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Sgombero finale

venerdì 1 febbraio 2013

rom_legnano

Ho letto oggi su “La Prealpina” (un giornale a diffusione locale, del nord-ovest della Lombardia), un articolo che mi ha prima agghiacciato e subito dopo indignato. Vi si parlava dell’annosa questione dei rom nelle periferie legnanesi. Non voglio qui entrare nei dettagli del problema  – che comunque è più o meno il medesimo di altre periferie, e che riguarda il diritto di un gruppo di umani minori a non essere fagocitato (assimilato, integrato, ingoiato) da un gruppo di umani maggiori. Ma qui occorrerebbe aprire un complicato capitolo socioantropologico sulla dialettica tra stanzialità e nomadismo, mentre io mi limito ad osservare come dietro ad un linguaggio che si pretende neutrale e a determinate espressioni (fin nei titoli cubitali, omissori e talvolta fuorvianti), si nascondono in realtà precisi dispositivi che costituiscono e riproducono una certa ideologia o mentalità.
Nello scambio di mail che ho avuto con la redazione (che mi ha garbatamente risposto, per voce del giornalista che ha firmato il pezzo) è emerso proprio questo elemento, a proposito del non detto (o del detto fin troppo esplicitamente). Parlare a cuor leggero di “sgombero finale” o titolare che a delinquere è l’albanese o il rumeno (ieri era il calabrese), e non l’italiano o il lombardo, non è mai una scelta linguistica e narrativa indifferente, e che per questo si pretende oggettiva. Il linguaggio, le parole, le immagini sono a tutti gli effetti la realtà, dato che non abbiamo altro modo per rappresentarla, ricostruirla e, soprattutto, comunicarla ad altri, e dunque riprodurla e consolidarla. Non si tratta di forma e contenuto, ma di un’unità inscindibile, un po’ come il corpo e la mente. Ma mi fermo qui: questo il (breve) testo che avevo spedito in prima battuta:

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