La leggiadria del disfacimento

La cosmologia di origini atomistiche ed epicuree messa in campo da Lucrezio, vede senz’altro nella dialettica tra pesantezza e leggerezza – in linguaggio presocratico, tra condensazione e rarefazione – uno dei suoi elementi ricorrenti.
Innanzitutto la natura ha necessità di avere uno spazio infinito e indeterminato, proprio per esercitare quella dialettica: se ci fossero confini, la materia, a causa del suo peso, confluirebbe e si accumulerebbe nel fondo, e “nessuna cosa potrebbe generarsi sotto la volta del cielo”. È la profondità del vuoto che permette alle cose di esistere, librarsi, percorrere il proprio ciclo vitale: “s’apre dovunque immenso spazio alle cose / nell’inesistenza di limiti in ogni direzione d’attorno” (I, 1006-7). È come se fossero proprio il vuoto e l’invisibilità a favorire l’esplodere e l’espandersi delle forme – come se l’universo avesse in ciò il proprio respiro.

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Sempre nuovo splendore

Il De rerum natura di Lucrezio, com’è noto, non è solo un’opera di filosofia, cosmologia, scienze naturali ed etica, ma ancor prima un canto della natura, un’opera di alta poesia, ciò che non ne sminuisce affatto il rigore filosofico, ma anzi ne accresce la potenza.
Si prendano, ad esempio, le pagine del Libro quinto in cui si mostra come la natura fluisca perennemente, e come sia anch’essa sottoposta al vincolo universale del ciclo delle nascite e delle morti, secondo la dialettica della pesantezza/leggerezza che si dispiega grazie alla disposizione delle particelle elementari: scrive Lucrezio che

…l’universo fluisce in eterno.
Così la fonte copiosa di limpida luce, l’etereo sole
inonda continuamente il cielo di sempre nuovo splendore,
e rifornisce senza interruzione la luce con nuova luce. [281-84]

Poco dopo vengono evocate immagini di torri che crollano, rocce che si sgretolano, templi e statue di dèi che vanno in rovina – a ribadire che la natura è la «madre di tutto e comune sepolcro delle cose».
Ecco, trovo questo alternarsi di toni radiosi e cupi, di gravità e levità, uno stratagemma straordinario, non solo retorico, affinché la mente – in corrispondenza con le cose – possa accettare serenamente i sacri limiti imposti dal fato e dalle leggi della natura, e ne canti però la struggente bellezza proprio nel suo perenne consumarsi, perché «le cose hanno bisogno di sempre nuovo splendore» e quel che da loro fluisce «si riversa tutto nel grande mare dell’aria».

Altrove (o dell’essenzialismo capitalista)

«L’essenza della realtà è la somma di Capitale più Natura. Entrambi esistono in un etereo altrove. Qui, invece, nel mondo in cui viviamo, siamo rimasti con una macchia di petrolio. Ma non preoccupatevi: l’Altrove se ne prenderà cura. Nel frattempo, a dispetto della Natura, a dispetto di tutte le poltiglie grigie, le cose reali si scontrano e si dimenano. Alcune di esse sbucano all’improvviso perché la fabbrica funziona male o funziona fin troppo bene: il petrolio fuoriesce dalla sua voragine originaria e si sversa nel Golfo del Messico; i raggi gamma emettono plutonio per ventriquattromila anni; gli uragani si formano a partire da enormi sistemi temporaleschi nutriti dal calore dei combustibili fossili; l’oceano di tasti telefonici si estende sempre di più. Paradossalmente, il capitalismo ha scatenato miriadi di oggetti contro di noi, in tutto il loro multiforme orrore e sfavillante splendore. Duecento anni di idealismo, duecento anni in cui gli esseri umani si sono collocati al centro dell’esistente, e ora gli oggetti si prendono la loro rivincita. Una rivincita terribilmente potente, antica, duratura e pericolosamente precisa, invade ogni cellula nel nostro corpo. Quando scarichiamo l’acqua del WC, immaginiamo che il sifone porti via i rifiuti in un regno ontologicamente alieno. L’ecologia ci parla di qualcosa di molto diverso: e cioè di un mondo ontologicamente piatto privo di qualsiasi tubo di scarico, un mondo in cui non c’è nessun “altrove”».

