posare lo sguardo – che le città siciliane, specie quelle intrise di barocco, inducono nel visitatore.
Caltagirone è un gioiello e un vertice di bellezza; quelle vite provenienti dalla martoriata Eritrea non sono più – e io rimango sempre più preda dello stordimento.

ANCHE OGGI E’ PREPARATO UN MALE…

sabato 17 maggio 2008

E’ preparato un bene e un male

Mi tocca tornare sull’argomento, a costo di risultare ossessivo – ma debbo constatare che ad essere ossessionati sono in parecchi in questi lugubri giorni. Del resto non mi sentivo così dalla Prima guerra del Golfo. Nemmeno durante il G8 di Genova ero così sconvolto e preoccupato, forse perché lì eravamo in tanti. E c’erano delle prospettive: un altro mondo è possibile… Era solo qualche estate fa. Certo, quel che provo dev’essere anche l’effetto della totale impotenza di fronte a quel che va accadendo. Persino, se non soprattutto, nella quotidianità spicciola si avverte questo clima soffocante. Sarà che le mie antenne sono più sensibili del solito…

Primo episodio. La scorsa settimana sono intervenuto in una discussione tra ragazzi in biblioteca. Vengo a sapere che qualche giorno prima un ragazzino pakistano bersaglio di continui motteggi razzisti da parte di altri ragazzini aveva reagito dando a uno di questi un cazzotto. Quello colpito, faccia da bravo ragazzo, tredici anni, mi dice allora rancoroso e testuale: “‘sti albanesi (!) vanno tutti cacciati e sterminati”. Lo redarguisco, anche un po’ rudemente (così come poi farò col ragazzino pakistano, meno rudemente in verità), senza stupirmi più di tanto: non sono forse delle spugne i bambini?

Secondo episodio. Domenica mattina di buon’ora mentre vado a prendere il treno incrocio due vecchi per strada che stanno discutendo animatamente. Uno dei due dice all’altro, che non batte ciglio, “bisogna bruciarli”. Non c’è bisogno di dire di chi stessero parlando.

Terzo episodio. Una mia cugina “terrona” un po’ psicopatica già dieci anni fa votava convintissima Lega, e proclamava pubblicamente di voler mandare “nei forni tutti ‘sti negri”. Non oso immaginare quali colorite espressioni utilizzi oggi. Mi dicono però che un bel po’ di terroni e di ceto popolare ha votato lega. Non ho mai avuto il culto del “popolo”, e tuttavia mi chiedo: ma che razza di popolo è questo?

Quarto ed ultimo. Il mio amico marocchino Ayache, italianissimo e integratissimo, imbianchino laureato con moglie laureanda (la quale ha dovuto rilaurearsi visto che la laurea di Casablanca era solo un pezzo di carta, e così adesso sarà due volte dottoressa…), dicevo: il mio amico Ayache è sempre stato un po’ “razzista” nei confronti dei suoi connazionali, che reputava troppo “esotici” (o arretrati o zotici), e in qualche modo “gli facevano fare brutta figura”. Così ha sempre preferito frequentare gli italiani piuttosto che i “paesani”. L’altro giorno mi dice che non è poi più così convinto di voler rimanere qui in Italia…

Proprio in questi giorni “festeggio” il mio decennale da bibliotecario. Francamente non vedo che cosa ci sia da festeggiare. A maggior ragione se penso che negli ultimi dieci anni mi sono battuto, nel mio piccolo, per promuovere la cultura: e cioè la conoscenza, la bellezza, la pace, il dialogo e il rispetto. A che cosa è servito?

(p.s. Questo pezzo doveva inizialmente intitolarsi Pessimi segnali dai nuovi barbari (e io ho paura), mettendo insieme tre titoli di libri di noti scrittori italiani. Col che intendevo chiedermi: ma dove diavolo sono finiti gli “intellettuali” di fronte a quel che sta accadendo? hanno perso la parola? non è forse il loro, il silenzio più colpevole e assordante di tutti?)

