Posts Tagged ‘parinetto’

Il volto e il corpo dell’altro – 1. Introduzione

mercoledì 19 ottobre 2016

matisse_viso_senza_volto

(Dedico questo incontro a due docenti universitari, ormai scomparsi e messi ai “margini”, ovvero Luciano Parinetto – uno dei miei maestri – e Franco Fergnani, un “maestro mancato”, entrambi alla cattedra di Filosofia morale dell’Università Statale di Milano, diversissimi per storie e riferimenti filosofici, ma entrambi dediti all’alterità, alla diversità, al cuore pulsante della filosofia, con passione e rigore)

L’altro, lo straniero, il diverso, l’estraneo – batte alla nostra porta.
Alterità e straniamento sono modalità essenziali ed originarie del presentarsi della filosofia nel mondo – la filosofia è innanzitutto un atto straniante, ciò che ci fa continuamente uscire dal pre-stabilito, dai confini, dalle abitudini. Che ci spinge sulla soglia per uscire dalle mura della città. Dall’identità che ci si ritrova cucita addosso – individuale e collettiva. La filosofia è un perenne volgere lo sguardo all’alterità, al di fuori dei confini e dei limiti consueti – e che ci invita a cercare le ragioni (ma anche le eventuali non-ragioni) di questa modalità di essere, sé e l’altro.
Con, però, un ricorrente pericolo: l’addomesticamento dell’altro, la riconduzione di ogni diversità e molteplicità all’unità (del pensiero), dell’altro-da-sé al medesimo.

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La filosofia ha altro a cui pensare

venerdì 4 dicembre 2015

quaderni-neri

Gettare Heidegger era il titolo fulminante e liquidatorio di un saggio postumo di Luciano Parinetto.
Dopo aver letto qualche giorno fa (se non erro il 27 novembre) sul quotidiano La Repubblica un articolo di Antonio Gnoli a proposito della recente uscita del primo volume dei fatidici Quaderni neri di Heidegger, trovo quell’espressione ancor più pertinente. Leggerò e mediterò una volta di più l’Etica di Spinoza, ma credo proprio che potrò tranquillamente catafottermene di leggere gli altissimi sproloqui heideggeriani.
“Heidegger non scrive un diario – precisa Gnoli – non parla di incontri, di persone viste. Non annota il farsi dell’esistenza. Semplicemente l’esistenza non gli interessa. È il filosofo dell’anti-umanesimo. Non gli importa dell’uomo, delle sue passioni, dei suoi patemi, delle sue contraddizioni. La filosofia ha altro a cui pensare. È rarefazione, è pensiero ad alta quota, dove la vita si restringe, si disanima, perde consistenza”.
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Concetti-capestro

mercoledì 27 maggio 2015

Elogio della dialettica_Magritte

Luciano Parinetto utilizzava spesso l’espressione “concetti-progetto” per designare quelle categorie o prospettive filosofiche che, anziché ingessare il discorso filosofico in un’autoreferenziale celebrazione accademica (o nella deificazione del reale-reale, che è poi l’astratto-astratto), aprono al futuro e alla trasformazione radicale dell’esistente. Prassi pensante e utopia concreta (non sterile utopismo).
Così come in filosofia esistono i concetti-progetto, esistono anche i concetti-capestro. Tutto, essere, nulla, realtà, verità, sostanza diventano spesso e volentieri, nelle mani e nelle menti maniaco-ossessive di certi ontologisti (ma anche in quelle riduzionistiche o semplificazionistiche di certi scientisti o realisti più del re), concetti che se da una parte si ammantano di solidità e luccicano ammiccanti promesse di risposte definitive alle domande più radicali, dall’altra rischiano spesso di diventare vecchi arnesi della fumisteria reazionaria.
Tutto, essere, nulla eccetera – che pure sono le parole essenziali evocate dai filosofi greci – continuano a metterci di fronte a quella strana/straniata/straniante sfera, che Kant aveva definito del noumeno, che volenti o nolenti finisce per naufragare nel territorio dell’inattingibilità. Il limite, cioè, oltre il quale la mente si smarrisce e si imbarca in direzione dei marosi della metafisica. Ed è proprio l’analisi kantiana del concetto di limite (che è forse il nucleo essenziale del pensiero di Kant) a descriverci con precisione questa inevitabile dialettica con naufragio finale.
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Umana natura onnilaterale

mercoledì 19 giugno 2013

[Pubblico qui di seguito il mio contributo al saggio collettivo Corpo e rivoluzione: sulla filosofia di Luciano Parinetto, a cura di Manuele Bellini, edito da Mimesis nel 2012. Si tratta di una riflessione, a partire dall’opera e dal pensiero di Parinetto, sul concetto di natura umana in Marx, Spinoza, Rousseau e dintorni]

corpo-e-rivoluzione

Natura umana e Ganzheit nell’opera di Luciano Parinetto

“Non occorre tornare all’età dell’oro,
occorre diventare oro.
A cominciare dal proprio corpo”.
(Faust e Marx)