(T. Morton, Iperoggetti)

Le parole del contagio

La morte – come da un’alta vetta –
riformula i criteri di giudizio
e ciò che non credemmo
ora scorgiamo chiaro
(Emily Dickinson)

«Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso», così scrive Alain Badiou.
E alla domanda: “Che cosa possiamo imparare dal virus?”, Massimo Cacciari risponde seccamente: Nulla. A stare fermi un po’. Cosa volete imparare? Basta con questa retorica che dalle difficoltà si esce migliori. Il nostro cervello è lo stesso di 100.000 anni fa…

Qualcuno si sarà senz’altro chiesto che cosa può dire o fare la filosofia di fronte ad un evento come quello che stiamo vivendo, così violento e inaspettato (uno dei problemi è anche quello della sua definizione e qualificazione). Hanno ragione Badiou e Cacciari: la filosofia non può nulla. La filosofia non può modificare il corso degli eventi, la filosofia non può prevenirli, la filosofia non può nemmeno consolare gli animi. Ciò che forse può fare la riflessione filosofica è aiutare le menti ottenebrate degli umani a vedere con maggior chiarezza quel che hanno davanti (o sotto i loro piedi o alle loro spalle o dentro di loro), anche se in un senso radicalmente diverso da quello della scienza. Ecco, la scienza può provare a prevenire, modificare, curare, salvare (anche se non è detto che ci riesca), la filosofia no. La religione può provare a consolare, confortare, rasserenare, ma non la filosofia. Compito della filosofia è solo quello di dire il vero, o di provarci. La verità, una parola che può anche svelare cose che non vorremmo né vedere né sapere.
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Deus absconditus

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Qualche sera fa ho aperto una conferenza scientifica facente parte di un ciclo che ha l’intento di illustrare in che modo è cambiato in Occidente il modo di guardare il cielo. La scommessa è di integrare diversi punti di vista – filosofico, antropologico, fisico-matematico, estetico – mostrando come si è andata modificando la percezione di sé e del proprio posto nel cosmo da parte dell’essere umano. La seconda puntata era dedicata all’epoca moderna, da Copernico a Newton. Ho aperto inevitabilmente con la data simbolo del 1543 – anno di pubblicazione del De revolutionibis orbium coelestium – e con l’impatto che la “rivoluzione copernicana” ha avuto sui pensatori e gli scienziati dei decenni e secoli successivi.
Tre in particolare le parole-chiave di questa trasformazione (e radicale rotazione del punto di vista):
1) Legge. Telesio scrive nello stesso secolo di Copernico il De rerum natura iuxta propria principia, sostenendo che la natura deve essere conosciuta attraverso se stessa, i principi interni e propri che la ordinano – e non con categorie a lei estranee (magiche, mitiche, divine, extranaturali). Ma tale legge non può più avere un ordine qualitativo (altrimenti torneremmo a Mileto): Galileo farà un passo in più, e conierà la celebre metafora del mondo da intendersi come libro aperto, scritto in linguaggio matematico, e dunque chiaro alla nostra mente.
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Antropocene 3 – Leibniz vs Spinoza (o delle umane macchine barocche)

Ho scelto di parlare di Leibniz in questo nostro percorso sulla coscienza e la natura umana, perché trovo che la sua filosofia – e forse la sua stessa biografia intellettuale ed esistenziale – siano indicative di un dramma cruciale che si svolge nel cuore della modernità – e che, anzi, è l’essenza stessa della modernità: l’avere cioè subodorato il pericolo di una cancellazione della peculiarità umana all’interno della natura, di una riduzione di tipo meccanico e materialista di una specie che si crede speciale. Il pensiero di Leibniz può cioè essere (anche) letto come la reazione ad una vera e propria espulsione dal mondo umano dello spirito, di Dio, dell’anima così come erano stati fino ad allora intesi.
Leibniz rappresenta il filosofo (e lo scienziato) più cosciente di questo “pericolo”, che assume come problema e tenta di annullare costruendo una vera e propria filosofia barocca di taglio spiritualista, in grado di unire il fronte meccanicista e quello finalista, la materia e lo spirito, la natura e Dio.
Ma vi è un convitato di pietra, un’ombra che incombe su tutta l’attività filosofica leibniziana: Spinoza, il filosofo che invece aveva portato alle estreme conseguenze l’idea di immanenza – ovvero la concezione per cui tutto sarebbe natura e noi umani non saremmo altro che corpi, ingranaggi, parti di un grande ed unitario meccanismo naturale.

[È questa, ad esempio, la tesi sostenuta (e, potremmo dire, drammatizzata) dal filosofo americano Matthew Stewart nel celebre saggio Il cortigiano e l’eretico]

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La scienza è la verità (nientemeno!)

«Dalla certezza scientifica che l’uomo sia l’essere più evoluto, gli scienziati ne traggono un’altra, e cioè che gli scienziati siano i più evoluti tra gli uomini – perché sono, tra gli uomini, quelli che conoscono meglio le leggi dell’evoluzione. E sulla certezza che gli scienziati siano i più evoluti tra gli uomini poggia la certezza fondamentale della scienza: ovvero che la scienza è la verità. Il che significa che ciò che gli scienziati sanno del gatto è il gatto, e ciò che sanno di una nuvola è la nuvola, e ciò che sanno della particella subatomica è la particella subatomica, e così via – perché è scientificamente impossibile che esseri tanto evoluti come gli scienziati si sbaglino nel constatare e nel descrivere ciò che c’è. […]
Ma ci vuol poco ad accorgersi che questa idea è infondata: ciò che la scienza studia non è affatto quello che c’è in natura, ma soltanto una descrizione di ciò che alcune persone credono che vi sia in natura».