(p.p.s. Ad ogni modo, questa serà sarò ugualmente felice di festeggiare con le amiche e gli amici all’Auditorium di Rescaldina, dopo lo spettacolo teatrale di Francesco Campanoni…).

vignetta di Vauro, comparsa sul Manifesto del 16.05.2008

LA PARTE MIGLIORE DEL PAESE

giovedì 1 maggio 2008

Di solito detesto i comizi. Stare ad ascoltare uno che arringa le folle, le galvanizza, le ammansisce o le incita, le lusinga, le adula. Certo, se ne può ammirare la capacità retorica, dopo tutto si tratta
dell’antica e raffinatissima arte della persuasione, nata nella Grecia classica dei sofisti. Ma normalmente i capipopolo mi infastidiscono e tendo subito a scostarmene.
Eppure oggi, durante la Mayday dei lavoratori precari, a Milano, mi sono sorbito più che volentieri una serie di brevi comizi proclamati e talvolta urlati dal carro dei cittadini immigrati.

(A tal proposito mi impegnerò, ed invito tutti a farlo, ad utilizzare d’ora in poi l’espressione “cittadini” accompagnata a migranti o immigrati).

Donne peruviane o arabe, uomini africani o pakistani, badanti, manovali, operai, hanno rivendicato il diritto ad essere cittadini a tutti gli effetti, parte importante e cosciente della nazione dove si trovano a vivere e lavorare.
Hanno preso la voce e sono usciti dal silenzio e dall’invisibilità.

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IL MATERIALE E IL SIMBOLICO (produci, desidera, consuma, arricchisciti, odia – tanto poi crepi lo stesso…)

sabato 19 aprile 2008

Ho assistito qualche sera fa ad una conferenza tenuta da Renato Curcio, sul tema dell’azienda totale, con una particolare attenzione allo sfruttamento nella grande distribuzione e alla condizione del lavoro migrante.
Non era la prima volta che ascoltavo i resoconti della sua recente attività di ricerca, interessante soprattutto perché fatta sul campo, partendo dalla voce dei soggetti implicati – in questo caso i lavoratori e i migranti. Il titolo dell’incontro era piuttosto evocativo, visto che si parlava di dannati del lavoro, con un riferimento esplicito a Frantz Fanon e alla sua radicale critica anticoloniale.
Mentre stavo ad ascoltare, molto lateralmente e senza intervenire nel dibattito, mi venivano in mente alcune suggestioni su quanto sta accadendo in questo paese, esplicitato anche dalla recente tornata elettorale. Avevo soprattutto un bisogno impellente di riflettere a freddo.

La prima riflessione che ho cercato di mettere a fuoco riguardava l’intreccio tra base materiale e livello simbolico del disagio che ha riguardato la condotta elettorale di buona parte dei cittadini italiani: l’effettivo impoverimento di determinati strati sociali (con, però, il parallelo arricchimento di altri strati, per quanto più piccoli, fenomeno questo messo in ombra), e l’impressione abnorme di paura e insicurezza (a tal proposito credo che la vera campagna elettorale l’abbiano fatta per due anni i mass-media). Il materiale e il simbolico, appunto.

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MILANO DAGLI IRTI COLLI

venerdì 4 aprile 2008

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La potenza della metafora poetica, fa immaginare ad Alda Merini in una sua bellissima poesia una “Milano dagli irti colli”. Sempre nella stessa poesia la città gran lavoratrice e (così si diceva un tempo) illuminista, viene descritta come “Donna altera e sanguigna / con due mammelle amorose / pronte a sfamare i popoli del mondo”.
Ora, non ho potuto evitare di stabilire una serie di nessi tra questa poesia, la candidatura ad ospitare l’Expo nel 2015, e lo sport più praticato in città di questi tempi, cioè la caccia permanente agli zingari lungo le strade, i cavalcavia e le aree dismesse delle sue periferie deindustrializzate (la grande torta che gli affaristi sono pronti a spartirsi). Ironia della sorte, il tema dell’Expo sarà proprio “Nutrire il pianeta” (i popoli del mondo di cui parla la poetessa).

