Posts Tagged ‘necessità’

Quarto fuoco: dadi e dande

lunedì 25 gennaio 2016

«La natura può essere davvero “crudele” e “indifferente”, in quanto non esiste a nostro beneficio, non sapeva che saremmo venuti e non le importa assolutamente nulla di noi» (Gould)

«Già ora abitiamo su un magnifico sasso vagante alla periferia della Via Lattea, schiacciati fra il gelido vuoto dello spazio esterno sopra di noi e colossali mantelli di magma incandescente sotto di noi, lì a metà, in bilico sopra zattere continentali in movimento e sotto una sottile striscia di atmosfera. In questa pellicola di gas instabili il 99% delle specie esistite nella storia naturale si sono già estinte e fanno parte dei cataloghi museali di un passato che non tornerà mai più» (Pievani)

Frasi come queste – la prima di un illustre biologo e paleontologo statunitense, la seconda di un filosofo della scienza italiano – parrebbero togliere ogni dubbio sulla nostra radicale contingenza, sul fatto cioè che siamo al mondo per caso (anche se non a caso), per una serie cioè di fortunate circostanze, e che nessuno o niente ci aveva previsto, programmato, pianificato. Le teorie finalistiche della creazione o del disegno intelligente non reggerebbero insomma alla prova dei fatti della storia della vita, e più che sorretti dalle dande della necessità noi saremmo stati gettati nell’esistenza attraverso un tiro di dadi.

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Quinta parola: libertà

lunedì 16 febbraio 2015

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[Sommario: Libertà e filosofia – L’uomo-misura di Protagora – Socrate eroe classico della libertà – Diogene hippy e cosmopolita – Il giardino di Epicuro – La catena degli stoici – Il libero arbitrio di Agostino – L’uomo proteiforme di Pico della Mirandola – Necessità e libertà in Spinoza – Stato e individuo: il liberalismo – Libertà, natura e spirito – L’oltreuomo nietzscheano – Sartre e l’esistenzialismo: libertà come possibilità – Libertà moltitudinaria – Responsabilità, alterità e libertà]

Il concetto di libertà è piuttosto sfuggente e, soprattutto, cangiante: epoche e culture diverse intendono questo termine in maniere inevitabilmente diverse. Ma senza voler entrare nella molteplicità dei significati e delle sfumature, evocare la libertà nel campo filosofico significa evocare nello stesso tempo una delle condizioni essenziali del pensiero: di libertà i filosofi hanno bisogno come l’aria, senza libertà di pensiero non ci può essere filosofia.
Ma di che cosa realmente parliamo quando parliamo di libertà? Da che cosa (o di che cosa) siamo (o dobbiamo) essere liberi? E poi: possiamo davvero esserlo, o si tratta di una pura illusione?
Ci faremo queste domande scorrendo velocemente il pensiero di alcuni filosofi o correnti filosofiche, dalla grecità all’epoca contemporanea.

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Leibniziana 2 – Scagionare (nientemeno che) Dio

