Posts Tagged ‘presocratici’

Parlar di filosofia mangiucchiando ceci

giovedì 2 febbraio 2017

ceci

“Bisogna parlare di tali cose nella stagione d’inverno
vicino al fuoco, distesi sopra un molle divano
sazi di cibo, con un dolce vino da bere e mangiucchiando ceci”
– questa l’allettante immagine consegnataci da Senofane, il girovago cantore della Magna Grecia, in uno dei suoi frammenti, a proposito di una delle modalità possibili del filosofare.
Meglio, insomma, mettersi comodi e darsi tempo, visto che di cose molto importanti si tratta – nientemeno che di far fuori una mentalità millenaria e di fondarne una moderna (Carlo Sini ha detto a tal proposito che il moderno umanesimo trova la sua antica fondazione proprio in questo strano e poco considerato pensatore presocratico).
Ho riletto di recente i frammenti di Senofane, e me ne sono fatto un’immagine diversa che nel passato, un po’ più incerta e sfumata, ma molto più intrigante per la sfida che pare abbia lanciato: non v’è dubbio che il punto di partenza sia la critica all’antropomorfismo, una critica irridente e corrosiva, tesa a mettere alla berlina persino i grandi padri della grecità, Omero ed Esiodo, rei a suo dire di avere a loro volta amplificato quell’insopportabile propensione a rappresentare e mettere sulla scena gli dèi a nostra immagine e somiglianza – soprattutto esaltandone i vizi, anziché le virtù.
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Il volto e il corpo dell’altro – 1. Introduzione

mercoledì 19 ottobre 2016

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(Dedico questo incontro a due docenti universitari, ormai scomparsi e messi ai “margini”, ovvero Luciano Parinetto – uno dei miei maestri – e Franco Fergnani, un “maestro mancato”, entrambi alla cattedra di Filosofia morale dell’Università Statale di Milano, diversissimi per storie e riferimenti filosofici, ma entrambi dediti all’alterità, alla diversità, al cuore pulsante della filosofia, con passione e rigore)

L’altro, lo straniero, il diverso, l’estraneo – batte alla nostra porta.
Alterità e straniamento sono modalità essenziali ed originarie del presentarsi della filosofia nel mondo – la filosofia è innanzitutto un atto straniante, ciò che ci fa continuamente uscire dal pre-stabilito, dai confini, dalle abitudini. Che ci spinge sulla soglia per uscire dalle mura della città. Dall’identità che ci si ritrova cucita addosso – individuale e collettiva. La filosofia è un perenne volgere lo sguardo all’alterità, al di fuori dei confini e dei limiti consueti – e che ci invita a cercare le ragioni (ma anche le eventuali non-ragioni) di questa modalità di essere, sé e l’altro.
Con, però, un ricorrente pericolo: l’addomesticamento dell’altro, la riconduzione di ogni diversità e molteplicità all’unità (del pensiero), dell’altro-da-sé al medesimo.

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Prima parola: guerra

lunedì 20 ottobre 2014

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Ci sono almeno 3 ragioni che mi hanno indotto ad inaugurare il nostro Gruppo di discussione 2014/15 con il tema della guerra (l’unico che non era stato suggerito dal gruppo precedente). La prima è di tipo locale e contingente: qui a Rescaldina, per volontà di alcune associazioni e della nuova amministrazione comunale, si sta riflettendo sul tema della pace, attraverso un itinerario di incontri e di iniziative che proseguirà anche nelle prossime settimane. Solo che la parola-chiave di questa sera non è “pace”, ma “guerra”. La scelta non è casuale. Veniamo quindi alla seconda ragione, di tipo globale: è evidente come la guerra sia ancora l’orizzonte generale delle relazioni internazionali, la modalità attraverso cui, in ultima analisi, la politica gestisce i conflitti (dal Mediterraneo al Medio Oriente, dall’Ucraina ad altri scenari più periferici e, spesso, oscurati dai media). Infine, questo incontro è per me l’occasione di fare il punto sul rapporto tra filosofia e guerra, dato che proprio 30 anni fa, nell’incontrare la filosofia, cominciavo a riflettere sulle dinamiche militariste e sull’antimilitarismo come teoria e prassi di ampio respiro.

