Posts Tagged ‘populismo’

I selfie del potere, la pancia del popolo (e la stupidità della sinistra)

martedì 21 agosto 2018

Sto cercando di decifrare questa immagine, scattata durante i funerali pubblici per le vittime del crollo del ponte di Genova. Credo sia importante decodificarne il significato, anche se può sembrare marginale rispetto al compito primario di interrogarsi sul perché periodicamente questo scellerato paese debba fare i conti con le sue fragilità e debolezze endemiche: geologiche, strutturali ed infrastrutturali, economiche, istituzionali, culturali… l’elenco potrebbe continuare a lungo, a conferma di quel che un tempo si diceva di un’Italia insieme pre-moderna e post-moderna (e forse mai modernizzata davvero).
C’è qui una relazione immediata (o apparentemente tale) tra il sovrano e il suddito, che vengono amorevolmente ritratti insieme, laddove un tempo i potenti si facevano ritrarre in perfetta solitudine, a distanze siderali dal popolino (o dal popolaccio) – che in genere ricambiava detestandoli. Perfetta rappresentazione di quel che oggi viene definito “populismo”, peraltro quasi sempre con una certa sufficienza e approssimazione analitica.
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Analisi politica breve breve

giovedì 24 Mag 2018

Ci fu un tempo, intorno agli anni 2000, in cui sembrò ci potesse essere un’uscita da sinistra dalla dittatura globale del neoliberismo. Poi l’11 settembre, le guerre in Medio Oriente, la crescente precarizzazione sconfissero quei movimenti. Ora sembra imporsi un’uscita da destra in risposta al medesimo problema.
In particolare, la scena politica italiana si presenta come un vero e proprio laboratorio internazionale, col suo essere egemonizzata da due forze cosiddette “antisistema”, opposte e speculari: l’una con un’ascendenza di destra tradizionale, dura e pura, l’altra che si presenta come un movimento-contenitore post-ideologico, in cui ci può stare qualunque cosa – anything goes! Ciò che le accomuna, il loro collante al di là delle differenze, è stata la creazione del capro espiatorio perfetto: immigrati, profughi, tecnocrati, euro, vecchi partiti corrotti – anche qui, anything goes, la colpa è essenzialmente di ciò che da “fuori” mina sovranità e italianità. La presa del potere di queste due forze, senza colpo ferire, è avvenuta attraverso una forma inedita di comunicazione politica, che ha avuto nei social media – con l’appello diretto, quanto generico, al “popolo” – il suo strumento fondamentale (e del popolo paiono aver conquistato tutto – teste, cuori e pance).
In questa occupazione crescente dello spazio politico, che potrebbe arrivare ad intercettare il consenso di 2/3 dell’elettorato – e dunque prospettare o un’alternanza delle due forze, oppure l’antisistema che si fa sistema, con possibili esiti autoritari – ciò che rimane del tutto tagliato fuori sono le forze di sinistra. Quella governativa (che aspirava a rappresentare il medesimo contenitore nazionalpopolare), nata solo per governare, la darei per spacciata (dissoluzione di cui non mi dolgo). Rimangono frange antagoniste sparse, frammentate e carsiche, che al momento appaiono girare a vuoto, smarrite.
Al momento anch’io, altrettanto smarrito, giro a vuoto con loro. Mi rimane il pensiero critico, forte e chiaro. Che forse non è poco di questi tempi.

Ur-Fascismo

lunedì 19 marzo 2018

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Non so quanti dei 14 archetipi individuati da Umberto Eco occorrano per dar luogo a una nuova forma storica di fascismo, ma la difficoltà sta proprio nella loro subdola capacità di camuffarsi: se qualche pazzoide dicesse di voler riaprire Auschwitz o dichiarasse di voler marciare di nuovo in camicia nera su Roma, tutto sarebbe più semplice. È vero che questi pazzoidi esistono, anche se alle elezioni prendono lo zero virgola, ma, diceva Eco nel 1995, “l’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili”. A noi (noi chi?), oggi, il compito di smascherarlo, smontarlo, delegittimarlo, ridicolizzarlo. Intanto giova ricordare, con qualche chiosa, l’elenco dei suoi sintomi, così da metterci in allarme non appena se ne avverte l’odore:

  1. Culto della tradizione, sincretismo (chi mette insieme Evola, Gramsci e la Peppa Pig è quantomai sospetto – così come chi dice che non è di destra né di sinistra o è un po’ tutte e due le cose)
  2. Rifiuto del modernismo, dell’illuminismo, del razionalismo: l’irrazionalità e l’emotività vanno bene a letto o a tavola, non nella vita politica
  3. Azione per l’azione, fastidio per il pensiero e la cultura: questo mi pare oggi un leitmotiv diffuso, dal presidente-operaio giù giù fino alle ruspe
  4. Ho ragione solo io, e chi mi critica è un traditore. Ne vedo una variante pericolosa nel “siamo onesti solo noi, tutti gli altri son corrotti”.
  5. Paura della differenza – via gli intrusi (al momento è l’ur-argomento più diffuso)
  6. Appello alla frustrazione delle classi medie (ieri, popolari oggi): si vedano Brexit, Trump, elezioni italiane del 4 marzo
  7. Complottismo e xenofobia: dai protocolli di Sion a Soros, funziona sempre
  8. Retorica del nemico: trovare dove si nasconde, oggi, l’argomento delle plutocrazie giudaico-massoniche
  9. Militarismo perenne, la vita come guerra: questo funziona meno, poiché richiederebbe giovane carne da cannone, al momento indisponibile (ma c’è qualcuno che sta chiedendo il ripristino della leva militare)
  10. Elitismo gerarchico. Un’idea sempreverde: debole con i forti, forte con i deboli
  11. Eroismo, culto della morte (specie degli altri) – si veda il punto 9
  12. Machismo e fallocrazia: il femminicidio e il risorgente culto delle armi e della difesa armata ne sono tristi testimoni
  13. Populismo qualitativo e anti-parlamentarismo: l’evocazione diretta del popolo e della volontà generale torna di moda, invocando pure, a casaccio, il nome di Rousseau
  14. Neolingua: lessico povero, sintassi minima – ovvero, dell’avvento del popolo della rete!

Mood

venerdì 2 marzo 2018

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Marco Revelli utilizza più volte nel saggio Populismo 2.0 il termine inglese mood – traducibile con umore o stato d’animo – per descrivere la condizione emotiva delle società esposte ai venti del populismo. Il mood epocale sembra insomma essere l’incertezza diffusasi in Occidente nell’ultimo decennio (ma che covava dal decennio precedente) – un mood pronto a mettere sul mercato della demagogia il proprio vissuto di sofferenza e di disagio, e ad offrire al primo capopopolo utile la sensazione di deprivazione come  trampolino di lancio per il decollo politico.
Il declassamento e la frammentazione prodotti dal venir meno delle certezze fordiste (processo massicciamente avviatosi almeno a partire dagli anni ‘80), la globalizzazione neoliberista, con il rapace trasferimento di risorse dal lavoro al capitale, che ne ha fatto soprattutto un gioco speculativo (il finanzcapitalismo) anziché un reinvestimento produttivo; la delocalizzazione e la deindustrializzazione – tutti questi processi che hanno investito come una buriana un Occidente abituato agli allori di oltre mezzo secolo di espansione (e di stato sociale), hanno messo in crisi il sistema politico tradizionale e avviato un vortice populista che nella Brexit e nell’elezione di Trump ha avuto i suoi primi scioccanti colpi di scena.
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