venerdì 17 gennaio 2014

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Teodicea è parola coniata dall’inventiva filosofica di Leibniz – con la precisa intenzione di togliere le castagne dal fuoco niente meno che a Dio, visto che il Signore-dio-loro non pare essere molto in grado di giustificarsi nei confronti di quella cosa parecchio spiacevole che è il male (e che provoca dolore), una spina conficcata nella più-che-perfetta economia del creato. Come scrive giustamente Vittorio Mathieu: «una ricerca volta a scagionare Dio dall’accusa di aver creato il male nel mondo» (si veda la sua eccellente introduzione all’edizione Zanichelli dei Saggi di teodicea: io ne ho una copia del 1973, che ho tolto qualche mattina fa parecchio impolverata dalla libreria).
Il più ampio, e forse importante, saggio filosofico pubblicato da Leibniz su un argomento apparentemente minore, era in realtà un vero e proprio puntello maggiore del suo sistema, visto che il programma essenziale del filosofo tedesco è una integrale razionalizzazione del reale, comprese le parti tradizionalmente in ombra o più riottose – anche se l’occasione gli fu data dalla pubblicazione del Dizionario di Bayle, oltre che dalle sue assidue frequentazioni di corti e di salotti.
Spinoza aveva risolto la faccenda in maniera piuttosto tranchant: se tutte le cose sono modi di Dio (e co-incidono o co-insistono sul suo piano immanente), od anche, viceversa, se Dio si manifesta nella moltitudine ed entitudine, e se è l’assoluta e sostanziale necessità a regnare (nulla è contingente) – allora concetti come male e bene sono inconsistenti proiezioni di una mente ipertrofica e malata, che si crede un po’ troppo al centro del mondo. Quel che Spinoza concede è che rientrino semmai nella dinamica delle passioni, là dove bene è espansione e male è contrazione del desiderio e della vita stessa degli esseri – ciò che però non è un difetto, ma una necessità naturalmente determinata.
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Labirinti imbarazzanti

venerdì 1 novembre 2013

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«Ci sono due labirinti famosi, nei quali la nostra ragione assai spesso si smarrisce: uno riguarda il grande problema di ciò che è libero e di ciò che è necessario, soprattutto in rapporto alla produzione e all’origine del male; l’altro consiste nella discussione della continuità e degli indivisibili, che sembrano esserne gli elementi, discussione nella quale deve entrare la considerazione dell’infinito. Il primo labirinto imbarazza pressoché tutto il genere umano, il secondo mette alla prova soltanto i filosofi».
[Leibniz, Scritti filosofici, vol. III]

L’insostenibile gravità dell’esistere

giovedì 16 maggio 2013

kierkegaard

Pochissimo s’è parlato in questo blog di Søren Kierkegaard. Solo fugaci citazioni, in 4 o 5 occasioni, nulla di più. Il 5 maggio scorso ricorreva tra l’altro, nel più assordante dei silenzi, il bicentenario della sua nascita.
Del resto il filosofo danese non è di sicuro nelle mie corde – ed anzi, ricordo che all’università, io e un mio compagno con il quale ho avuto il piacere di condividere anni di forsennata passione filosofica (e di grandi bevute), eravamo soliti sbeffeggiare il povero Søren, in particolare per quella sequela di titoli angosciosi e funesti – Timore e tremore, Briciole filosofiche, Il concetto dell’angoscia, La malattia mortale… – a nostro avviso ben poco filosofici, e comunque lontani dal nostro stile irruento e vitale (io poi ero all’epoca un temibile estremista hegeliano!).

[En passant, Briciole di filosofia fu, se non erro, il primo blog filosofico che incontrai sul web, subito dopo aver aperto La Botte. Quasi una nemesi].

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Il punto in 18 punti

lunedì 11 febbraio 2013

[Pensieri di fuoco nascono dai ghiacci. Almeno a me capita così. Sia il mulinare della neve – che apre inusitate prospettive filosofiche – sia le lande ghiacciate, sortiscono nella mia mente effetti stranianti e febbrili.
Camminavo, appunto, sui ghiacci di fine dicembre, in un paesaggio lombardo che ricordava vieppiù la tundra o la taiga, quando mi sovvennero pensieri urgenti con pressanti richieste di fare il punto. E così, un po’ come capitò con le 19 tesi di qualche anno fa, ecco una breve summa del punto filosofico a cui sono ora giunto. Un punto che è solo la fine provvisoria di un nuovo inizio].

1. Tutto sta nella correlazione originaria. Qualcosa (qualunque cosa) è connesso a qualcos’altro (qualunque altra cosa) e pare spingere in direzione di un fondamento – un ab-solutus – quasi a bramarlo come suo proprio completamento; ma può una correlazione – dunque un rinvio da un capo all’altro – fondare ultimativamente qualcosa?

