Posts Tagged ‘obama’

Routinari

lunedì 5 ottobre 2015

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Era stato David Hume a focalizzare l’attenzione sul concetto di abitudine – custom in lingua inglese – ritenendola una delle spiegazioni fondamentali del comportamento umano, e riducendo addirittura ad essa gran parte delle categorie scientifiche e metafisiche (con la mediazione della constant conjunction, anch’essa piuttosto abituale). Siamo, appunto, abituati a veder sorgere e tramontare il sole, e dunque siamo certi – certezza che facilmente diventa legge causale, verità, necessità assoluta – che questo continuerà ad accadere. Si tratta, secondo Hume, di abituali e costanti associazioni.
In questi giorni ho sentito parlare di abitudine in due contesti molti diversi – uno strettamente letterario, nel corso della lettura piacevolissima ed intelligentissima del celebre Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de la Boétie: “ma senza dubbio l’abitudine, che in ogni campo esercita un enorme potere su di noi, non ha in nessun altro campo una forza così grande come nell’insegnarci la servitù”.
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Siculo-lombardo (e un po’ africano)

venerdì 5 giugno 2009

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Nacqui, casualmente, tra gli ulivi dei Monti Nebrodi. Migrai e mi ritrovai a vivere, altrettanto casualmente, in una pianura un po’ più a Nord. Mi sento quindi, dacché io mi ricordi, un po’ siciliano, un po’ arabo, normanno e africano, terrone, meridionale, un tantino lombardo e molto milanese (magari non proprio meneghino), mediterraneo, europeo, occidentale, umano e terrestre. Sono un miscuglio di tutte queste cose, e altre ancora.

Il filosofo della scienza Paul Feyerabend delinea nella sua opera di disarticolazione del metodo e di demitizzazione della ragione, un modello di società libera di tipo democratico-relativistico: “Una società libera è una società nella quale tutte le tradizioni hanno uguali diritti e uguale accesso ai centri dell’istruzione e ad altri centri di potere”. Non solo: una società libera deve essere fondata sulla scissione tra Stato e scienza, Stato e religione, Stato e (qualsiasi) ideologia – e dunque Stato e razza, Stato e cultura, Stato e civiltà, ecc. ecc. Durante una discussione pubblica Feyerabend dichiarò: “La società, lo Stato di cui parlo, sarà ben presto la Terra intera“.

Mentre l’afroamericano (occidentale, terrestre e tutto il resto) Barack Obama si impegna, per lo meno nelle intenzioni, a promuovere quel modello di società in chiave planetaria, il ridicolo-patetico ducetto italiano, con la complicità di una banda di razzisti ricolmi di livore, delinea in alternativa il suo: un modello sociale ad alto contenuto etnico e razziale, e a bassissimo tasso di intelligenza, prospettive e creatività. Un’ idea di Italia meschina, asfittica, esangue, autarchica, micragnosa, avida, chiusa, triste, rancorosa, impaurita, ricolma anch’essa di livore.

Et voilà, il piatto del futuro di questo paese è in tavola! Ingozzatevi tutti quanti: italioti, lumbard, camicie verdebrune, e gggente comune!

POLITICA SKEPSIS (con venature più o meno sottili di pessimismo)

venerdì 23 gennaio 2009

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Sono per natura allergico ad ogni forma di potere. Sono fatto così, non ci posso far niente. Sarà il mio ribellismo innato, l’insofferenza isolana, l’indole anarcoide e libertaria, la forma mentis dovuta alla formazione illuminista e marxista… ma proprio non riesco a digerire stati, autorità, chiese, partiti, capi e capetti. Intendiamoci: so bene che, giusto per fare un esempio, senza uno straccio di stato (le regole minime della convivenza) gli individui sarebbero più belluini e narcisisti di quanto già non siano; così come non mi perito certo di esercitare forme di potere e di controllo sui ragazzini esagitati che frequentano la biblioteca dove lavoro; ma sono anche convinto che non stia lì la soluzione.
D’altra parte al momento non vedo nemmeno profilarsi all’orizzonte modalità alternative di convivenza. Ometto poi del tutto di parlare della faccenda del potere di un individuo su un altro – potere che viene esercitato sempre e comunque ogni qualvolta si allacci una qualche forma di relazione. Quella del potere, del resto, è questione spinosa e complessa, che non intendo qui nemmeno cominciare a trattare (frase retorica per dire: accontentatevi di illazioni o impressioni immediate e non sempre fondate).
Comunque, sarà forse per questa atavica e inveterata insofferenza, nonché per una inclinazione scettico-critica tipica dell’attitudine filosofica, che mi vedo costretto a ribadire le mie fortissime riserve sul cosiddetto “nuovo corso” americano.

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L’UNO E I MOLTI

venerdì 7 novembre 2008

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Non sono così cinico e ostinatamente bastian contrario da pensare che… Non sono però nemmeno così ingenuo ed esposto alle retoriche del potere da farmi illudere che…

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Quella di moltitudine è una categoria politico-filosofica intorno a cui molti pensatori della “sinistra filosofica” si sono appassionati. Toni Negri e Paolo Virno, solo per citare due noti pensatori politici italiani, l’hanno abbondantemente utilizzata. Il concetto di moltitudine è rinvenibile, nella sua opposizione originaria a quello di popolo, alle origini della costituzione politica della modernità occidentale: è Hobbes ad utilizzarlo in negativo, quando sostiene che senza l’unificazione ottenuta attraverso le invenzioni giuridico-politiche dello Stato, della sovranità e del popolo (l’uno non può esistere senza gli altri) si avrebbe il caos anarchico della moltitudine. Spinoza vede al contrario nella moltitudine una modalità di espressione della libertà umana. Virno ritiene che alla radice della differenza tra popolo e moltitudine vi è il loro rapporto con l’universale: il popolo tende all’uno, volto com’è alla realizzazione di un universale (un ghénos) che è dunque una promessa, laddove la moltitudine ha l’universale alle spalle, che dunque ne costituisce la pre-messa. Negri e Hardt in Impero scrivono:

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