Posts Tagged ‘parte/intero’

Languore ontologico

martedì 4 settembre 2018

languore_595

Prima di sintetizzare il mondo in un sistema metafisico, occorre guardarci dentro. Anzi, rotolarcisi dentro. Sporcarsi le mani. Intrallazzarcisi. Esserne invischiati. Entrarci e guardarlo dall’interno. Poi uscirne ed edificarne un senso possibile. (Giammai “il” senso, questo sarebbe semmai compito di un eventuale dio).
Dentro. Fuori. Dentro. Fuori.
Ogni volta che si entra si scopre qualcosa di nuovo. Poi se ne esce e si vengono a modificare i profili delle forme generali.
E così via, fino al termine della propria vita, della storia della filosofia, della storia della specie, della storia della coscienza…
L’estraneità al mondo ci consente di guardarlo meglio.
E l’antica ed ancestrale familiarità con esso – il tutt’uno naturalistico e biologico cui da sempre apparteniamo – non ci impedisce di desiderare d’uscirne per contemplarne l’interezza.
Ma senza parti nessun intero. Senza dettagli nessuna totalità.
Sarebbero altrimenti gusci vuoti.
Tuttavia non siamo fatti per impigliarci nella parte o nel dettaglio. Ci sentiremmo perennemente incompleti.
Siamo instancabili ed infelici animali dialettici e metafisici. Bisognosi non solo di scienza ma anche di filosofia.
Siamo una specie strana, estranea, straniata, straniante.
Un puntino nell’universo (o nel multiverso) che vorrebbe ingoiarlo per comprenderlo.
È questa stranezza che chiamiamo coscienza.
E che crediamo specialissima, nell’economia dell’essere.
Ma nessuno, mai, ci saprà dire se lo è davvero.
Ci estingueremo con questo languore ontologico.

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Leibniziana 1 – Stranezza di monade

mercoledì 18 settembre 2013

monadi_by_edi_sanna

La Monadologie di Gottfried Wilhelm Leibniz, un testo scritto in francese risalente al 1714, e che si può dire sia il lascito sistematico del grande pensatore tedesco, mi ha sempre affascinato. L’avevo incontrato all’inizio del mio percorso filosofico, dopo aver seguito il mio primo corso di Filosofia teoretica con Giovanni Piana, il quale lo aveva messo in bibliografia come esemplificativo della via metafisica alla filosofia (laddove l’altra era l’empiristica), all’interno di quella che doveva essere un’introduzione alla filosofia (e al suo linguaggio) per neofiti. Io oltretutto neofita lo ero davvero, dato che non avevo fatto filosofia al liceo, né avevo mai letto un testo scritto da un filosofo. Già il nome “monadologia” dovette apparirmi inquietante – ma mi armai di pazienza, e cercai di penetrare in quel ginepraio concettuale per me assolutamente nuovo.
Qualcosa dovetti capire, visto che presi 30, ma quel che mi rimase in mente fu – al di là del contenuto del sistema di Leibniz – la sua forma. Un testo di pochissime pagine, formulato in 90 brevi proposizioni (talvolta di poche righe), che intendeva riassumere in sé un intero sistema filosofico, una visione globale del mondo, del cosmo, della conoscenza, del destino umano. Una sfida grandiosa – al di là della sua riuscita o meno.
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Scegliere la parte

mercoledì 25 aprile 2012

Occorre essere attenti
per essere padroni di se stessi
e scegliersi la parte dietro la Linea gotica
[…] la mia piccola patria dietro la linea gotica
sa scegliersi la parte.
(C.S.I.)

Qualche giorno fa scrivevo della difficoltà di far parte – sicuramente di una maggioranza, ma sempre più anche di una minoranza. Usavo addirittura l’improprio termine “letizia”, per esprimere lo stato d’animo della distanza e dello straniamento.
Non amo le patrie, né piccole né grandi; non ho ancora trovato qualcosa che sia una comunità senza essere soffocante, o una società che non abbia in sé i tratti dell’anonimia; d’altra parte non esiste nemmeno qualcosa come un’individualità irrelata.
Ci sono tuttavia momenti in cui occorre scegliere la parte. Magari solo per far sì che domani le parti non siano più in guerra tra di loro.
Mi piacerebbe essere, come qualcuno ha detto, così fuori luogo e così parte in causa. Così lucido e così combattente. Così universale e così partigiano.
Così universale proprio perché partigiano.

“Tu guardala con la mente, e non lasciarti sbigottire dagli occhi”

sabato 5 novembre 2011

Bisogna ascoltarli i primi filosofi – quei presocratici che forse erano più sapienti di quanto non fossero amanti (ed anelanti) di sapienza. Ancora oggi le loro parole – e le loro teorie fisiche un po’ strane per la nostra mentalità scientifica (che pure è intrisa fino al midollo dei loro concetti e del loro linguaggio) – quelle parole risuonano forti e chiare. E ci avvertono che nonostante la natura ami nascondersi, occorre un’ampiezza dello sguardo e una capacità di penetrazione fuori del comune per poter vivere in essa e convivere con essa. Le nostre società ultratecnologiche ed onnipotenti hanno imparato solo una parte della lezione. E tendono, sempre più, ad avere lo sguardo corto e  miope, ed anzi rivolto ormai quasi solo al proprio ombelico.
Empedocle è alla ricerca forsennata di questo sguardo lungo ed ampio, che si rivolge tutt’attorno alle cose, dentro le cose, fin dentro se stessi – fino a ricomprendere quello stesso sguardo che guarda se stesso. E ci parla di una natura quantomai irrequieta, che si svolge muta ed indifferente sotto quello sguardo (come già succedeva per Anassimandro, ed ancor più per Eraclito):
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