Posts Tagged ‘morte’

Una morte secca

mercoledì 4 settembre 2013

CathedralOfTrier_SkeletonLa giornata comincia a letto con la quantificazione dell’urina fatta durante la notte, l’apposizione di Epinitril (un cerotto alla nitroglicerina, che ho scoperto essere un vasodilatatore) e il gioco dell’emissione e dell’immissione di aria dai polmoni catarrosi attraverso un puff dotato di una graziosa rotella rossa da far girare due volte fino a sentire un clic. Poi continua in cucina, dopo una breve passeggiata in corridoio con l’ausilio di un bastone, eseguendo nell’ordine: misurazione della pressione arteriosa e dei battiti cardiaci, rilevazione della glicemia, iniezione di insulina, assunzione di Lansoprazolo a scopo di protezione gastrica, colazione leggera, assunzione di 125 mg di furosemide (molecola che favorisce la diuresi) e Pritor (antiipertensivo).
Si tratta ora di attendere l’ora di pranzo, quando si ripeterà il rito dell’insulina e si provvederà, subito dopo il pasto, all’assunzione della cardiospirina atta a fluidificare il sangue – ma il cardiochirurgo dice che è pessima per le funzioni renali. Sonnellino pomeridiano di un paio d’ore e poi, alle 16 in punto, è l’ora di Norvasc, una pastiglia dal duplice effetto: agisce sulla pressione e ossigena il cuore.
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Aforisma 74

mercoledì 28 agosto 2013

L’intero dispositivo onto-teo-logico si fonda sulla volontà di esorcizzare la morte. Logicizzarla, darle un senso. Ma proprio tale discorso, autofondandosi, non può escludere l’altra possibilità: l’insensatezza, l’illogicità.

Umana natura onnilaterale

mercoledì 19 giugno 2013

[Pubblico qui di seguito il mio contributo al saggio collettivo Corpo e rivoluzione: sulla filosofia di Luciano Parinetto, a cura di Manuele Bellini, edito da Mimesis nel 2012. Si tratta di una riflessione, a partire dall’opera e dal pensiero di Parinetto, sul concetto di natura umana in Marx, Spinoza, Rousseau e dintorni]

corpo-e-rivoluzione

Natura umana e Ganzheit nell’opera di Luciano Parinetto

“Non occorre tornare all’età dell’oro,
occorre diventare oro.
A cominciare dal proprio corpo”.
(Faust e Marx)

 

1. Prologo extravagante

“Progetto infinito”: questa la caratterizzazione che Parinetto dà dell’essere umano, in quella meditazione estrema e finale in versi, a proposito del “montaggio” che caratterizza il fenomeno morte, intitolata Extravagante. Sorella morte. Una vera e propria summa del suo pensiero intorno al concetto di natura umana, concetto-progetto quant’altri mai: “Noi siamo, che gli diamo un nostro senso / nel progetto perpetuo che noi siamo”.

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Rumore di fondo

lunedì 10 giugno 2013

«State a sentire. Gli ospedali pubblici delle grandi città dispongono di spazi in cui si rimane parcheggiati su sedie a rotelle o lettighe: sono lì per le urgenze; prima e dopo la risonanza magnetica o un’altra analisi; prima di essere operati, per l’anestesia, o dopo, per il risveglio… Si può aspettare lì da una a dieci ore. Scienziati, ricchi e potenti del mondo, non evitate questi luoghi in cui si viene a contatto con sofferenza, pietà, collera, angoscia, grida e lacrime, talvolta preghiere, esasperazione, suppliche di chi chiama invano o maledice chi non risponde, silenzio teso degli uni, sgomento degli altri, rassegnazione dei più, anche riconoscenza… Colui al quale non è mai capitato di mescolare la sua voce a questo concerto dissonante senza dubbio conosce la propria sofferenza, ma ignorerà sempre che cosa significa “noi soffriamo”, la comune lallazione emanata dall’anticamera della morte e delle cure, purgatorio intermedio in cui ciascuno teme e si augura una decisione del destino. Se vi ponete la domanda: che cos’è l’uomo?, attraverso questo vocìo date, sentite, capite la risposta. Prima di averlo ascoltato, anche un filosofo non è che uno sciocco.
Ecco il rumore di fondo e la voce umana che sovrastano i nostri discorsi e parlottii».

