Posts Tagged ‘moltitudine’

Prima parola: guerra

lunedì 20 ottobre 2014

FranciscoGoyaLosdesastresdelaguerra

Ci sono almeno 3 ragioni che mi hanno indotto ad inaugurare il nostro Gruppo di discussione 2014/15 con il tema della guerra (l’unico che non era stato suggerito dal gruppo precedente). La prima è di tipo locale e contingente: qui a Rescaldina, per volontà di alcune associazioni e della nuova amministrazione comunale, si sta riflettendo sul tema della pace, attraverso un itinerario di incontri e di iniziative che proseguirà anche nelle prossime settimane. Solo che la parola-chiave di questa sera non è “pace”, ma “guerra”. La scelta non è casuale. Veniamo quindi alla seconda ragione, di tipo globale: è evidente come la guerra sia ancora l’orizzonte generale delle relazioni internazionali, la modalità attraverso cui, in ultima analisi, la politica gestisce i conflitti (dal Mediterraneo al Medio Oriente, dall’Ucraina ad altri scenari più periferici e, spesso, oscurati dai media). Infine, questo incontro è per me l’occasione di fare il punto sul rapporto tra filosofia e guerra, dato che proprio 30 anni fa, nell’incontrare la filosofia, cominciavo a riflettere sulle dinamiche militariste e sull’antimilitarismo come teoria e prassi di ampio respiro.

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Cascàmi

venerdì 25 luglio 2014

Scrap_metalDella storia non si butta via niente (qualcuno dice che da essa non si impara niente). D’altro canto il verbo “buttare” è ambiguo, dato che – non esistendo il nulla – ciò che viene gettato via non sparisce, semplicemente si sposta, si disfa, si trasforma – residua da qualche parte. Il dimenticato Giambattista Vico aveva opportunamente coniato l’espressione di corsi e ricorsi per significare non solo che i residui non spariscono, ma che talvolta possono essere riesumati e riutilizzati. Tornare in vita – ricorrere, appunto. È probabile che la storia – ammesso che una cosa come “la” storia esista davvero – funzioni proprio così. Come succede col povero maiale, del quale non si getta via niente. E tutti i suoi cascami – talvolta mefitici – si trovano depositati da qualche parte (nello spirito? nella memoria? nel linguaggio? nella prassi quotidiana?), pronti ad essere riattivati come degli zombi al momento opportuno.
Si è pensato già altre volte che il nazionalismo, le ossessioni identitarie (etniche o altro), il bellicismo, il razzismo e varie altre fobie potessero essere collocati una volta per tutte in questi scantinati o soffitte della storia, e lì, depositati come cimeli, osservati da lontano, con la sufficienza e la superiorità intellettuale di chi, venuto dopo, abbia appreso la lezione e li consideri alla stregua di reperti museali.
Niente da fare. Crisi economiche o di valori, crisi sociali e quant’altro inducono sempre schiere più o meno ampie di apprendisti stregoni a riesumare quegli oggetti “spirituali” e a farli rivivere in tutta la loro spettralità.
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Ho un problema

giovedì 25 aprile 2013

25aprile

Ho un problema –
(e non vorrei averne in un giorno come questo, che è l’unico dell’anno, insieme al primo maggio, che sul mio calendario è segnato in rosso, rosso sangue per la precisione).
Ho un problema –
con lo stato e con le istituzioni nate dalla Resistenza (ovviamente il problema non ce l’ho con la Resistenza).
Ho un problema con i partiti che derivano da quelli che la Resistenza l’hanno fatta (mentre con gli altri, quelli che non, non ho nessun problema, il problema semmai ce l’hanno loro).
Ho un problema con il capo dello stato.
Ho un problema con il parlamento.
Ho un problema con la magistratura.
Avrò un problema con il governo, chiunque sarà a presiederlo.
Ho un grossissimo problema con quel che rimane della sinistra.
Ho un problema con questa repubblica. E con tutti gli adulti e vaccinati che la popolano (mentre non ho nessun problema con i loro bambini, ma ce l’avrò a breve, immagino).
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Il grillo che c’è in me

mercoledì 6 marzo 2013

Grillo-piglia-tutto-la-piazza-della-sinistra-lo-slogan-del-Msi_h_partb

“Del resto non è difficile a vedersi come la nostra sia un’età di gestazione e di trapasso a una nuova era; lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino ad oggi; esso sta per calare tutto ciò nel passato e versa in un travagliato periodo di trasformazione. Invero lo spirito non si trova mai in condizione di quiete, preso com’è in un movimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro, – in un salto qualitativo, – interrompe quel lento processo di solo accrescimento quantitativo, e il bambino è nato; così, lo spirito che si forma matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l’edificio del suo mondo precedente; lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che non alterava il profilo dell’intiero, viene interrotto dall’apparizione che, come un lampo, d’un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo”.

