Posts Tagged ‘palestina’

La mesta Leningrado palestinese

lunedì 19 ottobre 2015

(pensato poco prima, scritto poco dopo, l’ascolto dal vivo della Settima Sinfonia – la Leningrado – di Šostakovič)

Ressov-Lev-Alexandrovich-Leningrad-Symphony-Conductor-Yevgeny-Mravinsky-7port42bwGli accoltellatori palestinesi – figli della pace abortita di Oslo – sono l’ultima disperata espressione della sacrosanta lotta palestinese per l’emancipazione. Accoltellare – recidere con un taglio netto un legame imposto – il colono – occupante di terre non sue, fin nel nome – è assimilabile all’antico diritto di tirannicidio. La violenza non è quella dell’insorgente palestinese, che lotta per la vita con le armi di cui dispone (le pietre, i coltelli, le mani nude, il proprio corpo) – ma dell’occupante israeliano, che nei decenni si è divorato la terra brano a brano, bevuto le sorgenti e le fonti d’acqua, ha imposto le colonie e sminuzzato lo spazio vitale palestinese.
[Non a caso uso il termine terribile – e nazista – Lebensraum: gli ebrei-israeliani – cittadini di serie A – dovrebbero aborrire quella logica che a suo tempo aveva annichilito i propri correligionari tra gli anni ’30 e ’40. Mentre invece il loro stato, di fatto etnico-suprematista, l’ha interamente adottata e abbracciata].
Oltretutto gli accoltellatori di questi giorni – “terroristi” secondo l’occhio dell’occupante israeliano – vengono giustiziati e finiti in strada, con le stesse modalità con cui spesso i nazisti finivano – con un colpo alla nuca – gli internati nei campi. Ma – si dirà – quelli erano inermi, questi sono violenti assassini!
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Si fotta la guerra (con tutti gli imperatori) – proprio oggi, a cent’anni esatti dalla prima fottuta guerra mondiale

lunedì 28 luglio 2014

intifada-4

A me Hamas non piace. È una specie di Comunione e Liberazione islamica con un braccio armato. Ma:
1. Non sono terroristi (non più di quanto lo siano i soldati israeliani).
2. Non hanno rapito i 3 ragazzi israeliani, usati strumentalmente dal governo israeliano – che lo sapeva benissimo – per condurre l’ennesima guerra contro i palestinesi (e non solo contro Hamas)
3. Hamas è il governo di Gaza. Hamas è l’esercito di Gaza. Hamas, ci piaccia o no, difende il suo popolo come può – con razzi, tunnel e quant’altro. Quegli altri hanno la bomba atomica e uno degli eserciti più potenti del mondo.
4. Hamas viveva una forte crisi di consenso sociale, fino a qualche settimana fa. Corruzione, incompetenza, nessuna prospettiva. Ora invece la popolazione di Gaza sta con Hamas. Un gran bel risultato per Israele, non c’è che dire!
5. In questo momento, se Israele vuole punire Hamas non può non punire la popolazione civile (e temo che la cosa non gli dispiaccia affatto).
6. Esistono due alternative: o Israele rinuncia alle sue politiche espansionistiche ed annessionistiche (con crescente frantumazione del popolo palestinese) oppure continuerà a disseminare uova di drago che prima o poi gli si ritorceranno contro.
7. È però ragionevole pensare che la gran parte delle forze politiche israeliane (così come Hamas) non vuole la fine della guerra. È la guerra a tenerli in piedi, a dar loro un’identità.
8. Ci vorrebbe un bambino che indicasse la nudità degli imperatori in campo. Ma quel bambino viene quotidianamente ucciso, ferito, traumatizzato. Così che non ci sia nemmeno l’idea di un futuro.

Il bagliore delle bombe. Zitti!

venerdì 16 novembre 2012

Se già il filosofo francese Roland Callois criticava Hegel, la cui civetta aspettava la fine del giorno per levarsi in volo, e lo criticava soprattutto per aver rimosso l’evidenza che “la notte dell’intelligenza può essere brutalmente illuminata dal bagliore delle bombe” – figuriamoci che cosa potrebbe obiettare a questo misero (e sedicente) blog filosofico, che continua tranquillamente a produrre chiacchiere (sedicenti) filosofiche, mentre la solita lurida guerra – l’immemore ed eterno pòlemos, il padre di tutte le cose che affligge i viventi e gli umani – bussa alle porte di Gaza, di Israele e del Medio Oriente. Lasciando come sempre un senso diffuso di impotenza (quello che Goya aveva saputo grandemente esprimere nei suoi Disastri della guerra).
Che fare? – è la domanda atroce che risuona e che ritorna come una eco senza risposta.
Qualcosa però possiamo non fare. E dunque per 48 ore questo blog rimarrà sospeso e congelato, non produrrà più chiacchiere (più o meno intelligenti, più o meno scomposte, più o meno urlate o affabili). Se ne starà muto, zitto, silente, agghiacciato. Per 48 ore, a partire da adesso. Dunque non sprecate tempo a scrivere commenti – finiranno tutti nel limbo, nulla apparirà. (E poco importa sapere che ne è del nulla o dell’essere). Fate altro. Meditate. Urlate. Protestate. Pregate. Invocate. Ma non scrivete alcunché.
Qui, per 48 ore, dominerà un silenzio tombale.