(Michel Serres, Non è un mondo per vecchi)

Libri che accendono la mente (o menti che accendono i libri?)

lunedì 3 dicembre 2012

anatra_morte_tulipano

Sto usando scientemente una classe di bambini (una quinta elementare) per i miei esperimenti filosofici con quella fascia di età. Non che quelli del passato non fossero “esperimenti”, ma questo lo è un po’ di più perché è finalizzato alla stesura di alcune parti di un libro che sto scrivendo, dedicato alla filosofia con i bambini. La strategia è però un po’ diversa dal solito, perché sto filosofando con loro in maniera laterale, per cerchi concentrici, apparentemente episodica (o, per meglio dire, rapsodica). Il filo conduttore questa volta non è il filo di filosofia, ma il libro. La cosa, cioè, più antifilosofica che ci sia – se si deve dar retta a Platone, che però tra-scriveva abbondantemente i suoi Dialoghi socratici.
E siamo partiti, tra l’altro, dal concetto di libro, dalla sua idea, da quel che esso è come essenza. Questa opera di astrazione è stata compresa così bene che adesso maneggiano perfettamente la coppia astratto/concreto, universale/particolare.
Lo scopo? a parte quello utilitaristico che ho esposto sopra, dimostrando ancora una volta la filosoficità dei bambini? Boh, non lo so ancora di preciso, mi sto facendo guidare da loro – soprattutto dalla loro creatività linguistica, dalla spontaneità e dal vulcano di metafore che ogni volta ne vien fuori. Ora siamo alle “facce” dei libri…
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Amour

mercoledì 14 novembre 2012

Credo si tratti di uno dei film più devastanti che abbia mai visto. E ho scelto il termine “devastante” non tanto perché è piuttosto in voga – usato com’è spesso a sproposito, sull’onda della spettacolarizzazione televisiva – ma in un’accezione che, pur figurata o traslata in ambito letterario, possiede una sua precisione descrittiva: sconvolta l’anima di chi assiste alla storia, svuotati gli occhi per la visione di quei volti e di quei corpi, che sono a loro volta deturpati da quel che sta loro inevitabilmente accadendo. Forse la mia devastazione è stata accresciuta dal fatto che: 1) sto assistendo all’inesorabile declino dei miei genitori; 2) sto invecchiando io stesso; 3) da anni, anche su questo blog, vado con voi meditando dolorosamente su vita e morte, etica e bioetica, e sul senso profondo di tutto questo. E siccome sempre più mi si affaccia alla mente che tutto questo è parecchio insensato – vorremmo tanto che non lo fosse, come dice in un verso Wislawa Szymborska, che preferirebbe “la possibilità / che l’essere abbia una sua ragione”, ma siamo pur sempre noi a volerlo – la devastazione raggiunge livelli al limite della sopportazione.
E non c’è pietas, non c’è compassione, non c’è scampo né salvezza – nulla c’è che possa anche solo addolcire o smussare o far dimenticare l’effetto di quella inarrestabile opera distruttiva che Georges e Anne – i due anziani protagonisti della storia, interpretata a livelli ineguagliabili da Riva e Trintignant – subiscono impotenti.
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Sazio di giorni

giovedì 27 settembre 2012

(endiadi mortuaria, ma per nulla necrofila ed anzi vitalissima)

L’amica filosofa Nicoletta Poidimani, durante la presentazione all’ex-Cuem autogestita della Statale di Milano del libro Corpo e rivoluzione – raccolta di contributi sul pensiero di Luciano Parinetto – dice innanzitutto che gli manca. Cosa ovvia, potrebbe rispondere chi abbia conosciuto il loro rapporto, non solo filosofico ma anche “umano” (così si suol dire, come se la filosofia fosse disumana).
Ma il senso di questa mancanza va meglio indagato. Lei dice che le manca soprattutto l’intreccio con i pensieri, le parole e i giudizi della persona che è assente e, ora, muta. E fa alcuni esempi: “mi chiedo che cosa direbbe su questo, che battuta farebbe su quell’altro”, e così via. Eppure, paradossalmente, è proprio quel che meno dovrebbe o potrebbe mancare, questo lato di un’alterità assente. Ciò che manca una volta per tutte è il suo corpo – la configurazione di parti che con la morte semplicemente si decompone, lasciando che ogni atomo o parte segua altre strade e dia vita ad altri corpi o composizioni.
Certo, noi sappiamo spinozianamente che quella configurazione è eterna (non immortale) – la sua comparsa sulla scena dei modi della sostanza è per sempre, e non potrà mai più recedere dal cerchio dell’apparire (ma qui non vorrei impelagarmi nel linguaggio severiniano, oltre al fatto che tale certezza appaga forse la ragione, ma per nulla il cuore).
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Aforisma 62

