Posts Tagged ‘montaigne’

Il volto e il corpo dell’altro – 2. Stranieri, xenìa e homo migrans

martedì 22 novembre 2016

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“Straniero” è parola che viene dal latino extraneus, che sta per esterno, esteriore, di altri. Medesima origine ha l’aggettivo “strano” (che invece in latino era reso dalla parola novus, nel significato di insolito) – convergenza ed assonanza che dovrebbe far riflettere.
Lo straniero è così ciò che sta fuori dei confini (familiari, nazionali, etnici, culturali, linguistici, ecc.) e che è affetto da stranezza, diversità, non familiarità. È l’estraneo che provoca turbamento.
I greci avevano invece coniato una parola – “barbaro” – che definiva lo straniero come colui che non parla la lingua greca, che letteralmente “balbetta” (bàrbaros è parola onomatopeica).
Molto diverso – e altrettanto interessante – il significato della parola greca xénos, che sta sì a designare l’altro-straniero (addirittura il nemico, come in Omero), ma con sfumature molto ampie che ricomprendono anche la figura dell’ospite: xenìa indica infatti il vincolo di reciproca ospitalità. Quasi che in questa parola si accenni alla condizione universale di estraneità che può colpire in qualsiasi momento gli umani costretti a lasciare, per qualsiasi ragione, la loro casa, la loro terra, il loro paese, e che trovano confortante l’idea che da qualche parte ci sia uno straniero-ospite pronto ad accoglierlo (molto interessante a tal proposito l’ambivalenza della parola “ospite”, che indica sia il soggetto che ospita che quello ospitato).

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Luce insolita

lunedì 1 settembre 2014

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«Infatti non vedo la totalità di alcunché. Né riescono a vederla coloro che promettono di mostrarcela. Di cento membra e volti che ciascuna cosa possiede, ne scelgo uno, talora per lambirlo soltanto, talora per sfiorarlo, e a volte per arrivare fino all’osso. Do una stoccata per penetrarvi non il più ampiamente ma il più profondamente possibile. E mi piace per lo più coglierlo in una luce sempre insolita» (Montaigne, Saggi, I, 50, 490)

Nietzsche su Montaigne

lunedì 25 agosto 2014

«Veramente per il fatto che un tal uomo abbia scritto, il piacere di vivere su questa terra è stato aumentato».

Seduti sul nostro culo

lunedì 18 agosto 2014

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«Saper godere del nostro essere così com’è è una forma di perfezione assoluta, e quasi divina. Noi cerchiamo condizioni diverse perché non siamo capaci di fare buon uso della nostra, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo vedere quel che c’è dentro. Se pure saliamo sui trampoli, dovremo comunque camminare con le nostre gambe. E anche sul più alto trono del mondo saremo sempre seduti sul nostro culo».

È questo un quasi-testamento di Montaigne, posto com’è a conclusione dei suoi Saggi, e con cui sembra dirci che è meglio vivere «senza mirabilia e senza stravaganze» (queste le espressioni da lui usate) – cioè in una condizione piuttosto anti-filosofica e anti-straniata. In sé, non fuori di sé – che è quasi un senza sé. Essere confuso con-essere. Filosofare è allora piuttosto ritornare dal viaggio straniante di una vita, al punto di partenza, al grembo naturale – pur sapendo che quel grembo e quella natura non sono più innocenti, edenici, intoccati.
Tuttavia ripiombare di tanto in tanto col culo a terra non può che farci bene…

Una compenetrazione di anime

venerdì 11 luglio 2014

«Quando nel linguaggio corrente parliamo di amici e amicizie, in realtà alludiamo a frequentazioni e dimestichezze, allacciate o per un caso fortuito o per una qualche utilità, per mezzo delle quali le nostre anime comunicano. Nell’amicizia di cui parlo io le anime si mischiano e si confondono l’una nell’altra, compenetrandosi in modo così completo da cancellare e non trovare più traccia della cucitura che le ha unite. Se qualcuno si ostinasse a chiedermi perché lo amavo, sento che per spiegarlo non potrei rispondere altro che: Perché era lui, perché ero io» (M. Montaigne, Saggi, I, 27)

[Il lui a cui si riferisce Montaigne, è Étienne de La Boétie, amico che ricalca alla perfezione la definizione aristotelica di heteros autos, l’amico come altro se stesso]

Disonora il padre e la madre

lunedì 11 marzo 2013

NZO«Noi diciamo pure di odiare i nostri genitori, e in realtà li odiamo, perché non possiamo amare i nostri procreatori non essendo noi persone felici, la nostra infelicità non è immaginaria come lo è invece la nostra felicità, di cui ogni giorno cerchiamo di convincerci per trovare il coraggio di alzarci e lavarci, vestirci, bere il primo sorso, mandar giù il primo boccone.
Perché ogni nuovo mattino ci ricorda immancabilmente che è solo in una terribile sopravvalutazione di se stessi e nella loro effettiva megalomania che i nostri genitori ci hanno concepiti e figliati, gettandoci in questo mondo più orribile e disgustoso ed esiziale che non piacevole e utile. La nostra inermità la dobbiamo ai nostri procreatori, e così la nostra inettitudine…»

Sto leggendo un minuscolo libro – di quelli belli belli dell’Adelphi, collana Piccola Biblioteca, che è un piacere già solo vederli – che contiene quattro racconti di Thomas Bernhard, uno scrittore austriaco molto interessante, anche se non proprio edificante. Uno che le canta chiare, e che dice che forse è meglio non nascere affatto, anche se lo fa in modo ironico e intelligente.
Nel primo racconto c’è un Goethe morente che vorrebbe incontrare Ludwig Wittgenstein (!), perché, prima di trapassare, desidera ardentemente discutere con lui del dubitabile e del non dubitabile. Ma quando l’emissario di Goethe giunge in Inghilterra, Wittgenstein è appena morto (non è chiaro se a Oxford o a Cambridge). E Bernhard, sarcastico e beffardo, conclude facendo dire a un testimone che… col cavolo che le ultime parole di Goethe sono state Mehr Licht! (più luce): in verità esse furono Mehr nicht! (più niente).
Nel secondo racconto, quello da cui ho tratto il brano pubblicato sopra, c’entra invece Montaigne, il quale, in piena notte e dentro una torre-biblioteca, offre il proprio conforto al figlio quarantaduenne (e forse un po’ svitato) di una famiglia borghese oppressiva e detestabile: un libro preso a caso e al buio, dal lato sinistro della biblioteca, quello con “i cosiddetti libri filosofici”, senza accendere alcuna luce per via delle zanzare, e con il pericolo di perdere l’equilibrio e di precipitarci dentro, come nel pozzo da bambino…
Gli altri due racconti… li leggerò tra poco.