OBNUBILAMENTO

lunedì 19 gennaio 2009

levygaza-tragicoerrore1

“A Parigi, si alzano i toni. Jean-Marie Le Pen dichiara che Gaza è un campo di concentramento. Altri, vicini alla sinistra radicale, gridano che da molto tempo non c’era stato un massacro di musulmani peggiore di quello degli abitanti di Gaza. E i 300.000 del Darfur? E i 200.000 bosniaci? E le decine di migliaia di ceceni che Putin andò a «snidare fin dentro i cessi» e che non vi strapparono neanche una lacrima? […]. Posso sbagliarmi, ma le poche, le pochissime cose che vedo (palazzoni immersi nell’oscurità ma in piedi, frutteti all’abbandono, la via Khalil al-Wazeer con i negozi chiusi) indicano una città frastornata, che si trova in trappola, terrorizzata, ma certamente non una città rasa al suolo, come poterono esserlo Grozny o certi quartieri di Sarajevo. Questo è ancora un fatto.”

E’ un passo del reportage di Bernard-Henri Levy, che compare sul Corriere della sera di oggi – e che mi fa pensare che evidentemente il nouveau philosophe francese, per scandalizzarsi davvero, avrebbe avuto bisogno non di 1300 morti ma di almeno 300.001 (1 in più del Darfur), non di svariate migliaia di case distrutte ma della desertificazione di Gaza. Fa poi sorridere (si fa per dire) nel medesimo articolo la dichiarazione di un colonnello israeliano che dice testualmente: «La guerra è sempre orribile, criminale, piena di furore; perché aggiungere, alla sua atrocità, la menzogna?».

Sfugge a costoro che l’obnubilamento – l’offuscamento delle facoltà sensitive e, per estensione, di quelle razionali – è un tratto essenziale della guerra. Ora, che ciò succeda ai militari o ai capi di Hamas – come quell’Ismail Haniyeh che ha dichiarato testualmente che è stata conseguita una “grande vittoria” da parte dei palestinesi – può anche essere normale, ma che capiti a un filosofo di chiara fama lo è un po’ meno…

PER NIZAR

domenica 4 gennaio 2009

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Nel luglio del 1991 mi recai con l’associazione italiana Al-Ard in Palestina. Fu un viaggio “schierato” e di parte, che aveva lo scopo di solidarizzare con la causa palestinese. Al-Ard (che in arabo significa “la terra”), oltre che sostenere con iniziative politico-culturali  la causa palestinese, finanziava alcuni progetti di sviluppo economico nei territori occupati – ne ricordo uno in particolare dalle parti di Gerico, riguardante una cooperativa di donne che produceva  succhi di frutta. Il viaggio durò 15 giorni, io dovetti ripartire prima e non potei recarmi a Gaza, limitandomi così alla Cisgiordania.
Era un periodo piuttosto cupo: era terminata da poco la prima guerra del Golfo e Arafat aveva commesso l’errore strategico (ma inevitabile) di schierarsi con Saddam Hussein. La prima intifada, scoppiata alla fine del 1987, era stata repressa nel sangue. Hamas si era appena costituita, e si diceva che venisse segretamente sostenuta da Israele in funzione anti-Olp.
Fu quindi un viaggio per me indimenticabile e però, nel contempo, dolorosissimo. Quelli che seguono sono gli appunti che presi in quei dieci giorni, risistemati in forma diaristico-poetico-filosofica nel corso della stessa estate. Devo avvertire preliminarmente che sono condizionati dal mio stile un po’ ampolloso di allora, specie a causa del linguaggio “scolastico-hegeliano” (era l’epoca in cui studiavo forsennatamente Hegel). Ma nonostante questo vizio di forma, a distanza di quasi vent’anni, li ho trovati ancora interessanti. Certo, avevo forse immaginato allora che “vent’anni dopo” la guerra sarebbe finita, lo stato palestinese – accanto a quello israeliano – sarebbe sorto, una nuova epoca sarebbe senz’altro venuta. Era, evidentemente, un sogno molto, molto prematuro.

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