mercoledì 29 agosto 2012

La cultura: un gigantesco dispositivo di rimozione collettiva della morte.

Tessiture epocali e capocchie di spillo

mercoledì 18 luglio 2012

(si tratta di un post che riprende molte delle cose già dette e discusse sull’annosissima questione ontologica – dunque non è un numero 2, che segue all’amore spinozista, ma un numero ‘n’; apparirà pertanto un po’ involuto ed ellittico agli occhi di chi quelle discussioni e quelle riflessioni non ha seguito; e poi non ho voluto tirarla troppo per le lunghe; l’essere – non la mia capocchia di spillo – si scusa per l’eventuale disagio mentale)

Vorrei provare a ragionare sulla tessitura degli enti (cose, fatti, eventi) a partire dalla base ineffabile dell’essere: ciò che potremmo intendere come nuove relazioni e nuovi intrecci – trame impreviste ed imprevedibili nella loro totalità dalla mente temporale (e qui bisognerebbe riflettere sulla inaggirabile conformazione temporale della sfera umana, nonché su quello che Heidegger chiama Dasein, esserci – ma dopotutto su Heidegger e sulle sue gettatezze e deiezioni possiamo anche soprassedere).
Il non-essere è (e qui mi dovrei fermare, perché come fa il non-essere a essere qualcosa?) – dicevo, il non-essere è a ben vedere questo non-ancora emerso dal mondo relazionale, dagli incroci contingenti dei modi e delle forme dell’essere. Noi possiamo fingere che ci sia un punto di vista assoluto: chiamiamolo occhio di Dio (ne abbiamo evidentemente facoltà), un ente immaginario che sappia prevedere quelle trame (o che addirittura le abbia già tutte scritte), e che può anche prendere le sembianze dei tradizionali concetti di fato o destino, che poi in ambito logico denominiamo necessità. Laddove quella trama che sorge – l’incessante e multiforme tessitura dell’essere – proprio in quanto sorgente e fluente è dominata dal regno della possibilità.

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Dio in frantumi

domenica 6 maggio 2012

Ci vuol coraggio per dedicare una sinfonia a Dio. Evidentemente il cattolicissimo Bruckner se lo poteva permettere, non tanto per le sue qualità di musicista devoto, quanto per la capacità di erigere straordinari monumenti sinfonici – e l’ultima, la Nona, quella dedicata appunto all’essere supremo (“al buon Dio”), lo è più di ogni altra (ne avevo accennato qui, tempo fa). A chi la ascolta dal vivo – a me è capitato oggi – pare di inoltrarsi in un ambiente fatto di architetture sonore straripanti – come quando si attraversano dei paesaggi naturali vastissimi, o si entra in cattedrali dalle innumerevoli volte, o si tenta di seguire linee intricate ed in perenne fuga – tanto che avrà la sensazione di perdersi. Ma Bruckner tiene la barra ben ferma e conduce il suo visitatore lungo le immense strade dell’essere sonoro che solo lui era in grado di percepire e concepire.
Questa sua ultima e definitiva sinfonia sembra oltretutto non voler finire mai, e quando, come succede nel primo lunghissimo movimento, si arriva in cima e l’intera orchestra diventa un organo immenso con migliaia di canne che suonano all’unisono per, e con, l’universo-mondo, e le trombe e i corni paiono aver raggiunto le dimensioni dell’iperuranio – qualcos’altro sorge e rinasce dalle profondità della terra, perché è dura congedarsi da tutto questo. Specie se “tutto questo” è pur sempre Dio. Senonché il secondo movimento tira un brutto scherzo
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