Mentre i poeti cantano l’umana (e urbana) grandezza dell’accoglienza, i filosofi delirano: leggo infatti in un’intervista del Corriere della sera di qualche giorno fa, che Giovanni Reale, esimio storico della filosofia antica e studioso di Platone, non si esime però dal dire una serie di immani cazzate sui Rom: “abbiamo concesso troppo a questi Rom… penso che con loro non ci sia alcuna possibilità di communicatio idiomatum: come si può instaurare un rapporto se non c’è un’identità precisa nell’altro, una volontà e una capacità di autodarsi una struttura?”. Ma poco dopo si capisce perché il sapientone ce l’ha così tanto a morte con i “destrutturati” incomunicanti: una volta due zingarelle gli volevano rubare il portafogli… ‘azzo, mi verrebbe da rispondere, che stupefacente induzione logico-filosofica quella che parte da un microepisodio personale per teorizzare nientemeno che sui caratteri ontologici e antropologici di un popolo e di una cultura! E questo sarebbe un “maestro e donno” di vita e di filosofia?

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IL CIMITERO DI VENDICARI

martedì 30 ottobre 2007

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“Finché ci sarà un altrove dove poter condurre un’esistenza, ci saranno dita celestiali puntate contro di me”.

(Coetzee, Nel cuore del paese).

Sono stato quest’estate per la prima volta a Vendicari (si pronuncia Vendìcari, l’accento cade sulla i della seconda sillaba). E’ un’oasi naturale protetta, lungo la costa a sud di Siracusa, con tratti incontaminati, pantani e stagni, zone di riproduzione di volatili talvolta rari, meravigliose distese di mirto, palme nane, timo, macchia mediterranea. Di tanto in tanto lungo la costa rocciosa si aprono cale sabbiose (come quella di Calamosca) con acqua turchese limpidissima, dove fare il bagno dopo aver camminato per ore sotto il sole cocente e senza il refrigerio dell’ombra, è come bere acqua dopo avere attraversato il deserto. Un’esperienza paradisiaca. Vendicari è un paradiso, una zona di miraggi e di puro godimento della bellezza della vita e della natura. Ci si sente felici di esistere e di avere quelle cose sotto gli occhi, quei profumi nelle narici, quella brezza e quel sale sulla pelle, come non accade in nessun altro luogo.

Ma Vendicari può anche diventare il confine tragico contro cui si infrangono i sogni di riscatto di alcune porzioni dell’umanità mediterranea, gruppi di umani che hanno avuto la sfortuna di essere casualmente nati dall’altra parte del mare, su coste e terre impoverite e ferite da guerra, miseria e disperazione. Genti che hanno il diritto alla fuga, all’accoglienza e – loro sì – a vivere in sicurezza. Genti che hanno anche il diritto a godere della bellezza di posti come questi. Dove tutto afferma vita, e da dove la morte dovrebbe stare lontana.

IL VOLTO (ancora sulla memoria, ancora sui migranti)

sabato 13 ottobre 2007

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Prologo. Secondo il filosofo Emmanuel Levinas, “noi chiamiamo volto (visage) il modo in cui si presenta l’Altro”. Il volto, che vive biblicamente nel povero, nello straniero, nella vedova e nell’orfano, e che porta scritto in se stesso il comandamento “non uccidere”, ha un’esplicita valenza etica, anzi rappresenta la struttura di ogni eticità possibile. “Il volto mi chiede e mi ordina. La parola Io significa eccomi. Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo”. Il volto è anche la fragile esposizione all’altro che ne diventa in qualche modo responsabile, il consegnarsi, spesso inerme, alla sua pietas. E’ difficile guardare in faccia il nemico che si uccide, talvolta intollerabile.

