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Il mio ultimo corpo a corpo con Dio

sabato 28 luglio 2012

(in verità è un corpo a corpo piuttosto impari, visto che siamo noi che abbiamo inventato lui, non lui noi, come tra l’altro si potrebbe evincere persino dal sancta sanctorum dell’arte sacra, se non fosse che quello di Adamo è un dito troppo languido; una disfida che dunque, alla fine, diventa il mio corpo a corpo con me stesso, non avendo di meglio da fare in questa fine di luglio)

1. Il filosofo della scienza Ludovico Geymonat nella sua monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico soleva indicare dio in minuscolo. Per un certo periodo l’ho fatto anch’io – e c’è chi ogni tanto lo scrive così, del tutto legittimamente. Senonché, trattandosi qui del dio-persona, della sua invenzione e della sua recisa negazione, preferisco renderlo con la maiuscola: Dio. Certo ogni religione (monoteistica) tende a chiamarlo con un nome proprio, ma sgombrerei il campo dalla spinosa (o spinoza) questione del nome di Dio. Dunque, si parlerà soltanto del Dio personale della teologia cristiana. Io sarò il Signore Dio tuo, eccetera eccetera.

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Skàndalon!

sabato 13 marzo 2010

Non mi sono mai piaciute le prediche, mentre ho sempre prediletto la critica. Al punto che qualcuno, ogni tanto, mi accusa di essere  fin troppo critico, di voler vedere sempre e ad ogni costo il lato negativo delle cose, quel che non va – dimenticando, però, che mentre mi muove questa accusa egli stesso utilizza l’arma della critica. Magari, chissà, oltre ad essere una questione di carattere dipenderà dalla mia formazione marxiana. Marx era un ipercritico. Molti suoi scritti contengono il termine Kritik nel titolo e nei vari capitoli – ce n’è uno, addirittura, che reca come sottotitolo Critica della critica critica!
Però avevo aperto con le prediche, e con la mia avversione (critica) ad esse… Eppure la predica, ad esempio quella cristiana, proprio nella sua derivazione dalla parresìa dei cinici greci, contiene in sé un forte elemento critico: fustigazione dei costumi, riconduzione a moralità e sobrietà, distinzione tra vero e falso, giusto e sbagliato, ecc.
Proprio qualche giorno fa, casualmente, ho trovato nel bel libro su Marx di Diego Fusaro che sto leggendo, un  riferimento alla figura del “parresiasta”. Scartabellando poi tra i miei appunti, scritti a mano su foglietti colorati e disseminati qua e là (resisto orgogliosamente all’integrale digitalizzazione), ho trovato un riferimento proprio al concetto di parresìa con un rinvio ad uno scritto di Foucault – di cui avevo letto tempo fa un estratto su Diogene (la rivista filosofica), e che mi aveva incuriosito, tanto più che aveva a che fare con Diogene (il filosofo di Sinope).
Poi è arrivata, con il suo picco europeo, la spinosissima faccenda degli scandali della chiesa cattolica a proposito della pedofilia che (peraltro da sempre) essa coltiva in seno, insieme a tante altre nefandezze morali (di uomini trattasi, per lo più maschi casti per voto, cioè solo in teoria – non di angeli, che notoriamente non hanno propensioni sessuali, poiché privi di sesso). A questo punto ho allineato le cose e le parole, e ho riflettuto sulle loro strane relazioni. Ma vediamo di fare ordine…

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