Posts Tagged ‘nazione’

Zoon politikon – 3. Lo stato-leviatano

martedì 19 dicembre 2017

leviatano

Occorrerebbe affrontare questo tema innanzitutto da un punto di vista storico, per cercare di capire come la forma politica muta (ammesso che se ne possa identificare una privilegiata, ovvero la pòlis greca da cui siamo partiti, scegliendola come invenzione vincente dell’organizzazione sociale): in particolare com’è che si è passati da realtà politiche locali (le città-stato) ad organismi enormi come gli imperi (quello alessandrino, quello romano, poi le strutture politiche medievali, complicate dalla “città di Dio”).
Bisognerebbe anche discutere delle basi giuridiche dello stato moderno, cioè di quella forma politica che si affaccia in Europa chiaramente a partire dal XVI-XVII secolo: vi è tal proposito un grande dibattito in ambito filosofico-politico – con il cosiddetto giusnaturalismo – che tenta di spiegare la nascita dello stato a partire dal concetto-limite dello stato di natura.
Vi è poi – e credo sia l’elemento cruciale – la demografia, in stretta connessione con le trasformazioni economiche e produttive (e, più di recente, con quelle tecnoscientifiche e mediche): nella forma dello stato diventa cioè sempre più preponderante l’elemento del popolo, della nazione, dell’identità collettiva – praticamente invenzioni della modernità (anche se l’idea di patria è senz’altro più antica).
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Statolatria

sabato 9 dicembre 2017

«Il mondo attuale è suddiviso in una molteplicità di Stati che si fronteggiano. Per i figli della nazione, che sin dalla nascita hanno condiviso l’ottica statocentrica, ancora ben salda e dominante, lo Stato appare un’entità naturale, quasi eterna. La migrazione è allora devianza da arginare, anomalia da abolire. Dal margine esterno il migrante rammenta allo Stato il suo divenire storico, ne scredita la purezza mitica. Ecco perché riflettere sulla migrazione vuol dire anche ripensare lo Stato».
(Donatella Di Cesare, Stranieri residenti. Per una filosofia della migrazione)

Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)

giovedì 17 marzo 2011

Della patria e dell’Italia non me ne frega niente. Sono cosmopolita per natura: per caso son qui, per caso son cittadino italiano, per caso parlo questa lingua. Sarei potuto benissimo essere un cittadino tunisino o coreano od anche un alieno coplanetario del voltairiano Micromega.
In fatti come questi non c’è alcuna necessità metafisica – come del resto in tutti i fatti: e qui mi scopro profondamente humeano!
Dunque stiano ben lontani da me la retorica nazionalistica, le fanfare, l’amor di patria, i fratelli d’Italia (perché non le sorelle poi?), inni e bandiere.
Ciò non toglie che, contro ogni separatismo neocorporativo, neoetnico o neofeudale, rivendichi l’acquisizione del moderno concetto di cittadinanza come un punto di non ritorno. Una cittadinanza concreta e piena di cose, però, né formale né borghese né liberale. Una cittadinanza che mette al centro ciò che è comune e sociale.
Insomma un giro di parole per dire che oggi festeggerò a modo mio il mio essere un comunista della cittadinanza o un cittadino dell’internazionalismo comunista – anche se in salsa (e in lingua) italiana. E festeggerò incazzandomi un po’ (tanto per cambiare) e criticando l’attuale tentativo in corso di minare e far fuori uno dei documenti basilari di riferimento di questo mio essere cittadino qui e ora: la costituzione (in questo caso italiana) e la nozione di cittadinanza (un bel po’ più ampia e ariosa) che la fonda – motivo per cui lo scorso sabato 12 marzo ero in piazza, in una delle tante piazze italiane (una molto a nord, visto che mi trovavo a Sondrio).

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