Posts Tagged ‘nicoletta poidimani’

Violenza di genere e femminicidi politici

giovedì 14 gennaio 2016

Attendevo che fosse una donna a dire parole sensate sui fatti di Colonia e dintorni. Queste parole – dell’amica filosofa femminista Nicoletta Poidimani – puntano il dito sulla questione nella sua interezza: “questione maschile” (che è globale e transculturale) e “questione kurda” (nello specifico del conflitto mediorientale in corso), sono i grandi rimossi su cui riaccendere il lume della critica e della lotta politica.

«La violenza di genere ha sempre una valenza politica, dal mio punto di vista, poiché è uno strumento utilizzato per perpetuare il secolare dominio del genere maschile sulle donne. Poco conta se questo uso sia sempre consapevole o sia frutto di una mentalità che inferiorizza le donne fino a renderle proprietà maschile, dunque schiave dell’uomo. È un dato di fatto storicizzabile, da combattere alla radice…»

L’intero articolo si trova a questa pagina:

http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1065

 

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Terzo lunedì: la “madre” di tutte le decolonizzazioni

sabato 21 dicembre 2013

manifestazione-donne

Premessa biografica.
La scoperta, peraltro tardiva, di uno scritto femminista dei primi anni ’70 che si intitolava Sputiamo su Hegel, ebbe su di me un duplice effetto. Da una parte fui turbato (e al contempo divertito per la singolarità del titolo), poiché si sputava proprio nel piatto nel quale stavo mangiando da tempo, oltretutto con gusto: Hegel era il filosofo che più avevo studiato (e amato) e che maggiormente aveva condizionato la mia formazione filosofica nonché la mia concezione del mondo, della storia, della politica. Dall’altra, quella scoperta non era certo casuale, dato che si innestava su una parallela frequentazione di ambiti di pensiero radicalmente critici (tra cui, ovviamente, quello femminista), non solo nei confronti della tradizione filosofica, ma soprattutto della società e delle sue strutture categoriali.
Una mia cara amica e compagna di studi, con la quale condividevo l’assunto marxista della stretta connessione tra teoria e prassi, mi disse un giorno che non capiva perché mai dovesse studiare tutti quei filosofi uomini, che avevano elaborato teorie di dubbio valore universale (al più potevano essere semiuniversali), e nei quali, soprattutto, finiva per non riconoscersi. Ecco allora che “sputare su Hegel” non era solo un gesto simbolico o provocatorio, quanto piuttosto un chiedersi radicale e straniato – che non valeva solo per le assoggettate di sempre, ben poco contemplate in quel “Soggetto” cui il filosofo tedesco dava una suprema importanza – se il discorso filosofico che andavo studiando sui libri riguardasse o meno la mia esistenza e l’esistenza collettiva nella quale ero immerso.
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Sazio di giorni

giovedì 27 settembre 2012

(endiadi mortuaria, ma per nulla necrofila ed anzi vitalissima)

L’amica filosofa Nicoletta Poidimani, durante la presentazione all’ex-Cuem autogestita della Statale di Milano del libro Corpo e rivoluzione – raccolta di contributi sul pensiero di Luciano Parinetto – dice innanzitutto che gli manca. Cosa ovvia, potrebbe rispondere chi abbia conosciuto il loro rapporto, non solo filosofico ma anche “umano” (così si suol dire, come se la filosofia fosse disumana).
Ma il senso di questa mancanza va meglio indagato. Lei dice che le manca soprattutto l’intreccio con i pensieri, le parole e i giudizi della persona che è assente e, ora, muta. E fa alcuni esempi: “mi chiedo che cosa direbbe su questo, che battuta farebbe su quell’altro”, e così via. Eppure, paradossalmente, è proprio quel che meno dovrebbe o potrebbe mancare, questo lato di un’alterità assente. Ciò che manca una volta per tutte è il suo corpo – la configurazione di parti che con la morte semplicemente si decompone, lasciando che ogni atomo o parte segua altre strade e dia vita ad altri corpi o composizioni.
Certo, noi sappiamo spinozianamente che quella configurazione è eterna (non immortale) – la sua comparsa sulla scena dei modi della sostanza è per sempre, e non potrà mai più recedere dal cerchio dell’apparire (ma qui non vorrei impelagarmi nel linguaggio severiniano, oltre al fatto che tale certezza appaga forse la ragione, ma per nulla il cuore).
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Il partito delle fobie

