Posts Tagged ‘orrore’

Psicosofie estive – 4. L’ombra della verditudine

giovedì 11 luglio 2013

Sorpresa!_Henri_Rousseau

È dai tempi in cui lessi con furore ed avidità Cormac McCarthy che non provavo, leggendo un romanzo, quel che ho provato con La lucina di Antonio Moresco. Commozione ed un’immensa, consapevole, e quasi cosmica, tristezza. So che il mio Spinoza non approverebbe, e nemmeno un bel po’ di filosofi portati a pensare che tutto sommato tutto-ciò-che-è è ben fatto e ben disposto.
Ma quando cammino immerso nella verditudine, colpito dai raggi del sole e inebriato dal ronzare della vita attorno a me, non posso non pensare che proprio il cuore pulsante di quella vita è fatta di orrore, non solo di bellezza.
E allora mi domando, con Moresco:
«Perché c’è tutto questo sottobosco cattivo… che cerca di avviluppare e di cancellare e di soffocare gli alberi più grandi? Perché tutta questa misera e disperata ferocia che sfigura ogni cosa? Perché tutto questo brulicare di corpi che cercano di prosciugare gli altri corpi suggendoli con le loro mille e mille scatenate radici e le loro piccole, forsennate ventose, per dirottarne su di sé la potenza chimica, per creare nuovi fronti vegetali in grado di annientare tutto, di massacrare tutto? Dove posso andare per non vedere più questo scempio, questa irreparabile e cieca torsione che hanno chiamato vita?».
E questo è solo il fronte vegetale, che a noi di solito appare più mite e gentile… figuriamoci il fronte animale o quello umano.

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L’assassino

lunedì 25 luglio 2011

Ammutolito dai fatti di Norvegia. Ragione balbettante, che s’inceppa, gira a vuoto. Eppure la ragione sta dietro a quei fatti. Una mente li ha partoriti, dopo averli pianificati a lungo. Fa orrore tutto ciò. Il sonno della ragione genera mostri. Ma anche la ragione diurna li genera. Dialettica dell’illuminismo. Io che sono convinto apologeta di entrambi. Eppure lo sapevo da tempo – anche dietro i campi di sterminio c’era la ragione. E pure in abbondanza. Ma vederlo sui corpi massacrati di Oslo – quelli giovanissimi di Utoya, eliminati con metodo e con rigore – rinnova lo sgomento. Perché la ragione che cerca di capire se stessa – e il suo coté noir, il suo lato oscuro – rischia di incartarsi. Di non arrivare a nulla. Restano solo frammenti e macerie. Un dire smozzicato come il mio di oggi.
E allora provo a rivolgermi altrove. Guardo i ritratti del mio pittore prediletto. Connazionale del fondamentalista nazicristiano. Il “conservatore culturale”. Magari c’è anche il suo volto in quei ritratti. L’urlo, l’alienazione, l’angoscia, l’estraneità, il dolore, la morte – nessun altro è riuscito a rappresentarli come lui ha saputo fare.
Ci sono però due quadri di Munch che si stagliano più netti. Agitazione interna, L’assassino. Nel primo il lavorìo silente della mente. Noi non sappiamo che cosa agiti l’uomo ritratto. Quale sconvolgimento ne percorra lo spirito. Quali pensieri e propositi. Così come per anni il carnefice di Oslo e di Utoya. Trafitto dalla neritudine. Da una ragion folle e nichilista. (Che forse si è fatto finta di non vedere. Eppure i segni c’erano e ci sono, ovunque e in abbondanza). Ma ora è di lui che parlo. Anche se non intendo nominarlo.
E di fatti è l’altro quadro quel che gli si attaglia di più. L’assassino. Con quel viso verde, anonimo, cancellato. Uno qualunque. Uno di noi. Alterità e identità che si confondono. Il male, il lato oscuro, l’orrore – sono qui. Non altrove. E lui avanza verso di noi. E’ già nel nostro spazio. Ci fissa con quei due punti neri, terribili. Quelle mani rosse di sangue penzolanti. Il paesaggio attorno è stravolto. La natura cancellata come quel volto. Segno di un’irrelatezza estrema.
Lui è qui, non altrove.

Immagine linguaggio figura

martedì 21 settembre 2010

E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…

Ho letto con molto interesse il libro di Emilio Garroni – filosofo innovativo del campo estetico in Italia,  nonché scrittore e pittore – intitolato Immagine Linguaggio Figura, edito da Laterza nel 2005, poco prima della sua morte: un piccolo saggio suddiviso in brevi capitoli che, a dispetto dell’apparenza, è in realtà denso di questioni di grande rilievo, sia sul fronte conoscitivo, che su quello propriamente estetico; ed infine, anche se lasciate un po’ sullo sfondo, di ordine etico-politico. In verità, a partire dalla domanda cruciale a proposito dello statuto della percezione e di quel suo prodotto tipico che è l’immagine interna, la ricerca ha come orizzonte ben più ampio quello riguardante il nostro stesso statuto antropologico, la nostra modalità di stare al mondo e di costruirci un’idea totale del mondo.
Si potrebbe tranquillamente dire che il tentativo non dichiarato dell’autore sia quello di promuovere una vera e propria metafisica della percezione (nonostante l’espressione suoni quasi come un ossimoro), cioè una riconduzione della nostra facoltà linguistica (e dunque teoretica, astratta, metaoperativa, metaoggettuale, e quant’altro) alla sua ineludibile base percettiva. Senza per questo cedere a ingenui riduzionismi o a facili schemi causali – alternative estreme tra soggettivismo e oggettivismo, nominalismo e realismo, o antiche scissioni tra anima e corpo, spirito e materia, mente e cervello, e così via.
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