Posts Tagged ‘primo levi’

Il nocciolo di quanto abbiamo da dire

venerdì 27 gennaio 2017

il-figlio-di-saul-martina-mele

(Ho quasi paura di quello che sto per scrivere. Ma sento che Auschwitz – e altri con me lo sentono – è di nuovo alle porte. È accaduto e sta accadendo di nuovo)

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Nicht sein kann, was nicht sein darf

Il problema della shoah è la sua irrappresentabilità.
Già lo aveva scritto Primo Levi a chiare lettere ne I sommersi e i salvati, quando sosteneva come fosse pressoché impossibile testimoniare, perché i testimoni integrali – i “mussulmani” del campo, i non-morti, i definitivamente “sommersi”, gli “uomini stremati”, coloro che hanno visto la Gorgone – rimangono irrimediabilmente muti. I superstiti parlano in loro vece, ma per delega. Ed oggi che i superstiti vanno scomparendo, chi parlerà in vece dei supplenti? Le voci si fanno sempre più esili, fantasmatiche, la memoria s’assottiglia, l’ignoranza di ciò che fu dilaga.
Ciò nonostante la pubblicistica sull’argomento – memoriale o di “fiction” che sia – brulica ogni anno di nuovi titoli, in verità non sempre sinceri o degni di attenzione, con qualche fondato sospetto (commerciale) di voler pescare nel torbido. E non so se ciò sia meno peggio di certe inqualificabili operazioni negazioniste.
Nel frattempo qualche cineasta coraggioso prova, ancora, ad affacciarsi in punta di piedi là dove è quasi impossibile immaginare quel che è stato, ovvero sulle soglie percettive dei campi di sterminio. Lo ha fatto ad esempio, di recente, il regista ungherese Làszlò Nemes, con il film Il figlio di Saul. Un’opera, com’è giusto che sia, ai limiti della tollerabilità visiva, terribile, atroce, che forza lo spettatore a guardare da un punto di vista ancor più estremo, visto che il protagonista è un appartenente al Sonderkommando, ovvero quel “corpo speciale” su cui Levi, giustamente, sospende il giudizio. Ebrei-becchini (i “corvi neri” del campo) facenti parte di quella “zona grigia” – la manovalanza dell’orrore – che costituisce per certi aspetti la definitiva vittoria delle SS e del nazismo nel processo di sistematica disumanizzazione (peraltro annunciata fin dal Mein Kampf): “aver concepito ed organizzato le Squadre – scrive Levi – è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo”, un “abisso di malvagità” nel quale il carnefice ha voluto far sprofondare insieme a sé anche le vittime.
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Il brutto potere

lunedì 18 aprile 2016

«Tuttavia, esso appare incontrastato ed evidente (non “ascoso” insomma) a chiunque si sia trovato a combattere la vecchia battaglia umana contro la materia. Chi lo ha fatto, ha potuto constatare coi propri sensi che, se non l’universo, almeno questo pianeta è retto da una forza, non invincibile ma perversa, che preferisce il disordine all’ordine, il miscuglio alla purezza, il groviglio al parallelismo, la ruggine al ferro, il mucchio al muro e la stupidità alla ragione».

[Primo Levi, Il brutto potere]

Quarta parola: perdono (con una postilla sul dono)

martedì 27 gennaio 2015

19marc chagall caduta dellangelo 1887 1985

C’è un problema di fondo nel parlare di questi due concetti (che è poi la ragione del loro accostamento, al di là della comune derivazione etimologica): una paradossalità che rasenta l’impossibilità.
Donare, perdonare sono azioni (e parole) con le quali abbiamo a che fare ogni giorno: diciamo continuamente “scusi”, “pardon”, “grazie”… ci troviamo nelle condizioni di dover rimettere dei “debiti”, perdonare od essere perdonati, e continuamente doniamo (tempo, attenzione, oggetti, pensieri) o abbiamo intenzione o crediamo di farlo.
Dono e perdono sono modalità essenziali delle relazioni, potremmo persino dire che le costituiscono (indeboliscono, rafforzano, spezzano). Eppure, all’interno delle società e del tempo che viviamo, appaiono a rigore come azioni pressoché impossibili: se dono qualcosa istituisco un debito e l’aspettativa di una reciprocità, negando dunque l’essenza stessa del dono; e perdonare il perdonabile non ha nessun merito, è semmai ciò che è imperdonabile a costituire il vero problema del perdono.

Utilizzeremo come tracce per questo discorso sulla paradossalità dei due concetti alcuni testi di antropologi, sociologi, filosofi, teologi che vi hanno riflettuto nel corso del ‘900: in particolare Mauss, Jankélévitch, Derrida, Hanna Arendt, Enzo Bianchi.