Potrebbe sembrare strano che per ragionare su quel che sta avvenendo in Italia a ridosso delle ultime burrascose elezioni politiche, si debba addirittura scomodare Hegel. Eppure non è casuale, dato che proprio della razionalità politica si tratta. Il celebre brano che ho trascritto sopra, tratto dalla Fenomenologia dello spirito, schizza per sommi capi quel che succede quando un mondo, un’istituzione od anche una costellazione di significati crollano, e ancora non se ne sono presentati altri con chiarezza all’orizzonte. Hegel rappresenta con linguaggio ed efficacia straordinari il senso di vertigine, di incertezza, persino di sacro terrore che accompagna tali processi.
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Armatissimi e liberissimi

lunedì 21 gennaio 2013

niccolo_machiavelli

A parte la curiosa coincidenza che a ridosso del “Gun Appreciation Day” organizzato dall’NRA, un quindicenne di Albuquerque, New Mexico, abbia sterminato la famiglia manco fosse una testa di cuoio – risultano davvero curiose anche le motivazioni utilizzate dagli apologeti della pistola (o del fucile d’assalto) facile.
Ieri mattina ho ascoltato alla radio, con grande interesse, il seguente ragionamento (una vera e propria tesi di filosofia politica): così come Niccolò Machiavelli parlava degli svizzeri in termini di invidiabili cittadini “armatissimi e liberissimi” (liberi proprio in quanto armati, e dunque, si suppone, più liberi se più armati) – altrettanto i cittadini americani, per non essere sudditi ma liberi cittadini, devono rivendicare il diritto assoluto ad essere in armi. Ma attenzione, il fine esponente della National Rifle Association non dice che tutto ciò serve in prima istanza a difendersi da ladri, psicopatici, malfattori o terroristi, bensì – partendo dagli assunti machiavellici – ad istituire una figura di cittadinanza armata in grado di incutere timore al governo. Se, cioè, i cittadini non fossero armati, lo stato diventerebbe troppo potente ed invasivo, ed essi tornerebbero alla condizione di sudditi, non essendo più in grado di fronteggiarlo e contenerlo.
In sostanza, se ne potrebbe concludere che tale cittadinanza (che ricorda per certi aspetti la moltitudine di ascendenza spinozista di cui, tra gli altri, ragiona Toni Negri), sia potenzialmente insorgente – proprio perché armata – contro un eventuale potere illegittimo: pronta, dunque, a commettere un sacrosanto tirannicidio, qualora fosse necessario.
Al netto dell’eventuale malafede ideologica dell’assertore, trovo tutto questo ragionamento molto interessante – salvo per un piccolo dettaglio: non sarebbe molto più utile (se non rivoluzionario) per i cittadini essere armati, anziché di luccicanti (e lucrosissime) macchine da guerra, di un lucido e sfavillante (e pericolosissimo) pensiero critico?

JJR 4 – Sulla volontà generale

giovedì 3 maggio 2012

Meglio avrei fatto a non spingermi
tanto in là con lo sguardo.

Il problema della volontà generale in Rousseau deriva dal fatto che non ce ne viene fornita una definizione precisa. Nel Contratto sociale se ne parla a più riprese, come se però fosse una categoria di per sé chiara, autoevidente. Né il suo autore si preoccupa di analizzare i concetti che la vanno a comporre: anche in questo caso Rousseau deve aver pensato che i due termini presi singolarmente non avessero alcun bisogno di essere discussi.
Non possiamo quindi far altro che ricavarne obliquamente e allusivamente – o per differenza – il significato. Certo, il contesto risulta ben chiaro: il bene comune in contrapposizione ai singoli interessi privati, il generale contro il particolare, il sociale prima e più dell’individuale.
Ma è il termine “volontà” ad inquietare, dato che potrebbe apparire una sorta di metabasi in altro genere, il trasferimento cioè di un concetto in un ambito differente da quello per cui è stato coniato.
(Per quanto Schopenhauer andrà ben oltre, metafisicizzando la volontà in una sorta di forza primordiale che agita la materia e superagisce le individualità).
Qual è dunque il soggetto che vuole, nell’ambito della sovranità politica? E come può questo soggetto determinare ciò che vuole in modo definito? Ma soprattutto: che cosa ci garantisce che voglia il bene universale?
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99% Spinoza

giovedì 20 ottobre 2011

«Tuttavia, in quanto tale potere aristocratico non torna mai (come abbiamo ora mostrato) alla moltitudine, né la moltitudine vi è mai consultata, ma ogni volontà dello stesso consiglio è in modo assoluto diritto, esso è da considerare a tutti gli effetti come assoluto, e di conseguenza i suoi fondamenti devono poggiare unicamente sulla volontà e sul giudizio dello stesso consiglio, ma non sulla vigilanza della moltitudine, dal momento che essa è tenuta fuori, tanto dalla consultazione che dal voto. Pertanto, se questo potere in pratica non è assoluto, non può essere per nessun’altra ragione se non per il fatto che la moltitudine rimane temibile per chi ha il potere e per questo mantiene una certa libertà, che pure tacitamente rivendica e mantiene, anche in assenza di una legge esplicita».

