Posts Tagged ‘operai’

Amletismi – 5

venerdì 14 gennaio 2011

Dilemma improprio per le alate teste d’angelo ed emblematico della cruda materialità dell’esistenza – quello di un operaio Fiat in questo surreale gennaio 2011. Ma appare talmente viziato e capestro, privo di ogni logica e di dialettica (persino di quella antica tra servo e padrone), da suggerire, senza per questo apparire una scelta ignava, un’astensione di massa: zero no zero sì e, cento per cento, ficcatevelo in quel posto il vostro referendum!

Annunci

Le ceneri di Bologna

lunedì 2 agosto 2010

Non avevo ancora compiuto diciott’anni il 2 agosto 1980.
Sto faticosamente cercando in questi giorni di rivivere il clima di quel periodo della mia vita. Da quel che posso ricordare, oltre al dolore e allo sconcerto nell’immediato, si trattò in ultima analisi di una sorta di iniziazione traumatica alla storia: ecco, forse la strage di Bologna (e più in generale i fatti di quei mesi) significarono per me il definitivo abbandono dell’epoca d’oro dell’infanzia e l’ingresso nell’età adulta.
La memoria è un meccanismo complicato, ben lontano dall’essere stato indagato a fondo: ci sono scomparti vivi e altri impolverati, alcuni rimossi e altri ancora vuoti o che non sono nemmeno stati registrati. E però nemmeno questo modo di intenderla funziona: essa è, per certi aspetti, un organismo vivente che concresce con la nostra biografia, e, come ogni bios, è selettiva, assorbe alcune cose, altre le scarta, ma soprattutto le stratifica e rimescola e confonde di continuo. Fino a  diventare un mostro deforme.
Se dunque tale deformità (che è sempre una difformità dall’esperire originale – che pure era già un  interpretare – e dunque una sua continua reinterpretazione) non ha ancora stravolto quella zona del ricordo, il 2 agosto di trent’anni fa, quando dalla radio appresi che “una caldaia era esplosa nella stazione di Bologna”, il mio pensiero corse ai miei genitori e a mio fratello partiti il giorno prima per la Sicilia, con uno di quei treni estivi stipati di migranti di ritorno, bambini e valigie, in una babele di voci, accenti e dialetti. Proletari inurbati di recente che tornavano al paese.

(more…)

Il materiale-simbolico

mercoledì 5 agosto 2009

operai innse

Succede talvolta che un “piccolo fatto” finisca per travalicare i suoi confini e diventare altro da sé. E allora 49 persone che difendono con la lotta e i propri corpi il posto di lavoro diventano, specie in un paese smarrito e allo sbando come questo, una sorta di coacervo simbolico e di sintesi di tutti i nodi, soprattutto di quelli che il potere vorrebbe tagliare od oscurare: la dignità del lavoro – anche se si tratta di un lavoro di merda, che non sia fare il calciatore o la soubrette – in una repubblica fondata (ormai solo a parole) su quello; l’eterna dicotomia tra lavoro e capitale, acuita dalla crisi economica in atto, che però è l’anima vera del capitalismo, cioè il primato del denaro e della speculazione su tutto il resto – e dunque la mercificazione e vampirizzazione integrale del mondo; la materialità del conflitto contro i lustrini della politica-spettacolo e il velinismo massmediatico; il richiamo secco alla sinistra (plurale o singolare, radicale o moderata, vecchia o nuova, poco importa) al suo ruolo storico presunto; la nudità dell’imperatore che ciancia tanto di sicurezza, difesa del territorio e simili, e poi balbetta di fronte alla vera insicurezza esistenziale e materiale dei cittadini – e certo a voler scavare c’è dell’altro…

Sarò un veterocomunista, uno che viene da un altro secolo e che non riesce a convivere con il nuovo, ma io negli operai della Innse di Milano che difendono il loro posto di lavoro, vedo sì un atto antico e sorpassato, ormai innominabile, qualcosa che però ha ancora il potere di scoperchiare l’arcano ricoperto dal belletto nuovista e dalle minchiate posticce che ci hanno fatto ingoiare in tutti questi anni: c’è dietro il denaro, ci sono lorsignori, c’è lo sfruttamento, la produzione, le macchine (tecnomostri da smontare e svendere difesi dagli operai, che avrebbero invece tutto il diritto di prenderli a mazzate!) – ed eccola, a sorpresa c’è lei, quella che una volta chiamavamo lotta di classe! Ma guarda un po’…