 

1. Prologo extravagante

“Progetto infinito”: questa la caratterizzazione che Parinetto dà dell’essere umano, in quella meditazione estrema e finale in versi, a proposito del “montaggio” che caratterizza il fenomeno morte, intitolata Extravagante. Sorella morte. Una vera e propria summa del suo pensiero intorno al concetto di natura umana, concetto-progetto quant’altri mai: “Noi siamo, che gli diamo un nostro senso / nel progetto perpetuo che noi siamo”.

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Disseccantesi emozionalità

venerdì 31 maggio 2013

germoglio

«Così nasce la filosofia, creatura troppo composita e mediata per racchiudere in sé nuove possibilità di vita ascendente. Le spegne la scrittura, essenziale a questa nascita. E l’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico.
Abbiamo inteso in senso stretto di dare un quadro della nascita della filosofia. Nel momento stesso in cui la filosofia nasce, noi qui l’abbandoniamo. Ma quello che ci premeva di suggerire è che quanto precede la filosofia, il tronco per cui la tradizione usa il nome di «sapienza» e da cui esce questo virgulto presto intristito, è per noi, remotissimi discendenti – secondo una paradossale inversione dei tempi – più vitale della filosofia stessa».

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Sazio di giorni

giovedì 27 settembre 2012

(endiadi mortuaria, ma per nulla necrofila ed anzi vitalissima)

L’amica filosofa Nicoletta Poidimani, durante la presentazione all’ex-Cuem autogestita della Statale di Milano del libro Corpo e rivoluzione – raccolta di contributi sul pensiero di Luciano Parinetto – dice innanzitutto che gli manca. Cosa ovvia, potrebbe rispondere chi abbia conosciuto il loro rapporto, non solo filosofico ma anche “umano” (così si suol dire, come se la filosofia fosse disumana).
Ma il senso di questa mancanza va meglio indagato. Lei dice che le manca soprattutto l’intreccio con i pensieri, le parole e i giudizi della persona che è assente e, ora, muta. E fa alcuni esempi: “mi chiedo che cosa direbbe su questo, che battuta farebbe su quell’altro”, e così via. Eppure, paradossalmente, è proprio quel che meno dovrebbe o potrebbe mancare, questo lato di un’alterità assente. Ciò che manca una volta per tutte è il suo corpo – la configurazione di parti che con la morte semplicemente si decompone, lasciando che ogni atomo o parte segua altre strade e dia vita ad altri corpi o composizioni.
Certo, noi sappiamo spinozianamente che quella configurazione è eterna (non immortale) – la sua comparsa sulla scena dei modi della sostanza è per sempre, e non potrà mai più recedere dal cerchio dell’apparire (ma qui non vorrei impelagarmi nel linguaggio severiniano, oltre al fatto che tale certezza appaga forse la ragione, ma per nulla il cuore).
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Il mio ultimo corpo a corpo con Dio

sabato 28 luglio 2012

(in verità è un corpo a corpo piuttosto impari, visto che siamo noi che abbiamo inventato lui, non lui noi, come tra l’altro si potrebbe evincere persino dal sancta sanctorum dell’arte sacra, se non fosse che quello di Adamo è un dito troppo languido; una disfida che dunque, alla fine, diventa il mio corpo a corpo con me stesso, non avendo di meglio da fare in questa fine di luglio)

1. Il filosofo della scienza Ludovico Geymonat nella sua monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico soleva indicare dio in minuscolo. Per un certo periodo l’ho fatto anch’io – e c’è chi ogni tanto lo scrive così, del tutto legittimamente. Senonché, trattandosi qui del dio-persona, della sua invenzione e della sua recisa negazione, preferisco renderlo con la maiuscola: Dio. Certo ogni religione (monoteistica) tende a chiamarlo con un nome proprio, ma sgombrerei il campo dalla spinosa (o spinoza) questione del nome di Dio. Dunque, si parlerà soltanto del Dio personale della teologia cristiana. Io sarò il Signore Dio tuo, eccetera eccetera.