Qualche giorno fa ho ricordato un episodio capitatomi al mio arrivo in Sicilia lo scorso 10 agosto. Lo avevo completamente rimosso per due lunghi mesi e poi, all’improvviso, attraverso una di quelle misteriose catene associative tramite cui talvolta la nostra memoria si attiva, mi è “tornato alla mente”. In realtà era catalogato da qualche parte, racchiuso in qualche sinapsi o neurone dormiente che poi si è improvvisamente rianimato. Ma veniamo all’episodio. Sto per prendere il treno che da Messina mi porterà al mio paese sui Nebrodi, e dopo l’aereo, l’autobus, la nave e il tram l’ennesimo trasbordo nella calura agostana sta cominciando a fiaccarmi. Sono però felice per il mio arrivo, per il mare, per il sole, per l’aria, i profumi. Ma non sto a farla lunga. Sulla banchina della stazione mi avvicina una donna straniera, dai tratti sembra asiatica, forse indiana o pachistana, sulla cinquantina, e mi chiede un’informazione sul treno. Io le rispondo, ma poi capisco che non le basta, che vuole qualcos’altro da me. In verità sono un po’ infastidito, avrei voluto godermi in perfetta solitudine il momento dell’approdo, dell’arrivo. Sono molto geloso quando celebro i miei riti. E forse c’è anche dell’altro che non sto a indagare, magari quella melma fastidiosa che ribolle nel nostro basso ventre quando si è avvicinati da un estraneo, per di più così tanto estraneo…

Alla fine lei capisce che non intendo molto starla a sentire e, pur seguendomi nello stesso vagone, si siede nell’altra fila di sedie. Ma dopo l’incrociarsi fugace di qualche sguardo, alla fine decido che la mia dorata solitudine protosicula può anche andare al diavolo, e a maggior ragione l’eventuale irrazionale e ancestrale diffidenza. La invito a sedersi di fronte a me e cominciamo a parlare. Poche parole, in verità, conosce pochissimo l’italiano. Ma al di là della storia frammentata che le mie orecchie ascoltano (la solita storia di sfruttamenti, profittatori, bastardi che promettono, illudono e nè mantengono né pagano, naturalmente italianissimi), sono il suo volto e i suoi gesti che mi colpiscono profondamente. Il suo sguardo impaurito e implorante, le mani insicure, quel fremere di tutto il corpo, le sue lacrime discrete. Stava andando, qualche stazione dopo la mia, a trovare un amico – un “paesano” – che forse avrebbe potuto lenire la sua sofferenza e la sua disperazione. O magari si sarebbe rivelato l’ennesimo bastardo profittatore. Ho realizzato che quella donna, quel volto erano disperatamente soli, persi nel nulla, e invocavano aiuto. Poi, rinfrancatasi un momento, su mia sollecitazione comincia a raccontarmi della sua famiglia in India, dei suoi figli più che ventenni, del villaggio, di quanto le manchino. Anche qui, poche frasi smozzicate, e i suoi occhi e la sua bocca che cercano di tendersi in un sorriso, senza molta convinzione. Poi mi preparo a scendere, è arrivata la mia stazione, la saluto con tutto il calore che mi è possibile per le circostanze augurandole buona fortuna.

Il volto di quella donna mi ha devastato in quell’attimo durato poco più di un’ora, per poi sparire per due mesi e infine riaffiorare misteriosamente dall’oblio. Ecco perché ho deciso, affinché non rischiasse di tornare per sempre nel nulla, di fissarlo nella scrittura. Poca cosa, certo. Poca cosa…

foto di FotoCollasso

FECCIA MIGRANTE

sabato 6 ottobre 2007

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Mi verrebbe da dire che solo chi è stato a suo tempo migrante può capire, immedesimarsi, penetrare in quegli spiriti e in quei corpi ondeggianti, stipati, fragili, insicuri, spesso sfruttati e schiavizzati, talvolta sconfitti e spezzati. Ma: 1) purtroppo succede che talvolta la memoria diventi corta, anzi cortissima, sommersa magari dallo scintillìo dei beni di consumo; 2) e poi, la sympàtheia, quella conformità del sentire, quella vibrazione concorde, quel sentire e soffrire insieme, sentire all’unisono – un sentimento profondamente filosofico, che è un con-essere, un con-esistere, un con-vivere senza del quale si è perduti –, ebbene non sempre si attiva.