lunedì 11 luglio 2011

La mia amica filosofa Nicoletta Podimani, impegnata da anni sul fronte delle battaglie sociali, antimilitariste, antirazziste, libertarie, femministe, per i diritti LGBT – insomma, per tutto ciò che potrebbe rendere migliore e più vivibile questo derelitto paese – ha scritto di recente un contributo per un opuscolo distribuito durante la festa antileghista che si è tenuta a Brenta lo scorso 3 luglio. Ho pensato di pubblicarlo sul blog per almeno due motivi:  il primo è che rispecchia esattamente quel che penso sul tema del leghismo, delle ossessioni identitarie, delle fobie, del razzismo (del tutto in linea con quanto espresso da anni su questo blog); ma soprattutto perché mi è piaciuto il taglio con cui Nicoletta lo ha scritto, insieme biografico (che attinge al vissuto e all’esperienza diretta) ed antropologico, oltre che teorico-politico. Cito solo due aspetti dello scritto che trovo molto interessanti: la “scalata nella gerarchia etnico-sociale” e il presunto “riscatto” da parte dei “terroni”; la contiguità ideologico-culturale del leghismo con il nazifascismo e l’integralismo cattolico. Sono certo che potrà interessare anche i lettori della Botte…

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Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un paesello della Brianza. Erano gli anni Sessanta-Settanta, caratterizzati dall’immigrazione dal Sud. Mio padre, in realtà, era arrivato a Milano anni prima, durante la guerra, spedito dalla Sicilia a fare il servizio militare al Nord. Lì ha conosciuto mia madre.
Il mio cognome diceva chiaramente le origini paterne e per i parenti da parte materna nonché per coloro che, come unica lingua, conoscevano e parlavano il dialetto brianzolo, io ero “la figlia di un terrone” o, addirittura, “la mezzo sangue terrona”. La prova “scientifica” del mio “mezzo sangue” era, per tutti costoro, la mia profonda e viscerale ribellione contro ogni forma di disciplina. Perfino mia madre ne era convinta.
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GEORGES LAPASSADE “CATTIVO MAESTRO”

lunedì 4 agosto 2008

Pubblico molto volentieri uno scritto della mia cara amica filosofa Nicoletta Poidimani in ricordo di Georges Lapassade, sociologo, pedagogo, filosofo, etnologo, antropologo… scomparso a Parigi il 30 luglio scorso. Era soprattutto un libero pensatore, un “cattivo maestro” e un “agitatore” (un  “tornado” come dice Nicoletta che lo ha conosciuto e lo ha praticato e studiato a fondo). Teoria e prassi, agire e pensare, partecipare e osservare, intervenire, trasformare, esserci, desiderare… l’una cosa inscindibile dall’altra. Ma lascio senz’altro la parola a Nicoletta il cui scritto è, oltre che molto interessante, di grande utilità dato che in rete c’è molto poco se non quasi nulla: non esiste infatti la voce “Lapassade” in Wikipedia-Italia e persino la versione francese riporta un articoletto striminzito. Mi risulta che alcuni suoi testi siano stati pubblicati o ripubblicati da Sensibili alle foglie, Pensa multimedia e Besa; Dallo sciamano al raver. Saggio sulla trance è stato ripubblicato nel maggio di quest’anno da Apogeo; non ho invece trovato tracce di L’analisi istituzionale pubblicato l’ultima volta nel 1998 da Isedi.

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In ricordo di Georges Lapassade, uno dei miei più importanti “cattivi maestri”

La sera del 30 luglio scorso mi è giunta la notizia della morte di Georges Lapassade. Non lo vedevo da qualche anno, e di recente, proprio in occasione di un seminario sull’analisi istituzionale in cui speravo di incontrarlo, mi avevano detto che le sue condizioni di salute si erano aggravate.

Lapassade è stato, con Luciano Parinetto, uno dei miei migliori “cattivi maestri”, e di questo gliene sono grata, perché da lui ho acquisito alcuni strumenti necessari per l’interpretazione e la critica dell’esistente, nonché per l’azione politica.

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