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Quarto lunedì: la specie dimezzata

martedì 28 gennaio 2014

luzzatiParleremo questa sera del problema del male, partendo dalla sua formulazione teologico-filosofica in termini di teodicea: come mai esiste il male se (posto o ammesso che) esiste Dio? Al termine “dio” può essere sostituito anche “ordine razionale”, la sostanza non cambia: se si pensa che esiste una ragione, uno scopo, una logica, un senso che ordinano il mondo – e che magari ne finalizzano gli avvenimenti – il male, il caos, l’orrore rimangono un problema che esige spiegazione. Affronteremo la questione in due mosse: nella prima daremo conto del termine teodicea in ambito storico-filosofico, mentre in un secondo momento proveremo a trattare la questione da un particolare punto di vista della contemporaneità, utilizzando alcuni testi di Primo Levi e del filosofo gallese Mark Rowlands.

1) Inquadramento storico
Teodicea (dal greco theos=dio e dike=diritto, giustizia) è termine coniato da Leibniz all’inizio del ‘700, e si riferisce al suo poderoso tentativo di “giustificare Dio”, cioè di scagionare Dio dall’accusa di avere voluto che ci fosse il male nel mondo.
È questa una vecchia questione della filosofia, di cui già si erano occupati gli antichi (gli stoici, ad esempio, o filosofi del calibro di Plotino o di Sant’Agostino), e che dal grande avversario filosofico di Leibniz, e cioè Spinoza, era stata liquidata attraverso una radicale critica ad ogni forma di antropocentrismo: in verità il male e il bene non esistono, se non all’interno di un’ottica tutta umana, ma nel momento in cui si allarga lo sguardo al vasto mondo – alla natura o al cosmo –  concetti come bene e male tendono a sparire e a perdere di significato.
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Lo splendore della verità

giovedì 10 Mag 2012

«Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti; è meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis. È meglio accontentarsi di altre verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate».

(P. Levi, Appendice a Se questo è un uomo)

Negazione della negazione

venerdì 27 aprile 2012

Al di sotto (o al di qua) del piano ontologico e dell’argomentare circa il non essere del nulla, o l’essere dell’essere – o dei mondi che mondeggiano – c’è quel che sulle carni dell’umanità s’incide, e della cui traccia – nonché del suo eventuale non lasciar traccia – occorre farsi carico. La negazione della negazione non sempre  comporta una nuova posizione – tantomeno un porre che contiene ciò che è stato posto e che lo tras-pone nel cerchio più ampio di una sintesi più comprensiva, e persino progressiva. Succede anzi che negare ciò che è negato diventi una seconda inesorabile incinerazione. Ad onta del potente argomento ontologico, l’essenza del nichilismo si manifesta così nella definitiva distruzione della memoria di ciò che – già distrutto e  nullificato – si voleva tener fermo sulla scena, affinché non più accadesse.
Ciò che è stato può accadere di nuovo, per quanto assurdo e irrazionale; ma proprio questa assurdità congiura nel far sì che appaia come un mai accaduto. Il nulla – che pure si pretende non esistere e non poter esistere – ha risucchiato per la seconda volta ciò che già aveva tolto di mezzo in maniera contingente. Il negativo del negativo  – il qualcosa che è un determinato cominciamento – precipita piuttosto in una distruzione della distruzione, una definitiva incinerazione dell’incinerazione: là dove c’erano i campi – tutti i campi di  tutte le storie ingiuste e contingenti, ma raddrizzabili proprio perché contingenti – non c’è nemmeno più la polvere delle ultime ossa. Il nulla ha vinto. È questo il vero incubo di Primo Levi – e ho il sospetto che dietro il suo suicidio (il drammatico tacere della parola che inchiodava tutti i carnefici) aleggiasse la consapevolezza della possibilità dell’impossibilità – del trionfo del nulla.

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Catalogo delle passioni – Dell’indignazione e della vergogna

venerdì 28 gennaio 2011

Leggo e sento molto parlare in questi giorni di indignazione.
Indignez-vous è il titolo di un pamphlet scritto da un vecchio partigiano francese, Stéphane Hessel, che in poche settimane è diventato un best-seller.
Notisti, osservatori e sociologi si chiedono come mai il popolo italiano non si indigni di fronte allo squallore e all’indecenza della sua classe politica (anche se alcuni segmenti sociali – dagli studenti ai lavoratori – hanno provato ad alzare la testa).
Indignation è il titolo di uno dei più bei romanzi di Philip Roth (ne avevo parlato qui).
In compenso, senza alcun bisogno di spunti letterari o di guide intellettuali, le masse popolari di molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono parecchio indignate.

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