Gianni Biondillo nel suo ultimo romanzo, Il giovane sbirro, ha scritto una pagina straordinaria di sympàtheia che non posso non riportare per intero:

“C’era tutto il mondo in quelle file. Peruviani, magrebini, nigeriani, rumeni, ecuadoriani, cinesi, brasiliani, bulgari, senegalesi, pakistani. Tutto il mondo che premeva da anni alle porte dell’Italia e l’Italia che li raccoglieva a mazzi, senza un ordine logico, un po’ li distribuiva nelle cave di pietra, nei cantieri, nei campi di pomodoro, nelle fabbriche abusive, negli allevamenti di bestiame, per quattro soldi, senza sicurezza alcuna, lasciandoli dormire in stamberghe esattamente come era capitato due generazioni prima agli stessi italiani in giro per il mondo, additati a portatori di peste, di malattie, di degenerazioni umane e sociali, diffusori di fanatismo religioso, mangiacipolle, mangiaglio, mangiapeperoncino, puzzolenti delinquenti, assassini, accoltellatori, stupratori. E ora finalmente l’Italia si vendicava, ora che i soldi non venivano più dalle rimesse degli emigranti nelle Americhe, ora che ci si fregiava di essere una delle otto nazioni più ricche del mondo, finalmente poteva, da popolo sfruttato, diventare popolo sfruttatore, indice vero di ricchezza libertaria. Ed in fondo perché dimenticarlo? Forse che gli antichi filosofi ateniesi non avevano gli schiavi? Forse che i fondatori della carta costituzionale americana non avevano gli schiavi? Forse che la democrazia, perché funzioni come un grazioso carillon, non ha bisogno di nascondere sotto il tappeto tutta la sporcizia? Ed ecco, il-giovane-sbirro.jpgliberatorio, purgante quasi, finalmente giunto il momento di dare a qualcun altro l’epiteto di mangiacipolle, di stupratore, di fanatico religioso. Liberarsi dal sé, elevarsi a divinità. Prima che la marea – fatta di miliardi di delinquenti stupratori mangiacipolle – pressante fuori dalle porte del nostro giardino, con tutta la sua volgarità, distrugga lo steccato e tracimi definitivamente, in quel prato così ben rasato dal nostro amabile giardiniere filippino, che lui è come uno di casa, uno di famiglia, e io non sono di certo razzista, è che loro sono troppi, diciamocelo. E dunque, raccolti a mazzi e mandati a morire caduti dalle impalcature nei nostri cantieri edili, o bruciati vivi nei sottoscala a produrre falsi abbigliamenti griffati, ogni tanto il democratico popolo italico sentiva il bisogno di agguantarne, a caso, una manciata di questi ingrati giramondo per rimandarli al loro paese, come fosse l’offerta votiva da farsi, ogni tot, al Dio dei bei tempi andati, quando tutti ci si conosceva, si lasciava la porta di casa aperta e qui era tutta campagna. Qualche politico lombardissimo aveva alzato la voce ed era scoppiata una caccia al clandestino che a confronto una derattizzazione nelle fogne di NYC sembrava cosa da educande. Gli zelanti servitori dello Stato servivano, servi, e nulla spiegazione chiedevano. Questa è la potenza della legge, che ci sovrasta e ci permette di far dormire sonni tranquilli alla nostra coscienza. I servitori servivano, da giorni, con uno zelo peloso, raccoglievano tutto ciò che trovavano per strada e lo portavano nei CPT. E poi smistavano per città, per paesi, a Crotone, a Bari, a Bologna. Che qui, in via Corelli, si scoppiava da settimane. Altro che 120 persone di massima capienza. Non si sapeva più dove metterla questa feccia migrante…”

Fotografia di ro_buk