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Tessiture epocali e capocchie di spillo

mercoledì 18 luglio 2012

(si tratta di un post che riprende molte delle cose già dette e discusse sull’annosissima questione ontologica – dunque non è un numero 2, che segue all’amore spinozista, ma un numero ‘n’; apparirà pertanto un po’ involuto ed ellittico agli occhi di chi quelle discussioni e quelle riflessioni non ha seguito; e poi non ho voluto tirarla troppo per le lunghe; l’essere – non la mia capocchia di spillo – si scusa per l’eventuale disagio mentale)

Vorrei provare a ragionare sulla tessitura degli enti (cose, fatti, eventi) a partire dalla base ineffabile dell’essere: ciò che potremmo intendere come nuove relazioni e nuovi intrecci – trame impreviste ed imprevedibili nella loro totalità dalla mente temporale (e qui bisognerebbe riflettere sulla inaggirabile conformazione temporale della sfera umana, nonché su quello che Heidegger chiama Dasein, esserci – ma dopotutto su Heidegger e sulle sue gettatezze e deiezioni possiamo anche soprassedere).
Il non-essere è (e qui mi dovrei fermare, perché come fa il non-essere a essere qualcosa?) – dicevo, il non-essere è a ben vedere questo non-ancora emerso dal mondo relazionale, dagli incroci contingenti dei modi e delle forme dell’essere. Noi possiamo fingere che ci sia un punto di vista assoluto: chiamiamolo occhio di Dio (ne abbiamo evidentemente facoltà), un ente immaginario che sappia prevedere quelle trame (o che addirittura le abbia già tutte scritte), e che può anche prendere le sembianze dei tradizionali concetti di fato o destino, che poi in ambito logico denominiamo necessità. Laddove quella trama che sorge – l’incessante e multiforme tessitura dell’essere – proprio in quanto sorgente e fluente è dominata dal regno della possibilità.

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Incantamenti

giovedì 14 aprile 2011

«Questa follia fa parte della magia del capitale.
Sbaglia Max Weber!
La società del capitale è tutt’altro che disincantata!
Io, da parte mia, ho sempre fortemente sottolineato gli elementi magici che la caratterizzano.
E’ questa società che ha sottomesso le forze naturali, ha inventato macchine, ha applicato la chimica all’industria e all’agricoltura (e, ahimé, alla guerra) e ha fatto sorgere quasi per sortilegio (hervorgestampfte) intere popolazioni dal suolo.
[…] Alla fiaba dello spettro del comunismo (dem Marchen vom Genspenst des Kommunismus) io oppongo la realtà della stregoneria del capitale e del non/uomo che ha scatenato eventi ed elementi che non riesce più a controllare».

Fa una certa impressione rileggere oggi, dopo la catastrofe di Fukushima, questa pagina del Faust e Marx di Luciano Parinetto, risalente ad oltre vent’anni fa, soprattutto se si pensa che venne scritta a ridosso di un’altra grande catastrofe tecnonucleare, quella di Chernobyl, che evidentemente poco ha insegnato agli apologeti delle magnifiche sorti e progressive del capitale. Ma era sulla questione dell’incantamento che volevo puntare maggiormente l’attenzione.

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Extravagante sorella morte

lunedì 4 ottobre 2010

Ho ripreso in mano in questi giorni alcune opere di Luciano Parinetto, in vista della stesura di un contributo per una raccolta collettiva che dovrebbe essere pubblicata nel 2011 (decennale della morte). Tra le pagine di uno dei libri c’era un foglio (extra) vagante del testo di una poesia dedicata alla “Sorella morte”, che Luciano scrisse nel luglio del 2001, pochi mesi prima della fine. Si tratta di un testo molto denso, che in realtà richiama parecchi dei temi di cui il filosofo bresciano si era occupato, e che si potrebbe quasi considerare una “summa” del suo pensiero sulla natura umana e sul suo rapporto con il cosmo e la materia.
Ora non so dire che cosa Parinetto pensasse di San Francesco, anche se l’allusione alla sua laude è piuttosto esplicita. Da materialista e ateo (o, per meglio dire, in posizione che intenda prescindere da ogni teismo o trascendenza e dalle sue conseguenti negazioni), avrebbe forse laudato la sua scelta pauperistica ed anticipatamente anticapitalistica, il conflitto con il potere costituito, la sua vicinanza alla natura e la pietas che lo legava al cosmo. E ne avrebbe poi indicato limiti e contraddizioni, com’era nel suo stile eminentemente dialettico.
Ma qui conta di più una concezione epicurea della morte, che è interruzione di quel progetto infinito e diveniente che è il farsi dell’umano, inscritto in un farsi terrestre che lo ingloba, ma che resterebbe muto ed insensato (ad occhi umani), senza l’incessante tessitura di sé. E senza il desiderio di mutare ciò che è indegno.

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