Filosofia della leggerezza

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Colui che un giorno insegnerà il volo agli uomini,
avrà spostato tutte le pietre di confine;
esse tutte voleranno in aria per lui,
ed egli darà un nuovo nome alla terra, battezzandola
– “la leggera”.
(F. Nietzsche)

PRIMA PARTE – IL PENSIERO DELLA LEGGEREZZA

«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite».

Italo Calvino scrive queste parole durante l’estate del 1985, poco prima di morire – parole che si possono ritenere un lascito, un vero e proprio testamento culturale.
Si trovano nella prima delle sei Lezioni americane, quella dedicata alla “Leggerezza”, e ritengo possano ispirare il discorso che vorrei articolare a proposito del passaggio (o se si preferisce della dialettica) tra gravità e leggerezza. Calvino sembra qui alludere ad una visione millenarista, uno snodo epocale, augurandosi che la ruggine materiale e spirituale del Novecento venga abbandonata al suo destino, e auspicando un salto nella dimensione di una categoria – la leggerezza – che va meglio chiarita.

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Crescere in leggerezza

Il ciclo di incontri che – covid permettendo – darà vita quest’anno al Gruppo di discussione filosofica, giocherà sull’opposizione gravità/leggerezza. Lo spunto viene dalla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino (l’espressione “crescere in leggerezza” che dà il titolo al ciclo, si trova nelle Città invisibili). Ma non sono in grado di anticipare molto, prima di tutto perché non c’è alcuna tesi precostituita, bensì solo un insieme di spunti da cui partire, una direzione possibile da prendere, e alcuni testi che ci potranno aiutare; in secondo luogo perché di leggerezza parlerò più specificamente nel secondo incontro, quello dedicato al testo di Calvino e alle suggestioni (letterarie, ma non solo) intorno ai concetti di leggerezza e di invisibilità.
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Progresso impersonale

Aldo Schiavone apre il suo ultimo saggio Progresso con quella che definisce giustamente un’icona del pensiero del Novecento, ovvero il testo con cui Walter Benjamin interpreta il dipinto di Klee Angelus Novus. Direi che è il caso di riportarlo per intero:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ho sempre trovato il passo di Benjamin infinitamente più bello del quadro di Klee – opera che il filosofo aveva acquistato a Monaco nel 1921, e per il quale nutriva una smisurata adorazione. Schiavone utilizza l’icona-simbolo di una filosofia antiprogressiva e pessimista della storia, per affermare non tanto l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive irrise da Leopardi, quanto un fatto incontrovertibile: gli umani non sono mai stati così potenti, longevi, sicuri, dominanti sulla Terra come in questo momento della loro storia.
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Retrotopie

«Oggi, pare, non è più tempo di utopia.
Marx è lontano.
Nel futuro.
Oggi è tempo di streghe».
[L. Parinetto, Faust e Marx]

«La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio».
[K. Marx, Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte]

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«L’angelo della storia ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
[W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia]

Un corto circuito tra categorie – temporali, storiche, filosofico-politiche – pare spiegare molti degli attuali fenomeni retrotopici (per usare il termine di uno degli ultimi scritti di Bauman): ci si rivolge a un passato di (presunte) certezze a fronte di un futuro più che incerto, si assiste ad una “epidemia globale di nostalgia” dopo la sbornia di (presunto) progresso, ci si rinchiude, rintana, sigilla nei luoghi nelle radici nelle identità (più che mai fittizie) poiché la superficie liscia ed omogenea del globo atterrisce.
Le utopie si rovesciano una dopo l’altra in narrazioni distopiche.
L’angelo della storia non sa più dove guardare.
La storia si configura sempre di più come una parata di spettri.

