Posts Tagged ‘pietà’

Metafore idrauliche

mercoledì 6 aprile 2011

Mentre il brutale linguaggio della politica conia metafore ciniche e crudeli, parla di “rubinetti da chiudere” e di “vasche da svuotare” – i corpi privi di vita dei migranti (delle persone migranti, cioè di esseri umani senza altra qualifica) emergono dalle acque del Mediterraneo. Ed è l’unica vera emergenza.

I dannati dalla terra

mercoledì 13 gennaio 2010

L’esterno e l’interno, il centro e la periferia, la linea netta dei confini, il gioco delle identità – tutto oscilla e si confonde quando a cedere e a sbriciolarsi sono le case, i corpi, i volti, i destini.
E questo è un lato, quello della buona intenzione fraterna e leopardiana. Abbarbicati come i cespi di ginestra ad un’unica fragile condizione, esposti ai quattro venti e ai morbi maligni, sul fianco roccioso dell’unica montagna.
Poi però c’è l’altro lato, il lato oscuro della luna; il divenire di quelle linee filo spinato e muri invalicabili; l’inferno sotto il grattacielo di Horkheimer; e la vita che si sfalda e si decompone sulle dune sabbiose del deserto – perché altro non c’è, quasi sempre sottratto, a lasciare terra impoverita e dannati. Dannati della e dalla loro stessa terra.

Ciascuno faccia allora qualcosa. Ne basta una, una soltanto.
Doni dei soldi, se crede.
Dica una preghiera, se crede.
(Sono entrambi dei, ma meno potenti di quanto appare).
Accenni a un gesto pietoso.
Dica una parola. Ne basta una, una soltanto.
E pensi – almeno una volta nella vita – alla povera gente di Haiti.

Un ragazzo

venerdì 23 ottobre 2009

Un ragazzo è morto.
Non aveva ancora trent’anni.
Lo hanno trovato impiccato nei boschi.
Veniva ogni giorno nella mia biblioteca. Era strano. Si vedeva che aveva dei problemi.
Era venuto anche ieri. Agitato e sorridente come sempre. Ogni giorno più scosso. Ogni giorno più solo.
Ascoltava della gran buona musica. Vedeva buoni film. Era curioso. Mi chiedeva sempre consigli in proposito. Voleva scambiare due chiacchiere.
E io lo cacciavo via, quasi sempre.
Gli dicevo che stavo lavorando, che non potevo chiacchierare con lui. Che alzava troppo la voce e disturbava.
Ma lui, imperterrito, tornava alla carica ogni giorno, con quel sorrisino un po’ ebete.
Così ha fatto anche ieri.
E anche ieri l’ho cacciato.
Ora non tornerà più. Non mi disturberà più. Non disturberà più nessuno. Ci ha pensato da solo a togliersi di torno.
E io mi sento una merda.
Uno che predica bene, e razzola male.
Che non vale un cazzo.
Possibile che la vita non ci insegni nulla? Nemmeno a captare le urla silenziose che vengono dalle persone che abbiamo intorno? Le loro continue ambasciate e richieste di aiuto?
E vi assicuro che confessarlo qui non mi farà sentire meglio.

Resecato a mezzo

sabato 3 ottobre 2009

Gloria

Mentre gli abitanti del messinese piangevano i loro morti e scavavano nel fango, e si disperavano per la mala sorte, la mala politica o il malaffare, o semplicemente per la stupidità umana – ho assistito ad un concerto di musica sacra, organizzato da una locale Casa del Volontariato, durante il quale sono stati eseguiti alcuni brani di Mozart e di Vivaldi.
So bene che, oltre un certo rituale fermarsi a pensare, un minuto di pietà e di più o meno convinta condivisione, qualche volta di vibrata indignazione, non si può umanamente andare. A meno che non si sia lì a scavare, a fare, a consolare. La vita di un individuo scorre in contemporanea permanente all’accadere di fatti tragici – dal suo condominio agli antipodi, in un inevitabile modo concentrico di sentirsi coinvolto. Lui ride, e un po’ ovunque nel pianeta si piange – a un metro di distanza o a mille miglia. Certo, anche quando lui piange c’è mezzo mondo che ride o fa altro – l’essere tutti fragili e fatti della stessa pasta comporta pur sempre una cinica reciprocità.
Ciò nonostante, mentre i musicisti e il coro si esibivano con passione, producendo suoni e bellezza ed emozioni tutt’attorno, non riuscivo a non sentirmi a disagio. Di nuovo, come già altre volte, stordito e scisso – resecato a mezzo, nel cuore e nel cervello.
Poi è arrivato il Gloria di Vivaldi, e il coro, dopo avere esordito con un deciso quanto breve

Gloria in excelsis deo

ha poi indugiato a lungo sull’andante che recita il seguente

et in terra pax hominibus bonae voluntatis

tanto a lungo e in modo così struggente da restituirmi un grammo di quiete.
Quella che spero per tutti quei contemporanei sofferenti, martoriati, distrutti dal dolore – si trovino essi a Giampilieri, a Samoa o a Sumatra, o in una delle strade italiane di questa cupa notte.

