Posts Tagged ‘mitologia’

Il volto e il corpo dell’altro – 8. Freaks!

sabato 13 maggio 2017

Il tema di stasera rappresenta una vera e propria summa delle tematiche sull’alterità/diversità, quasi una sintesi ideale del percorso fatto quest’anno: il freak – lo “scherzo di natura”, il mostro – rappresenta per antonomasia il più altro tra gli altri, l’alieno che raccoglie in sé le paure più ancestrali. Come vedremo, il vero freak abita nelle zone dell’interiorità, prima che nell’esteriorità del corpo mostruoso (e mostrato/esibito/rappresentato).

Partiamo da tre termini e dalla loro definizione:
Monstrum (dal latino moneo, monere – avvertimento, segno divino)
portento, prodigio, miracolo, cosa incredibile, meravigliosa
ma anche atto mostruoso (nefandezza), essere mostruoso
– ambivalenza del significato, con una successiva caratterizzazione di tipo morale che tende a sovrapporre se non a identificare la stranezza/mostruosità/deformità al male: dal kalòs kagathòs greco (ciò che è bello è anche buono) al rovesciamento cristiano: il brutto e il deforme che puzzano di zolfo, di diabolico, di maligno.

Freak – termine inglese traducibile con capriccio, bizzarria, anomalia, scherzo (di natura), mostruosità, fenomeno,  associato prima ai freak show (gli spettacoli in voga nell’800-900 nei quali venivano esibite creature straordinarie, deformi, bizzarre, mostruose – non solo umane: i cosiddetti “fenomeni da baraccone”), e a partire dagli anni ’60 al movimento contestatario e anticonformista americano (da cui “frichettone”).

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Wagner in un tweet e una domanda

venerdì 18 aprile 2014

L'oro del Reno_Marina MussetUn tempo si sarebbe detto “in pillole”. Ora va di moda riferirsi al celebre cinguettio globale. Ma la sostanza non cambia.
Per ascoltare l’intero ciclo dell’Anello del Nibelungo di Wagner occorre darsi molto tempo: dura circa 17 ore – dall’alba al tramonto se si è in estate – da moltiplicare per svariate volte se si vuole studiare e gustare appieno. (Magari, se e quando andrò in pensione…). Wagner ci mise ben 26 anni a concepirlo, scriverlo e terminarlo (con una lunga pausa nel mezzo).
Il direttore d’orchestra e musicista Lorin Maazel ha però in parte risolto il problema scrivendone una temeraria “riduzione” – The ring without words – una suite sinfonica concepita per esaltarne i passaggi orchestrali essenziali: un intero ciclo drammatico concentrato in 70 minuti di musica.
Ad un primo ascolto in cuffia ero rimasto molto colpito dall’incipit, quasi una rappresentazione sonora del concetto di arché così come l’avevo trovato espresso nel libro di James Warren su I presocratici: un che di sorgivo e nel contempo fluente, un sorgere-fluire permanente, che però viene dalle cavità più profonde, dai precordi dell’essere. Del resto si tratta della rappresentazione sonora di un fiume, l’oro del Reno da cui tutta la vicenda prende avvio. Un’impressione che mi è stata poi confermata da un passo del critico letterario Francesco Orlando, il quale scrive:

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