Un mondicino di ninnoli e bamboline

dipendenzacellulare1Qualche mese fa un caro amico prof (di matematica), mi ha chiesto di tenere una “lezione” sul rapporto tra scienza e società (con, sullo sfondo, l’etica) in una seconda liceo classico. Era la prima volta che entravo in una classe del corso scolastico più rinomato d’Italia, e per di più direttamente in cattedra (anche se la cattedra stava troppo in alto per i miei gusti, per cui ho preferito tenermi ad altezza di studenti).
Quando un secolo fa frequentavo la terza media, la mia prof di italiano di allora (che mi adorava) raccomandò caldamente che io scegliessi il classico. Per una questione “di classe” (io di famiglia proletaria, il liceo per famiglie borghesi – dunque incompatibili) optai invece per un istituto tecnico (il “tennico” come diceva qualcuno). Questa faccenda “di classe” riemerse anni dopo, quando un’altra prof (ciellina e piuttosto dimenticabile) temeva che io, una volta iscritto all’università in qualità di studente-lavoratore, potessi essere risentito con i figli di papà in grado di cazzeggiare e di prendersela con calma, senza fare troppa fatica.
Non è avvenuto niente di tutto questo – anche perché me la sono presa pure io con tutta la calma necessaria. Tuttavia, una piccola spina punge ancora da qualche parte, per non aver potuto fare quel cavolo di liceo cui ero destinato. Ma si sa, tante sono le cose cui si è destinati che invece non era per niente destino…
Però non era della mia biografia scolastico-sociale che avrei dovuto parlare, ma degli elaborati nati dalla mia “lectio” (non so se magistralis) e dalla (purtroppo breve anche se fertile) discussione che ne è seguita.
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Leopardi progressivo

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Era il titolo di un saggio del filosofo e militante del Pci Cesare Luporini, scritto nell’immediato secondo dopoguerra e che ebbi la fortuna di leggere una trentina di anni fa, nel contesto di un esame universitario – contesto obbligato che non mi impedì di apprezzarlo, anzi di trovarla una delle letture più esaltanti dei miei vent’anni. Ovviamente, insieme alla lettura degli idilli, dei canti, delle operette morali e di qualche passo sparso dello Zibaldone. Oggi ripartirei da quest’ultimo e me lo leggerei integralmente – se solo potessi, qualche pagina ogni giorno.
Il saggio di Luporini mi è tornato alla mente qualche sera fa, nel corso della visione del film di Martone Il giovane favoloso. Non sto a dare giudizi articolati su di esso: indiscutibilmente bravo l’interprete, con qualche sbavatura ed eccesso la sceneggiatura – rimane il fatto che occorre avere parecchio fegato per cimentarsi in un film su Leopardi. Quel che però è assolutamente apprezzabile del lavoro di Martone è da una parte l’immagine vitale e proiettata nel futuro del poeta di Recanati che ne vien fuori, e dall’altra l’essere riuscito ad articolare in poco più di due ore la summa, gli snodi essenziali, il filo del progresso mentale, psicologico ed intellettuale di Leopardi – che non è certo cosa facile. Ed è forse questo il motivo per cui mi è tornato in mente quello scritto.
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Preme compatta schiaccia

Seguo da anni le evoluzioni intellettuali e musicali di Giovanni Lindo Ferretti, e le seguo anche e nonostante la sua recente svolta mistico-cattolica (addirittura vaticana). Non è poi così incoerente tale “evoluzione” (che ad un marxilluminista come me non può che apparire come un’involuzione), leggendo alcuni testi delle canzoni di epoche (è proprio il caso di dirlo) precedenti. Certo, lo spirito critico e la non accettazione dei miti del nostro (e di ogni tempo) non comporta il marciare necessariamente in una direzione – né tantomeno baciare l’anello papale.
Tabula rasa elettrificata è stata una delle tappe esaltanti del cammino artistico (e spirituale) di Lindo, all’epoca nel progetto CSI, dopo quello punkettone CCCP e prima dei più eterei PGR. E il testo della canzone che apre l’album – Unità di produzione – con il suo ritmico, meccanico ed allucinato martellare, non smonta soltanto l’antico sogno tecnobolscevico (il comunismo coincidente con l’elettrificazione, secondo il vangelo di Lenin), ma più in generale il mito del progresso, la macchinizzazione del pianeta e della vita, l’ideologia produttivistica (che ha fatto strage a destra come a sinistra), il dominio totalitario della specie umana su tutte le altre specie – cioè quel premere compattare schiacciare delirante che vuole radere al suolo tutto, e ridurre ogni cosa ad una imbelle sterile igienica unità di produzione

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JJR 3 – Rousseau reazionario

“Commencez par resserrer vos limites
(J.J.Rousseau, Sur le gouvernement de Pologne)

