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I peli del bene

lunedì 20 dicembre 2010

Siccome si avvicina Natale, voglio essere cattivo. E così oggi mi dedicherò al dileggio di quello che Zagrebelsky definisce lessico della carità. Voglio, in sostanza, parlar male del bene.
C’è un aggettivo che qualifica alcune parole di questo lessico, proprio per metterne in dubbio e revocarne il disinteresse: peloso. Perché si dice di una carità o di un atto di generosità che sarebbero “pelosi”? Al di là dell’etimologia dubbia dell’espressione (e della pluralità dell’uso figurativo del termine pelo, spesso negativo), la pelosità di un comportamento sembra alludere al contrasto tra ciò che appare e ciò che è, o più precisamente alla presenza di aspetti che rompono il lindore e la purezza di una superficie, e all’imprevisto spuntare di elementi filiformi laddove non ce ne dovrebbero essere – come quando si dice avere il pelo sul cuore o sullo stomaco o, per contrasto, non avere peli sulla lingua.
Vorrei qui avvicinare la peluria del sospetto ad alcuni nomi (prima ancora dei relativi concetti), sovra- (o male-) utilizzati nella nostra epoca. Gustavo Zagrebelsky vi ragiona nel suo recente pamphlet Sulla lingua del tempo presente, con riferimento all’attuale scena politica italiana, dominata com’è noto dall’ideologia berlusconiana: oltre a “scendere in campo”, “contrattare”, “mantenuti”, “fare”, “tasche”, spiccano nell’elenco le parole amore e doni. Aggiungerei gli affini volontariato, bene, carità, buone azioni. Intendiamoci: sono nomi che alludono a idee e concetti con una storia ed uno spessore tali da risultare irriducibili ad una qualche definizione o semplificazione. Di ciascuno bisognerebbe quantomeno tracciare una genealogia. Ma forse il problema sta proprio qui: nello svuotamento di quei termini e nella loro esibizione (e sovraesposizione mediatica, dunque retorica e sofistica) finalizzata a tutt’altri scopi. Quasi una metabasi in altro genere, un uso improprio e fuori contesto.

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