Posts Tagged ‘pascal’

Pascal.6 – canna pensante

mercoledì 3 agosto 2016

Canna pensante – Non devo chiedere la mia dignità allo spazio ma al retto uso del mio pensiero. Non otterrei nulla di più col possesso delle terre; mediante lo spazio, l’universo mi circonda e mi inghiottisce come un punto; mediante il pensiero, io lo comprendo.
(348)

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Pascal.5 – mio, tuo

lunedì 1 agosto 2016

Mio, tuo – “Questo cane è mio”, dicevano quei poveri ragazzi. “Questo posto al sole è mio”. Ecco l’inizio e l’immagine dell’usurpazione su tutta la terra.
(295)

Pascal.4 – ra(li)gione

sabato 30 luglio 2016

Se si sottomette tutto alla ragione, la nostra religione non avrà niente di misterioso e di soprannaturale. Se si offendono i principî della ragione, la nostra religione sarà assurda e ridicola.
(273)

Pascal.3 – umane contraddizioni

mercoledì 27 luglio 2016

Contraddizioni – L’uomo è per natura credulo, incredulo, timido, temerario.
Descrizione dell’uomo: dipendenza, desiderio d’indipendenza, bisogno.
Condizione dell’uomo: incostanza, noia, inquietudine.
(125-6-7)

Pascal.2 – perdonare Cartesio

domenica 24 luglio 2016

Non posso perdonarla a Cartesio, il quale in tutta la sua filosofia avrebbe voluto poter fare a meno di Dio, ma non ha potuto evitare di fargli dare un colpetto al mondo per metterlo in moto; dopo di che non sa più che farne di Dio.
(77)

Pascal.1 – socratico

venerdì 22 luglio 2016

Bisogna conoscere se stesso. E anche se questo non servisse a trovare la verità, servirebbe almeno a regolare la propria vita; e non c’è niente di più giusto.
(66)

Pascal.0 – esprit de finesse

martedì 19 luglio 2016

pascal

Capita spesso di leggere o di sentir citare un pensiero di Pascal. Del resto è proprio di questo abissale pensatore l’esprit de finesse, derivato in buona parte dalla consapevolezza di essere perennemente in bilico – in bilico tra natura e spirito, istinto e ragione, fede e scienza, passione e saggezza, radicale incertezza e geometrica necessità.
Questi stracitati Pensieri erano il materiale di una Apologia del cristianesimo che Pascal non poté pubblicare, data la precoce morte – a proposito di radicale incertezza. Ma non siamo certi nemmeno di questo.
Ne ho selezionati una quindicina o poco più, che spalmerò nel corso dell’estate – anzi, lo farò fare ai meccanismi automatici del blog; sono pensieri tratti specialmente dalle prime sezioni nelle quali sono stati ordinati, e per farlo ho utilizzato due o tre criteri ben poco scientifici e anzi piuttosto soggettivi: la brevità, un basso tasso di religiosità militante, un alto tasso di esistenzialità trasversale agli umani (e che dunque prescinda dai loro miti e fedi).
Per Pascal la condizione umana essenziale è quella del misero che sa di esserlo, della “canna pensante”, dalla quale dovrebbero discendere conseguenze etiche rilevanti. Dovrebbero…

Inveterato bricoleur

sabato 20 febbraio 2016

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«La storia delle ricerche sul significato è ricca di uomini (che sono animali razionali e mortali), di scapoli (che sono maschi adulti non sposati) e persino di tigri (anche se non si sa bene se definirle come mammiferi felini o gattoni dal manto giallo striato di nero). Rarissime (ma le poche che ci sono, sono molto importanti) le analisi di preposizioni e avverbi (quale è il significato di accanto, da o quando?); eccellenti alcune analisi di sentimenti (si pensi alla collera greimasiana), abbastanza frequenti le analisi di verbi, come andare, pulire, lodare, uccidere. Non risulta invece che alcuno studio di semantica abbia dato una analisi soddisfacente del verbo essere, che pure usiamo nel linguaggio quotidiano, in tutte le sue forme, con una certa frequenza.
Del che si era accorto benissimo Pascal (Frammento 1655): “Non ci si può accingere a definire l’essere senza cadere in questo assurdo: perché non si può definire una parola senza cominciare dal termine è, sia espresso o sottinteso. Dunque per definire l’essere, bisogna dire è, e così usare il termine definito nella definizione”. Il che non è lo stesso che dire, con Gorgia, che dell’essere non si può parlare: se ne parla moltissimo, sin troppo, salvo che questa parola magica ci serve a definire quasi tutto ma non è definita da nulla. In semantica si parlerebbe di un primitivo, il più primitivo fra tutti.
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Ottava parola: filosofo

lunedì 25 maggio 2015

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(con questo incontro si conclude il ciclo del Gruppo di discussione filosofica della Biblioteca di Rescaldina, edizione 2014/2015. Queste, nell’ordine, le altre parole discusse: guerra, lavoro, felicità, perdono, libertà, reale, bene)

Esiste subito un problema nel riferirsi ad una figura specifica del filosofo in un’epoca piuttosto che in un’altra: l’invarianza delle questioni filosofiche (dopotutto che cosa è cambiato nella sostanza delle domande filosofiche da Eraclito, Socrate, Diogene, Epicuro fino ad oggi?).
Il punto sarà quindi capire come le medesime questioni vengono ogni volta declinate entro situazione specifiche (“storicamente determinate”), al di là dell’invarianza filosofica.
Ciò non toglie che il ruolo del filosofo, il suo peso sociale, varia nel tempo e nelle diverse società (anche se rimane costante la sua “pericolosità” agli occhi del potere: basti pensare a figure come quelle di Socrate, Giordano Bruno, Spinoza, Rousseau o Diderot, Marx, Gramsci…).

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ANTROPODICEA

domenica 28 dicembre 2008

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Cade oggi il centenario del terremoto di Messina. Alle 5.20 del 28 dicembre 1908 bastarono trenta secondi per distruggere la vita di almeno 100.000 persone, cui va aggiunto un numero imprecisato di altri esseri viventi più o meno senzienti, a Messina, Reggio Calabria e dintorni; bastò un attimo per inghiottire le case, i palazzi (tra cui la meravigliosa palazzata neoclassica reppresentata nella stampa qui sopra), gli oggetti, tutto e tutti nel gorgo muto della morte. In un diario di quei terribili giorni, tenuto da un medico reggino, si legge: “La notte dal 28 al 29 specialmente è stata spaventevolmente tragica, notte angosciosa, infinita, in mezzo agli infermi che domandavano soccorso, mentre una pioggia gelata ci rendeva intirizziti e da Messina si levava estesamente il fioco chiarore degli incendi e il crepitio delle fiamme distruggitrici”. Il cronista registra poi con sconcerto come allignasse tra i sopravvissuti “una forma di dolorosa apatia”, un’angosciosa rassegnazione. Alcune mie vecchie zie avevano ascoltato i racconti che all’epoca si tramandavano e che sono giunte fino all’orecchio della mia infanzia: si narrava di campanili che oscillavano, di fughe miracolose ma, soprattutto, di un fato crudele che inchioda tutti al loro inesorabile destino.

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