2. Eppure la questione ab origine si presenta in siffatta guisa: un io che pensa, da una parte e, dall’altra, un pensato che è un essere-totalità-indistinzione da cui l’io ha la pretesa di distaccarsi. Senonché “io” è punta acuminata di un corpo (un indivi-duo), che è già da sempre immerso, sommerso, conficcato entro una corporeità diffusa – un essere, un tutto, una nebulosa di corpi, di enti, di oggetti, di viventi.

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Cupiditas: l’orcio, il piviere e la scabbia

mercoledì 28 novembre 2012

[Quella che segue è una sintesi dell’introduzione con cui lo scorso lunedì ho aperto il Gruppo di discussione filosofica che si tiene mensilmente presso la Biblioteca di Rescaldina. Ho cercato di mantenere, per quanto mi è stato possibile nel passaggio alla stesura scritta, il tono colloquiale e il carattere divulgativo. Il tema in discussione era: (Iper)consumi: necessità, bisogni, desideri]

Partiamo dal titolo del nostro incontro: già il prefisso “iper” comporta un giudizio di valore (che è però tutto da argomentare). A tal proposito appare ovvio come ogni società umana (e dunque ogni singolo umano) non possa non consumare per sopravvivere. Senonché – anche questa è un’ovvietà – si sono date storicamente forme sociali diverse con modi diversi di consumare, uno dei quali è l’attuale, il tardo sistema capitalistico globale. Un sistema che non è eterno e che potrà in futuro essere modificato o sostituito. Questo modello viene da più parti denominato e caratterizzato come “consumistico” – ad indicare genericamente un eccesso di consumi, o un’eccessiva concentrazione sulla logica del consumo (senza magari farsi domande su motivazioni, radici, cause, effetti, ecc.). È comunque evidente che non ci sono mai state società in passato che abbiano consumato così tanto, così diffusamente ed intensivamente.
Ma la mia attenzione si volgerà piuttosto all’altra parte del titolo: necessità – bisogni – desideri, e verterà sul lato “soggettivo” più che oggettivo. Ci chiederemo cioè quali sono le spinte interne all’individuo che determinano la logica del consumo. E per far ciò partiremo dall’analisi di un celebre filosofo olandese del ‘600, autore di una interessante teoria della natura umana, ed in particolare delle “passioni” umane: Baruch Spinoza (1632-1677).
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Prima obiezione: scatole cinesi

domenica 28 ottobre 2012

Il filosofo della scienza Telmo Pievani ce lo riassume così, in modo molto efficace: «Già ora abitiamo su un magnifico sasso vagante alla periferia della Via Lattea, schiacciati fra il gelido vuoto dello spazio esterno sopra di noi e colossali mantelli di magma incandescente sotto di noi, lì a metà, in bilico sopra zattere continentali in movimento e sotto una sottile striscia di atmosfera. In questa pellicola di gas instabili il 99% delle specie esistite nella storia naturale si sono già estinte e fanno parte dei cataloghi museali di un passato che non tornerà mai più».
È una radicale affermazione di contingenza. Scientificamente (e forse psichicamente) è un concetto molto sensato. Ontologicamente lo è un po’ meno – ma si può dissentire dall’ontologia e ritenerla una millenaria frottola o una gran perdita di tempo. Se però si tiene fermo il punto di vista ontologico, che è peraltro molto prossimo all’autoaffermazione non smentibile in nessun caso, occorre dire che: la contingenza si volge facilmente in necessità, poiché è in ogni caso, e quel che è ha una sua incontrovertibilità ed innegabilità, fosse anche errore, sogno o follia.
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Tessiture epocali e capocchie di spillo

mercoledì 18 luglio 2012

(si tratta di un post che riprende molte delle cose già dette e discusse sull’annosissima questione ontologica – dunque non è un numero 2, che segue all’amore spinozista, ma un numero ‘n’; apparirà pertanto un po’ involuto ed ellittico agli occhi di chi quelle discussioni e quelle riflessioni non ha seguito; e poi non ho voluto tirarla troppo per le lunghe; l’essere – non la mia capocchia di spillo – si scusa per l’eventuale disagio mentale)