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Se smonti questa classe qualcosa rimane sempre

venerdì 17 ottobre 2014

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Sono ormai 8 anni (più o meno) che filosofo con i bambini.
E ogni volta non finisco di sorprendermi e di ringraziare gli dèi (in particolare quelli greci) e di esultare (discretamente, tra me e me) per le ore passate a veder scintillare quegli occhi e per aver ascoltato modi inauditi di dire cose antiche di millenni.
Qualche mattina fa, ad esempio, in sole 3 ore mi è passata davanti mezza storia della filosofia, senza che io nominassi un solo filosofo o una sola teoria filosofica. È bastato domandare, che dalle loro menti e bocche è uscito di tutto (ed anzi, una rigorosa comprensione del concetto del tutto):
-Eraclito (“ogni cosa cambia”)
-insieme a Parmenide e all’anànke, la ferrea necessità che incatena le cose (tutto è “tutto quello che c’è”, “non manca niente”, ma, soprattutto, “non ci può essere nient’altro” – qualcuno ha usato l’espressione “è troppo”)
-l’atomismo di Democrito (noi siamo polvere, particelle, “qualcosa che non può essere più piccolo, e che quindi è invisibile”)
-la sostanza di Spinoza, descritta con l’incredibile metafora del pongo, attraverso cui tutte le cose prendono forma
-l’idea hegeliana: se togliamo di mezzo e smontiamo questa classe resterà comunque qualcosa (visto che il nulla non esiste), sì, ma che cosa? Ovvio: la sua “forma” o “struttura”
-il nous (intelligenza) di Anassagora, descritto come “progetto” o “prototipi”
-persino il dibattito medievale tra nominalisti e realisti: come nascono i nomi?
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Possibile che sia tutto qua?

giovedì 21 novembre 2013

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I nuovi bambini-philosophes con cui lavoro quest’anno hanno finalmente rotto il ghiaccio – però l’hanno fatto solo al quarto incontro, ieri mattina. Prima stavano evidentemente prendendo le misure. Poi è stato come un fiume in piena.
Non mi era infatti ancora capitato di partire dalla cosmologia di Empedocle e di arrivare alla questione spinosissima dell’aborto (tirata fuori da loro, lungi da me il solo pensarlo), passando per alcune domande tostissime sull’identità: quando dico “io” cosa sto dicendo/indicando? l’anima o il corpo? e che cos’è l’anima, dove si situa? nel pensiero, nel “cuore”… dove? ma esiste davvero?
Ecco perché amo filosofare con i bambini: tu puoi prepararti tutti gli schemi che vuoi, ma poi loro te li fanno a pezzi – magari utilizzando altri schemi, che di per sé sono sempre poco originali, anche perché quasi sempre indotti – però è il loro modo di usare ogni schema, ogni concetto, ogni parola a fare la differenza: un bambino, prima di diventare un fottuto adulto, è per sua natura creativo, innovativo, poietico. E lo è in maniera sorgiva, archetipica.
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Vita sgombra

sabato 13 aprile 2013

(pubblico qui la traccia del mio intervento introduttivo all’incontro del ciclo dei “Lunedì filosofici” dedicato al silenzio e alla meditazione; alcune riflessioni in proposito erano già apparse in precedenza su questo blog)

1.
Il concetto di silenzio (ammesso che designi qualcosa di definito ed oggettivo) deve essere analizzato da punti di vista molto diversi tra di loro: fisico-scientifico, ambientale, sociale, urbanistico, religioso-mistico, psicologico, estetico, ecc. Uno sguardo quantomai multidisciplinare, difficilmente riconducibile ad una sintesi unitaria, e che rischia comunque di non esaurirne le molteplici implicazioni.
Vi è anche un “silenzio della politica”, ma di questo parlerò solo al termine.
E poi – da non dimenticare e però di tutt’altro genere rispetto a quello che tratteremo qui – un silenzio negativo o imposto.
Noi proveremo a scavare un po’, e ad andare alla ricerca di un silenzio più essenziale, radicale, filosofico.