(B. Spinoza, Trattato politico, cap. 8, par. IV; le sottolineature e i corsivi sono miei).

Il tallone del Kapitale

sabato 15 ottobre 2011

(note a margine di questo 15 ottobre, giornata di lotta globale – tra Barletta, Steve Jobs e un bel po’ di indignados)

1. Mi capita spesso di pensare alla celebre metafora hegeliana della nottola di Minerva, che cala a sera, come la filosofia, quando ormai tutto è accaduto. Un po’ meno spesso – e ciò è grave, forse un segno dell’età – al rovesciamento di questa sorta di schematismo, tentato da Marx, il quale pensa, al contrario, che il pensiero, rimesso sui suoi piedi, può essere l’avanguardia dell’accadere.
Mi pare che in questa fase di sommovimenti locali e globali, manchino però entrambi questi aspetti: sia la ferrea pensosità hegeliana, sia soprattutto lo spazio marxiano (ma anche roussoiano e spinoziano) dell’agire politico, della prassi – della convinzione profonda, cioè, che il mondo può essere modificato per davvero.
E dio solo sa quanto il mondo ne avrebbe bisogno (in verità avrebbe bisogno soprattutto di essere risparmiato, e già questa sarebbe una gran bella rivoluzione).

2. La tragedia di Barletta di qualche giorno fa (peraltro già metabolizzata e rimossa dalla scena), è una rappresentazione emblematica ed angosciosa di questo girare a vuoto della storia e della vita sociale ed individuale. Come se si fosse persa la bussola di quel che si è, e perché – e soprattutto perché non si può essere e vivere altrimenti.
Già Marx aveva evocato nel Capitale l’anima nera dello sfruttamento, (more…)

Brucia l’identità

mercoledì 3 agosto 2011

(mentre scrivo queste note, è la brutale realtà a bruciare: esplodono le sacrosante rivolte dei migranti reclusi nei campi di concentramento a Bari e a Capo Rizzuto, o quelle dei neoschiavi di Nardò; contemporaneamente altri muoiono soffocati nei campi galleggianti che fanno la spola tra una sponda e l’altra del Mediterraneo)

Noto con un misto di rammarico, stupore – e però anche, devo confessarlo, con una punta di eccitazione intellettuale -, che nulla come le radicali critiche alle identità, la loro revoca in dubbio, suscita reazioni altrettanto viscerali. Su questo blog in genere si discute pacatamente, anche quando non si è d’accordo, senza mai strillare. Le uniche volte in cui i toni si sono davvero accesi, andando sopra le righe, si è trattato di questioni identitarie: era successo qualche tempo fa con la “questione maschile” (ho addirittura dovuto chiudere ai commenti i 2 post, cosa mai successa); è capitato di nuovo, anche se in maniera più circoscritta, con la questione del “multiculturalismo” o del “meticciato” dopo i fatti di Norvegia.
Questi due episodi possono anche non indicare nulla (e del resto questo blog è piccola cosa nel mare magnum delle discussioni in rete), e tuttavia mi fanno sospettare che il concetto di identità sia un nervo scoperto, qualcosa che brucia e che tocca sensibilità profonde. Anche, se non soprattutto, quando non riguarda (almeno apparentemente) la propria ma quella altrui – poiché è sempre l’alterità ciò che insinua dubbi, come se il volto dell’altro restituisse un’immagine diversa di sé. Se n’è già discusso in altre occasioni, soprattutto in riferimento all’interminabile riflessione sulla natura umana, ma credo occorra ritornarci.
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Il batticuore per l’umanità e lo spirito del mondo

mercoledì 20 luglio 2011

Avevamo ragione noi, in quel luminoso e tragico luglio 2001. Su tutta la linea. E, come sempre, aveva ragione anche quel rompicoglioni di Hegel. Ed è ancora più chiaro a distanza di (rispettivamente) 10 e 204 anni. Le ragioni di quel movimento (il primo vero movimento globale, a dispetto del nome) sono ancora tutte qui, aperte e squadernate davanti ai nostri occhi increduli e sbarrati – e riempiono (almeno a parole) le agende di politici e governi (compresi quelli che ci hanno sparato addosso), del tutto incapaci non dico di risolvere ma nemmeno di affrontare seriamente i nodi che la ragione e le ragioni avevano fatto emergere.

Però Hegel, che pure aveva una inconfessabile attrazione per le rivoluzioni (“splendide aurore”),  ci avverte che il corso del mondo (e la sua ragione, il suo essere pervicacemente reale-razionale) fa spesso a pugni con le anime belle che lo vorrebbero un po’ più somigliante ai loro soggettivi desideri. Ne discute a lungo, aggrovigliandosi un po’ nel suo linguaggio criptico e gergale, in alcuni celebri paragrafi della Fenomenologia dello spirito, che non è il caso qui e ora di analizzare, ma che certo sanno evocare molto bene la sostanza del conflitto in corso.
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