Vorrei provare a ragionare sulla tessitura degli enti (cose, fatti, eventi) a partire dalla base ineffabile dell’essere: ciò che potremmo intendere come nuove relazioni e nuovi intrecci – trame impreviste ed imprevedibili nella loro totalità dalla mente temporale (e qui bisognerebbe riflettere sulla inaggirabile conformazione temporale della sfera umana, nonché su quello che Heidegger chiama Dasein, esserci – ma dopotutto su Heidegger e sulle sue gettatezze e deiezioni possiamo anche soprassedere).
Il non-essere è (e qui mi dovrei fermare, perché come fa il non-essere a essere qualcosa?) – dicevo, il non-essere è a ben vedere questo non-ancora emerso dal mondo relazionale, dagli incroci contingenti dei modi e delle forme dell’essere. Noi possiamo fingere che ci sia un punto di vista assoluto: chiamiamolo occhio di Dio (ne abbiamo evidentemente facoltà), un ente immaginario che sappia prevedere quelle trame (o che addirittura le abbia già tutte scritte), e che può anche prendere le sembianze dei tradizionali concetti di fato o destino, che poi in ambito logico denominiamo necessità. Laddove quella trama che sorge – l’incessante e multiforme tessitura dell’essere – proprio in quanto sorgente e fluente è dominata dal regno della possibilità.

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Filosofia della contingenza – 3

martedì 20 dicembre 2011

Il tempo è un bambino che gioca coi dadi:
di un bimbo è il regno.
(Eraclito)

[Sommario: 1. La freccia del tempo – 2. Sassi vaganti – 3. Di nuovo: natura e cultura – 4. Parentesi ontologica: la crisi del fondamento – 5. Etica della contingenza – 6. Ancora una filosofia della storia? – 7. Due dilemmi a chiudere – La stoffa delle stelle]

1. Dalla teoria – corroborata da una serie di fatti – che la vita non ci avrebbe previsti (a rigore non avrebbe previsto nessuna delle sue creature o evoluzioni – ma, conseguentemente, essa stessa sarebbe del tutto contingente, cioè poteva benissimo non esserci), Telmo Pievani inclina verso una radicale filosofia della contingenza, ed ecco il motivo del titolo di questa serie di post.
La storia naturale è essenzialmente contingente poiché priva di alcun progetto a priori, ogni specie ed ogni storia di ciascuna specie essendo unica e contraddistinta da serie causali indipendenti la cui congiunzione ha prodotto, a posteriori, quel determinato risultato storico. Il nastro di ciascuna storia non è riavvolgibile, e la freccia del tempo evolutivo corre in una determinata direzione mossa da molteplici serie causali che si congiungono in modo improbabile, inaspettato ed univoco, e non c’è alcuna ragione perché debbano farlo sistematicamente o necessariamente. Questi sarebbero, tra l’altro, gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana, che finiscono per storicizzare quel che di solito si pensa sia immutabile: la natura e le sue leggi. Non solo la natura scorre, scorrono anche le sue leggi – e questo scorrimento, come abbiamo già annotato nel post precedente, non è uno svolgimento necessario e predeterminato,  ma un fluire radicalmente contingente.
Questo, tra l’altro, sembrerebbe non valere solo per la vita (tutto sommato un fenomeno minuscolo nell’economia del tutto) ma addirittura per il cosmo o i cosmi, l’universo o i poliversi. La domanda metafisica essenziale fa qui capolino – pure nel bel mezzo di un diluvio bioscientista – e fa risuonare la sua flebile (ma inflessibile) voce: perché, allora, l’essere e non il nulla?

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