2.
Per cominciare ci serviremo di una divagazione e di un esempio.

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Cattivo infinito

venerdì 1 giugno 2012

1. Al pensiero greco, in generale, ripugna il concetto di infinito. L’idea che qualcosa si reiteri o si espanda indefinitamente, che non abbia limiti o confini e che sia smisurato, fa a pugni con la ragione filosofica, con il tentativo cioè di imbrigliare l’essere e di comprenderlo. E proprio l’essere, che potrebbe intendersi kat’exochèn come infinito – non essendoci nulla di pensabile o di tangibile oltre ad esso – viene invece de-finito da Parmenide attraverso l’immagine di “una sfera perfettamente rotonda”: l’essere racchiude in sé tutte le cose, le circoscrive, non le rinvia al di là di sé, in una zona del tutto indeterminata.
(Rilevo en passant come tale discorso richiami, almeno in parte, una differenza concettuale che l’attuale astrofisica opera nei confronti dell’universo: noi non sappiamo ancora se esso sia infinito, ma sappiamo per certo che è illimitato, un po’ come la superficie di una sfera, percepita da chi la dovesse percorrere come uno spazio indeterminato e senza confini).
Già il nome greco di infinito – che ha però un’accezione profondamente diversa dal concetto corrente, soprattutto matematico, oltre che da quello medioevale e cristiano – ha una connotazione essenzialmente negativa: l’àpeiron è ciò che non ha termine, nel senso però di incompiuto, dunque di imperfetto. Sono inoltre propenso a sovrapporre questa caratterizzazione dell’infinito con quella dell’irrazionale: lo smisurato è anche ciò che non può essere determinato/pensato, ciò che non ha forma e che dunque sconfina nell’insensato.
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Appeso ai baffoni di Nietzsche

lunedì 14 maggio 2012

Oscilla talvolta il pensiero. Sì che mi vien da essere idealista con gli empiristi, comune con i costruttivisti. Fattuale con gli ermeneuti, mentale coi pragmatici.
Scettico con gli assolutisti, ontologico con gli scettici. Nominalista con i realisti, dogmatico con i cacadubbi.
Cammino sbattendomene come Pirrone sul ciglio dei precipizi, e sbeffeggio con Sesto Empirico i sapientoni che hanno in tasca la verità. Attendo al pozzo Talete che guarda in su, ma dal cielo scruto Anassimandro con segreta ammirazione.
Parmenideo con gli eraclitei, ed anche parricida.
Cristiano no, quello mai. Però, ogni tanto, m’assale l’angoscia kierkegaardiana, e temo e tremo, finché con piroetta dialettica mi riposiziono sulle hegeliane e roboanti figure dello spirito.
M’incazzo se passo da Treviri e poi vado a pascolare nell’heideggeriana foresta nera. Ma fuggo subito, perché c’è puzza di sterco nazista, e poi: perché mai gettar via l’esistenza?
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“Tu guardala con la mente, e non lasciarti sbigottire dagli occhi”

sabato 5 novembre 2011

Bisogna ascoltarli i primi filosofi – quei presocratici che forse erano più sapienti di quanto non fossero amanti (ed anelanti) di sapienza. Ancora oggi le loro parole – e le loro teorie fisiche un po’ strane per la nostra mentalità scientifica (che pure è intrisa fino al midollo dei loro concetti e del loro linguaggio) – quelle parole risuonano forti e chiare. E ci avvertono che nonostante la natura ami nascondersi, occorre un’ampiezza dello sguardo e una capacità di penetrazione fuori del comune per poter vivere in essa e convivere con essa. Le nostre società ultratecnologiche ed onnipotenti hanno imparato solo una parte della lezione. E tendono, sempre più, ad avere lo sguardo corto e  miope, ed anzi rivolto ormai quasi solo al proprio ombelico.
Empedocle è alla ricerca forsennata di questo sguardo lungo ed ampio, che si rivolge tutt’attorno alle cose, dentro le cose, fin dentro se stessi – fino a ricomprendere quello stesso sguardo che guarda se stesso. E ci parla di una natura quantomai irrequieta, che si svolge muta ed indifferente sotto quello sguardo (come già succedeva per Anassimandro, ed ancor più per Eraclito):
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