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Trilogia filosofico-letteraria – 3. Promesse violenze

venerdì 17 febbraio 2012

“Ché del dolore ce n’è,
sto per dire, un po’ per tutto”

Romanzi duri e violenti, com’è dura e violenta la strada. Quella allucinata di Raskol’nikov, quelle stranianti (e persino apocalittiche) di McCarthy, ed ora quelle degli umili e dei potenti di Manzoni. Anche qui strade, fin troppo note, interrotte: quella dell’ignavo Don Abbondio che incontra i bravi; le strade dei due sposi promessi che si divaricano; il viottolo di Renzo che incrocia l’ampia strada della storia; quello di Lucia che s’imbatte in alcuni straordinari ritratti del male, della violenza e della sopraffazione (da Gertrude all’Innominato, passando per Don Rodrigo).
Non comincio nemmeno ad affrontare le tematiche classiche del mondo di Manzoni, la storia, la provvidenza, la fede, ecc. (ne ho già avuto abbastanza a scuola e all’università). Ma siccome ora sono libero di rileggere il grande affresco manzoniano senza tener conto di criticoni ed azzeccagarbugli, dico un po’ quel che mi pare.
E dico che I promessi sposi possono esser letti anche come una raffinata e però dura fenomenologia della violenza e della sopraffazione. Una struggle for live neodarwinista e sociobiologica ante-litteram. Non può cioè non colpire come la cifra tragica rimanga quella dell’Adelchi: “non resta / che far torto, o patirlo. Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi / Dritto”.
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