La repubblica delle salme

mercoledì 1 luglio 2009

Viareggio

“Vado a prendere in mano la situazione”, così avrebbe detto ieri il presidente del Consiglio prima di recarsi a Viareggio. Non poteva utilizzare espressione più calzante e significativa, naturalmente a rovescio (Berlusconi è davvero un ossimoro vivente): da una parte la politica – non questo o quel politico, non questo o quel partito, ma la politica in senso lato, come governo, gestione e controllo razionale delle cose – che mostra ancora una volta la sua inanità, il suo volto sfatto e impotente. Dall’altra ci viene suggerita un’impossibilità e una fragilità, la nostra radicale esposizione, cioè, agli eventi: noi siamo davvero canne al vento, e poco importa, con buona pace di Pascal, se siamo canne pensanti; di fronte all’imprevedibile la razionalità piega il capo sconfitta, e arranca, e gli uomini e le donne in carne e ossa sono ancor più impotenti di quel potere politico cui pure hanno delegato il compito di proteggere le loro vite e di salvarli dal baratro.
Rimane il fatto che tra le rovine, nonostante tutto, si ripresenta sempre l’onnirisorgente volontà di sollevare il capo, di rimarginare le ferite e di ricostruire la tela spezzata – “riprendere in mano la situazione” appunto, possibilmente senza delegarla a soggetti avidi quanto inetti; ma soprattutto risorge la pietà, quella vera, senza pelose sovrastrutture: quel sentimento, cioè, che tiene insieme tutti gli esseri senzienti, che li fa essere un noi prima che un io o un tu. Pietà per i morti, i vivi, i morenti, i morituri, noi tutti e la vita stessa.

Compieta

martedì 10 febbraio 2009

pietarondaninimichelangelo1

‘Te lucis ante’ sì devotamente
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente
.
(Purg., VIII, 13-15)

Pietà. Relazione primaria, immediata. Sentimento dolceamaro.
Identificazione all’altro, disidentificazione dal sé.
Puro sentire. Sé come un altro, l’altro come sé.
Caduta delle barriere erette dal pensiero astratto.
Andare alle origini del vivente.
Sentire che ciò che pulsa in me è lo stesso pulsare che è nell’altro.
E “me” e “altro” sono costrutti provvisori,
attraverso cui traspare l’elemento comune.
La vita, l’esistenza, l’essere che accomuna.
Vedere le differenze come costruzioni mentali
generate dall’autoconservazione, dall’impulso all’esclusività;
vedere le uguaglianze come schemi che raccolgono,
ordinano e finiscono per gerarchizzare.
Andare al di là delle differenze e delle uguaglianze.
Fino alle fonti del sentire, del vivere,
all’indifferenziato, all’immanente, alla radice.

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100 LEVI-STRAUSS!

venerdì 28 novembre 2008

levistrauss

Ho “incontrato” Claude Lévi-Strauss durante la stesura della mia tesi, inevitabilmente visto che l’argomento era la figura del selvaggio in Jean-Jacques Rousseau. E’ stato un incontro esaltante, illuminante, per me decisivo: quello che si dice un “grande maestro”. Confesso di essermi dedicato poco alla “prosa” delle sue teorie (in particolare  quelle relative al metodo e alla pratica strutturalista) e molto di più alla “poesia” (la sua lettura entusiasta e contagiosa di alcuni testi di Rousseau, ad esempio). Dopo aver terminato la tesi non me ne sono più occupato granché, ed anzi pensavo fosse nel frattempo morto (era già vecchissimo allora). Solo qualche anno fa ho scoperto con grande piacere che era vivo, vegeto e attivo, e proprio oggi 28 novembre Lévi-Strauss ha la fortuna (che è anche nostra) di compiere cento anni esatti. Naturalmente in Francia i festeggiamenti si sprecano (molto meno in Italia: se si eccettuano alcune pagine celebrative sui quotidiani e qualche rara conferenza in ambito accademico, non mi pare se ne stia parlando granché, ma si sa, l’Italia è un paese provinciale).

Mi unisco modestamente alle celebrazioni, e riporto di seguito, brevemente ed ellitticamente, quelle tesi che più mi hanno colpito ed affascinato dell’opera del grande antropologo: (more…)

BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI

martedì 23 settembre 2008

Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista Rosa Luxemburg si trovava rinchiusa nella prigione di Breslavia, in Polonia. Di lì a un anno sarebbe stata massacrata con il compagno di militanza Karl Liebknecht, a colpi di calcio di fucile, dai soldati dei Freikorps agli ordini del governo del social-democratico Ebert. In quel mese di dicembre ebbe a scrivere una lettera a Sonja Liebknecht, moglie di Karl, dalla quale traspaiono, a onta del luogo in cui si trova, una serenità e una felicità sorprendenti: “Intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito”. Senonché questa “letizia interiore” viene profondamente turbata da un episodio cui la donna ha assistito, e che ci viene minuziosamente riportato: un soldato aveva frustato a sangue, usando la parte del manico, un bufalo utilizzato come bestia da soma. Alla guardiana che redarguisce il tipo brutale, costui risponde che “neanche per noi uomini c’è compassione” e riprende a battere con maggiore violenza. Scrive una Rosa sconvolta da quel che va accadendo di fronte a lei: “…gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza”.

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