Contemplazione

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La contemplazione delle forme naturali, specie del loro divenire metamorfico, può essere un buon viatico alla meditazione. Il cielo, il mare, un paesaggio montano, la vegetazione durante un cammino – atti contemplativi facili, quasi spontanei, quando si è in vacanza dal mondo. Ma questa modalità è fin troppo semplice e scontata: è nel sepolcro della quotidianità che occorre ritagliarsi momenti puri e rarefatti di contemplazione.
Un cielo può essere contemplato sempre, anche dall’anfratto più angusto della vita quotidiana, dal più asfittico degli sguardi gettati da un uffici0, dal più alienante degli angoli metropolitani. Le nuvole, l’intrico dei rami, l’estendersi o l’abbarbicarsi dei vegetali su ogni superficie, la pioggia, i fenomeni atmosferici… posare lo sguardo sulle forme e sui profili, seguirli, farsene condurre, lasciarsene ipnotizzare. La luna, le sue perenni trasformazioni, gli astri, i cieli notturni – nonostante la devastazione della luce artificiale.
Non sei tu a contemplare, ma l’essere multiforme che si mostra e che ti abbraccia, la natura nel suo eterno essere periéchon – essere abbracciante che non può essere abbracciato.
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Periéchon

Non ho dimestichezza col pensiero di Karl Jaspers, e quel che so di lui è poco più di una conoscenza manualistica. A suo tempo avevo letto qualcosa sulla sua teoria del periodo assiale (Achsenzeit), ma per anni, anzi per decenni, non me ne sono più occupato. Qualche giorno fa è saltata fuori questa faccenda del periéchon che mi ha molto incuriosito. Sulle tracce di Nietzsche e di Anassimandro, Jaspers intende l’essere come il tutto-abbracciante, ciò che circonda e che non può essere circondato, né circoscritto o delimitato e – soprattutto – oggettivato, entificato. La nostra pretesa, cioè, di dominare l’essere – abbracciarlo con lo sguardo teorico così da possederne gli enti – è qualificabile come ybris, tracotanza. Il male oscuro della nostra epoca è l’integrale oggettivazione e meccanizzazione del mondo – compresi noi stessi. L’essere reificato, che diventa oggetto, cosa, semplice presenza (riflessione che caratterizzerà anche Heidegger). Tuttavia la sensazione di potenza, l’antropocentrismo, l’esistenza ridotta a tecnica finiranno sempre per affondare nella sconfinatezza e abissalità dell’essere. La logica finirà per scontrarsi col mistero, con l’enigma. E per soccombere.
Trovo comunque bella e consolante quell’immagine dell’essere abbracciante – quasi fosse un impossibile succedaneo dell’antica figura divina, paterna o materna che sia. Non solo: trovo bello pensare che non solo l’essere ci abbraccia, ma anche che noi crediamo di avere la possibilità di abbracciarne – in potenza – l’illimitatezza. Una magnifica illusione. Immaginastrazione, l’avevo nominata tempo fa.  Purché si sia consapevoli che si tratta in ogni caso di naufragare nell’abbraccio di quel mare sconfinato. Possiamo sbracciarci quanto vogliamo, navigarci sopra, spingerci fin nei fondali, planare a volo d’uccello – ma è l’oceano a contenerci, e noi siamo solo un’infinitesima onda destinata a rifluire.
Trovo in ciò uno strano splendore, comunque sia.