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Antropocene 3 – Leibniz vs Spinoza (o delle umane macchine barocche)

venerdì 14 dicembre 2018

Ho scelto di parlare di Leibniz in questo nostro percorso sulla coscienza e la natura umana, perché trovo che la sua filosofia – e forse la sua stessa biografia intellettuale ed esistenziale – siano indicative di un dramma cruciale che si svolge nel cuore della modernità – e che, anzi, è l’essenza stessa della modernità: l’avere cioè subodorato il pericolo di una cancellazione della peculiarità umana all’interno della natura, di una riduzione di tipo meccanico e materialista di una specie che si crede speciale. Il pensiero di Leibniz può cioè essere (anche) letto come la reazione ad una vera e propria espulsione dal mondo umano dello spirito, di Dio, dell’anima così come erano stati fino ad allora intesi.
Leibniz rappresenta il filosofo (e lo scienziato) più cosciente di questo “pericolo”, che assume come problema e tenta di annullare costruendo una vera e propria filosofia barocca di taglio spiritualista, in grado di unire il fronte meccanicista e quello finalista, la materia e lo spirito, la natura e Dio.
Ma vi è un convitato di pietra, un’ombra che incombe su tutta l’attività filosofica leibniziana: Spinoza, il filosofo che invece aveva portato alle estreme conseguenze l’idea di immanenza – ovvero la concezione per cui tutto sarebbe natura e noi umani non saremmo altro che corpi, ingranaggi, parti di un grande ed unitario meccanismo naturale.

[È questa, ad esempio, la tesi sostenuta (e, potremmo dire, drammatizzata) dal filosofo americano Matthew Stewart nel celebre saggio Il cortigiano e l’eretico]

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Primo lunedì: apocatastasi!

mercoledì 23 ottobre 2013

Macro shot fuzzy mold growing on raspberries

La nostra ricognizione sui “chiaroscuri” dell’esistenza esordisce con l’opposizione inizio/fine – forse la più tipica coppia dialettica (insieme a nascita/morte, che anzi, per certi aspetti, la fonda): probabilmente se noi umani fossimo immortali non ci faremmo alcuna domanda sul senso della vita (e della morte), e dunque anche la questione del sorgere e del dissolversi delle cose e dei viventi non ci angoscerebbe granché.
Ho introdotto l’argomento giustapponendo tre pensatori molto distanti tra loro, sia in termini temporali che teorici, ma che proverò a far interagire: Anassimandro, Leibniz, Arendt.

I filosofi delle origini, che ricercavano l’arché, si posero il problema dell’inizio in un modo radicale e totalizzante, se è vero che arché è da intendere più correttamente con la ricerca dell’elemento che sostiene, sorregge, impera (l’esempio della parola archeologia, composto da archaios=antico è fuorviante, meglio archi-tettura, archi-trave o arcangelo, retti da archèin=comandare: ciò che è primo, quindi il primo costruttore, la prima trave, il primo angelo) – insomma la ricerca dell’arché si caratterizza come la ricerca della (prima) legge che regge le sorti del mondo e di tutti gli esseri: architrave e sorgente del tutto-natura, ovvero della physis.
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Leibniz e la trance ipnoide del supermarket

venerdì 22 Mag 2009

supermarket

“Quanto a me, cara signora,
voi sapete bene che lo stato progressivo
della società non mi riguarda per niente.
Il mio stato, se non retrogrado, è eminentemente
reazionario”
. (G. Leopardi)

Qualche giorno fa sistemando le carte del mio scrittoio, mi è passato per le mani un foglietto con i seguenti appunti scritti di mio pugno: “la trance ipnoide del supermarket“, “il principio degli indiscernibili“. Mi sono chiesto, nell’ordine, cosa diavolo fossero, quando li avevo scritti e, soprattutto, quale ragionamento mi aveva portato ad accostare Leibniz e il suo principio di identità con l’iperconsumo della nostra epoca. I miei lettori e lettrici più assidui dovrebbero ormai essere avvezzi agli accostamenti un po’ eccentrici, quando non improbabili. Fatto sta che questa volta io stesso l’ho trovato fin troppo stravagante. Frugo un po’ nella memoria: niente. Poi finalmente salta fuori la fotocopia di un articolo del quotidiano La Repubblica di qualche mese fa (dovrebbe essere del 3 dicembre scorso), firmato da Pietro Citati e intitolato “Addio consumismo, riscopriamo le cose”, e allora tutto comincia a tornare.
Il celebre scrittore e critico letterario svolgeva un ragionamento, a margine della crisi economica in corso, dove venivano messi in discussione alcuni capisaldi del nostro attuale stile di vita, di produzione e di consumo (cose che peraltro in questo blog, fin dalla sua intestazione, non perdo l’occasione di fustigare ogni volta che posso). Isteria del consumo, con quel perverso meccanismo della trance ipnoide di fronte allo scintillare delle merci; crescita parallela dell’imbecillità, degli italiani in particolare; fede cieca ed incondizionata nel “progresso” ininterrotto (con al cuore del processo il mito del Pil). Ma, soprattutto, un rapporto rovesciato ed irrazionale con le cose, gli oggetti – “cose che – scrive Citati – abbiamo comprato, ingoiato, sciupato, gettato con incredibile leggerezza per tanti anni”. Con il risultato che “abbiamo smarrito la sensazione di come è fatta una cosa: del suo peso, del suo spessore, dei suoi colori, delle sue ombre, e del valore simbolico che può avere nella nostra vita”.

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