[I. Sibaldi]

Quarta passeggiata filosofica

La filosofia, nata in città, volge lo sguardo alla natura – la physis nella lingua greca – fin dagli esordi. Uno sguardo razionale, che cerca un principio da cui ogni cosa sporge e sorge – l’arché. Per poi, infine, ritornarvi. Il medesimo principio da cui noi stessi siamo generati – in un unico flusso metamorfico.
La primavera, il risveglio della natura, lo sbocciare della vita, evocano con forza quell’idea, quel principio, quella sensazione di comunanza.
In quella natura-riserva un po’ asfittica che è la natura in città, proveremo a camminare, a pensare, ad immaginare e a meravigliarci di fronte a quel principio sorgivo che tutto regge. Physis, arché, natura naturans – natura che sempre si genera, da sé, muta e si espande. E a sé ritorna. Iuxta propria principia.
E che – proprio in questa stagione – esplode in una miriade di forme, di spore, di gemme, di fiori, di colori, di foglie e di frutti, un carnevale e una festa della moltitudine vegetale (una “verditudine”) resa possibile dall’ “invenzione” evolutiva delle angiosperme.
Alla ricerca di un linguaggio insieme razionale e poetico, logico ed emotivo.
Filosofeggiare camminando, per il puro piacere di farlo.
Al battere del passo senza meta, fine a se stesso.

***

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Iuxta propria principia!

TELESIO quadro

È ricorsiva nei filosofi l’idea di “ritornare alle origini”, che quasi sempre significa un ritorno alle cose, a se stessi, all’immediatezza naturale, alla sensibilità, a principi semplici ed essenziali – e che talvolta si traduce anche in un ritorno alle origini della filosofia, in genere ai presocratici e alla loro potenza sorgiva. Ciò succede soprattutto quando si avverte il peso della tradizione, quando il pensiero si sente incatenato a ciò che lo precede, quando le categorie o le teorie lo incrostano e lo soffocano. A maggior ragione se a precedere sono giganti o sistemi filosofici di grande portata.
Doveva sentirsi così Bernardino Telesio, questo filosofo irrequieto che gironzola per l’Italia, tra Cosenza, Padova e Roma e che pare ad un certo punto essersi ritirato a meditare in convento, tra i monaci benedettini. Forse fu proprio la solitudine ad ispirargli il colpo di scena rinascimentale del De rerum natura iuxta propria principia, un titolo che mi ha sempre entusiasmato, vuoi per quel riferimento lucreziano, vuoi soprattutto per quel iuxta propria principia – che è come dire che la natura va osservata in riferimento a se stessa, per come essa è e funziona in sé, senza quindi:
-teorie preconcette o pregiudizi (magari antropocentrici)
-interventi magici o divini
-ma pure senza quell’eccessivo ragionare che le scuole e la tradizione filosofica recano inevitabilmente con sé.
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Tertium datur?

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La vita, la mente, la coscienza sono spiegabili solo con la fisica e la chimica delle particelle elementari? E l’unica alternativa possibile è quella del disegno divino?
Ridotto all’osso, il programma di ricerca del filosofo Thomas Nagel (quello che nel 1974 aveva scritto il celeberrimo articolo What is it like to be a bat? – Che cosa si prova ad essere un pipistrello?) si riduce a questa duplice domanda, discussa nel saggio Mente e cosmo: perché la concezione neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa, pubblicato di recente in Italia da Cortina editore.
La scommessa di Nagel è di non accettare la prospettiva riduzionistica come l’unica e totalizzante spiegazione delle cose: vi sono alcuni fenomeni – la vita e in particolare la mente, la coscienza e il mondo dei significati e dei valori – che non sono riconducibili e men che meno riducibili alla spiegazione fisico-chimica degli elementi. D’altro canto Nagel suggerisce una prospettiva anti-riduzionistica a sua volta non riducibile al partito avverso dei materialisti, ovvero i fautori del disegno intelligente (creazionisti, anti-darwiniani, spiritualisti e teologi vari). Vi è secondo lui una terza via possibile – e fondabile razionalmente – che pur inscrivendosi nella tradizione idealistica (non soggettiva ma oggettiva, e dunque platonico-hegeliana) non disdegna affatto di dialogare con le scienze. Semplicemente sostiene che la fisica-chimica non è in grado di spiegare tutto: la realtà e molteplicità dell’essere è più varia e più ricca di quanto le leggi fisiche possano ricomprendere. La mente non è riducibile alla materia, che non è così in grado di assorbirla integralmente.
Nel brano riportato qui sotto, in breve, il programma nageliano (o la speranza-progetto che vi sta dietro):

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