Posts Tagged ‘nazionalismo’

Il volto e il corpo dell’altro – 2. Stranieri, xenìa e homo migrans

martedì 22 novembre 2016

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“Straniero” è parola che viene dal latino extraneus, che sta per esterno, esteriore, di altri. Medesima origine ha l’aggettivo “strano” (che invece in latino era reso dalla parola novus, nel significato di insolito) – convergenza ed assonanza che dovrebbe far riflettere.
Lo straniero è così ciò che sta fuori dei confini (familiari, nazionali, etnici, culturali, linguistici, ecc.) e che è affetto da stranezza, diversità, non familiarità. È l’estraneo che provoca turbamento.
I greci avevano invece coniato una parola – “barbaro” – che definiva lo straniero come colui che non parla la lingua greca, che letteralmente “balbetta” (bàrbaros è parola onomatopeica).
Molto diverso – e altrettanto interessante – il significato della parola greca xénos, che sta sì a designare l’altro-straniero (addirittura il nemico, come in Omero), ma con sfumature molto ampie che ricomprendono anche la figura dell’ospite: xenìa indica infatti il vincolo di reciproca ospitalità. Quasi che in questa parola si accenni alla condizione universale di estraneità che può colpire in qualsiasi momento gli umani costretti a lasciare, per qualsiasi ragione, la loro casa, la loro terra, il loro paese, e che trovano confortante l’idea che da qualche parte ci sia uno straniero-ospite pronto ad accoglierlo (molto interessante a tal proposito l’ambivalenza della parola “ospite”, che indica sia il soggetto che ospita che quello ospitato).

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Proletari di tutto il mondo nazionalizzatevi

mercoledì 9 novembre 2016

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Confesso che la vittoria di Trump (così come la Brexit di qualche mese fa) non mi ha punto sconvolto, anzi. Mi ha convinto ancor più che occorre andare a fondo nell’analisi di quel che sta accadendo, cambiare paradigmi, rifondare la stessa idea di politica – in un certo senso è come se il mio pensiero critico fosse più eccitato di prima, nonostante l’orrore antropologico che provo per il nuovo presidente della potenza americana. Ma sono più che mai convinto che occorra scindere l’aspetto emotivo (l’orrore, appunto, o il disgusto) dal ragionamento e dall’analisi, che devono farsi più lucidi che mai.
Era stato Slavoj Zizek a dichiarare qualche giorno fa che il voto per Trump avrebbe avuto un significato dirompente sul piano politico – in un’ottica che in passato sarebbe stata etichettata come logica del “tanto peggio tanto meglio”. Ecco, credo che ora l’ottica sia radicalmente cambiata, e quella formula non valga più. Trump rappresenta piuttosto la sintesi, la punta di diamante (o di merda, se la metafora non piace) di un processo che appariva inarrestabile dai lontani decenni del neoliberismo anglosassone (do you remember il vangelo thatcheriano-reaganiano?).
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Cascàmi

venerdì 25 luglio 2014

Scrap_metalDella storia non si butta via niente (qualcuno dice che da essa non si impara niente). D’altro canto il verbo “buttare” è ambiguo, dato che – non esistendo il nulla – ciò che viene gettato via non sparisce, semplicemente si sposta, si disfa, si trasforma – residua da qualche parte. Il dimenticato Giambattista Vico aveva opportunamente coniato l’espressione di corsi e ricorsi per significare non solo che i residui non spariscono, ma che talvolta possono essere riesumati e riutilizzati. Tornare in vita – ricorrere, appunto. È probabile che la storia – ammesso che una cosa come “la” storia esista davvero – funzioni proprio così. Come succede col povero maiale, del quale non si getta via niente. E tutti i suoi cascami – talvolta mefitici – si trovano depositati da qualche parte (nello spirito? nella memoria? nel linguaggio? nella prassi quotidiana?), pronti ad essere riattivati come degli zombi al momento opportuno.
Si è pensato già altre volte che il nazionalismo, le ossessioni identitarie (etniche o altro), il bellicismo, il razzismo e varie altre fobie potessero essere collocati una volta per tutte in questi scantinati o soffitte della storia, e lì, depositati come cimeli, osservati da lontano, con la sufficienza e la superiorità intellettuale di chi, venuto dopo, abbia appreso la lezione e li consideri alla stregua di reperti museali.
Niente da fare. Crisi economiche o di valori, crisi sociali e quant’altro inducono sempre schiere più o meno ampie di apprendisti stregoni a riesumare quegli oggetti “spirituali” e a farli rivivere in tutta la loro spettralità.
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