Accanto ad un Rousseau rivoluzionario (quello del secondo Discorso e di alcune idee contenute nel Contratto Sociale) c’è un Rousseau altrettanto convintamente reazionario. Se ne trovano tracce un po’ in tutta la sua produzione filosofica e letteraria – ma direi che il testo che più rappresenta questo suo aspetto è il romanzo epistolare Giulia o la Nuova Eloisa, che fu tra l’altro un vero e proprio best seller per l’epoca.
Al di là della vicenda (abbastanza noiosa) ci viene descritta una comunità che nella mentalità di Rousseau assume caratteristiche archetipiche: quello di Clarens è un vero e proprio modello insulare di convivenza e di risoluzione delle controversie umane. A metà strada tra il naturalismo sauvage e il familismo patriarcale, Rousseau pare qui alludere al sogno di una convivenza fuori del tempo, autarchica, più Gemeinschaft (comunità, appunto) che Gesellschaft (società atomizzata), un idillio più che un progetto politico, una presa di distanza dalle affollate ed insensate capitali per immergersi nella ciclicità della vita rurale. Proprio per questo occorre un rigido ordine gerarchico: ruoli, riti sociali, differenza di genere, apologia del lavoro – tutto comporta una quotidianità pacificata, ed una tonalità reazionaria talvolta imbarazzante.
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JJR 1 – L’illuminazione di Vincennes

“Non appena lessi questo, vidi un altro universo e divenni un altro uomo […] I miei sentimenti ascesero con la più inconcepibile rapidità al tono delle mie idee. Tutte le mie piccole passioni furono soffocate dall’entusiasmo per la verità, la libertà, la virtù, e la cosa più sorprendente è che questa effervescenza si mantenne nel mio cuore per più di quattro o cinque anni, a un livello così alto, come non è mai stata nel cuore di un altro uomo”.

Lo stile e lo spirito di Jean-Jacques Rousseau stanno tutti in questo brano delle Confessions, tratto dal libro VIII, che descrive l’esperienza della cosiddetta “illuminazione di Vincennes”.
Nell’estate del 1749 Diderot venne arrestato e rinchiuso nella torre di Vincennes, alla periferia di Parigi, subito dopo la pubblicazione della Lettera sui ciechi. Rousseau ne rimase molto impressionato, e non mancò di far visita all’amico enciclopedista, intraprendendo talvolta lunghe ed estenuanti marce sotto il sole estivo. Fu durante una di queste camminate che lesse per caso, sul Mercure de France, il quesito dell’Accademia di Digione: Se il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito a corrompere o a migliorare i costumi. Venne così preso da quell’entusiasmo al limite del delirio, di cui avrebbe poi parlato nelle Confessioni: una tonalità emotiva che avrebbe contribuito a fondare un nuovo modo di pensare e di concepire la filosofia.
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No Tav? No Pd!

Mi piacerebbe pensare che il “modernismo sviluppista” del Pd (ad esempio in tema di alta velocità, ponti sugli stretti, PIL, flessibilità e quant’altro) fosse un antico riflesso condizionato derivante dalla tradizione marxista. Quella corrente, cioè, che ha le sue radici nello stesso pensiero di Marx (un certo Marx, non tutto) e che mostra tutta la sua ambivalenza nei confronti della modernità (come ben rilevato da Hardt e Negri nel loro recente saggio: Comune, oltre il privato e il pubblico). In sostanza, semplificando: se il comunismo storico (molto poco realizzato) è stato un movimento contro un certo assetto della modernità (soprattutto contro la “repubblica della proprietà privata”), ha poi finito per convergere ideologicamente, insieme ai suoi antagonisti liberali e socialisti, nel mito progressista (e quantitativo) dello sviluppo. Aumento costante del PIL, lavoro, produttività, grandi opere, più merci, più mercato, ecc. ecc. La sintesi perfetta di tutto ciò è data dalla Cina postmaoista.
Se così fosse, pur trattandosi di un nodo e di una contraddizione pratico-teorica da sciogliere con urgenza, saremmo ancora al livello dell’alta politica e del dibattito che ne potrebbe scaturire. E il nostrano Partito Democratico – succedaneo pallidissimo del glorioso Pci – potrebbe persino giocare le sue carte in tema di magnifiche sorti e progressive. Ma così non è. In realtà la situazione è ben peggiore, e il livello di consapevolezza critica (di conoscenza e di prospettive) ai minimi storici.
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