Posts Tagged ‘pudore’

Smartossici

martedì 27 marzo 2018

Sempre più lo smartphone sta diventando l’oggetto principale – il dispositivo universale – che scandisce il tempo di milioni, anzi di miliardi di umani. Si è diffusa una vera e propria smartdipendenza, che ha creato schiere di smartossici e nuove forme di alienazione metropolitana. Da tempo osservo questi processi, che paiono ineluttabili, con un misto di incredulità e di stupore. Naturalmente ci sarà qualcuno che nel frattempo starà specularmente osservando me, mentre a mia volta ne faccio uso. Nessun’altra dipendenza come quella da smartphone è mai stata così rapida, virale, invasiva e… speculare-speculativa, quasi che ci si trovi ormai in presenza di un sostituto evolutivo dei neuroni-specchio.
Il paradosso maggiore che si genera in questa grande smartbolla nella quale siamo immersi – un paradosso ormai ampiamente digerito nonostante la sua evidenza – è l’illusione di essere in contatto col vasto mondo, proprio mentre si perde il contatto col  mondo – con quel che fisicamente e socialmente era il mondo, ritenuto a torto o a ragione troppo piccolo, fino a qualche decennio fa. Si obietterà che questo accade (o accadeva) anche con la lettura dei libri, con la radio e la tv, con l’ascolto della musica in cuffia, e con la dislocazione in un altrove da essi favorita. Ma lo smartphone è infinitamente più potente di un libro o di qualsiasi altro contenitore di suoni e immagini: esso è un borgesiano libro dei libri, e molto, molto di più. È immagine, parola, suono, voce, medium, desiderio, astrazione, specchio delle mie brame – ma soprattutto rappresenta l’apertura potenziale ad ogni cosa, un vero e proprio oggetto metafisico universale, allusivo e simbolico come pochi altri oggetti. Ogni app, da questo punto di vista, è come una formula o una bacchetta magica.
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Narcisismi 4 – Autàrkeia multitasking

mercoledì 16 gennaio 2013

multitasking

L’autàrkeia è una condizione esistenziale tipica della nostra epoca, ma non mi pare si tratti dell’autàrkeia antica – piena autosufficienza ed autodeterminazione, che però sia basata sulla profonda conoscenza di se stessi e del proprio rapporto con l’ambiente esterno – quanto piuttosto di una forma radicale di individualismo ostentato, di narcisismo che non può fare a meno di salire su un palcoscenico, e che dunque non si bea soltanto di se stesso o della propria immagine, quanto del supposto e speculare bearsi del pubblico per quel sé e la sua aura così tanto ostentati. Un Narciso che non si specchia solitario nelle acque, ma nello sguardo degli altri.
Parto dall’annotazione di un amico, risalente a qualche tempo fa, che nell’incontrarmi per strada mentre ascoltavo musica con le cuffie, mi guardò divertito e mi diede dell’autarchico. In effetti, il gesto di sigillare la percezione quando si ascolta, ad esempio, della musica, è simbolico della condizione narcisistico-autarchica della nostra epoca (naturalmente non è possibile generalizzare o dedurre teorie universali da singoli fenomeni sociali). “Io sto ascoltando la musica giusta, tu non puoi ascoltare quel che ascolto io, e non puoi che ammirare il mio gesto” (salvo invertire le parti, e fare altrettanto).
Ma quel che mi fa sospettare che l’autarchia moderna sia radicalmente differente da quella classica, risulta visibile nel fenomeno apparentemente contrario dell’esibizionismo. In realtà i due comportamenti sono intrecciati e spesso convivono nelle medesime persone e pratiche sociali. Gli stessi sistemi tecnologici che sigillano (almeno in parte) i sensi, li ostendono poi urbi et orbi in una forma patologica di espressione di sé, ed in particolare del proprio mondo emotivo.
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Narcisismi 2 – L’anima, la maschera e i demiurghi della rete

lunedì 12 Mag 2008

Sommario

1. Caduta del pudore e “trivellazione delle anime”
2. Pornografia, idoli, immagini
3. La maschera di Rousseau
4. Essere o apparire?
5. Il palcoscenico digitale
6. L’occhio dilatato del potere
7. Una proposta oscena: ritrarsi e meditare
8. Veli e riflessi: una nota sulle fotografie di Ruggio [Ruggero Palazzo]) utilizzate

1. C’è un capitolo del libro di Galimberti, L’ospite inquietante di cui abbiamo già ampiamente discusso, che vorrei riprendere per allargare lo spettro della riflessione. Si tratta del capitolo 5, intitolato “La pubblicizzazione dell’intimo”, dove il filosofo sostiene che nella nostra epoca sia praticamente caduta l’antica barriera che separava l’interiorità dall’esteriorità, legittimando a tutti gli effetti la spudoratezza, da intendersi ora come messa in mostra dell’anima più che del corpo, con una perfetta corrispondenza tra esposizione di sé e voyeurismo. La continua “trivellazione delle vite private”, diventata ormai l’essenza del mondo televisivo, è l’emblema di questa neopornografia diffusa, più grave dell’antica pornografia per almeno due ragioni: prima di tutto perché denudare l’anima è un atto ben più osceno del denudare il corpo; in secondo luogo perché – aggiungo io – anche la distinzione tra vendita e indisponibilità di se stessi (corpo o anima che sia) è venuta ormai a cadere, cedendo all’omologazione mercificata imperante. Tutto è di tutti – ma ancor peggio tutto può essere venduto, persino l’ultimo neurone o frammento d’anima. Se poi qualcosa viene nascosto vuol dire che si ha qualcosa da nascondere, qualcosa di cui vergognarsi – e ciò è male. La caduta del pudore porta così con sé il più becero conformismo, se è vero che l’intimità e l’interiorità sono i nuclei profondi dell’essere individuale, ciò che lo fanno essere unico e irripetibile, e che la continua esposizione di sé, il concedersi a tutti indiscriminatamente – senza alcuna scelta e distinzione – non può che produrre un appiattimento generalizzato e un’omologazione dei modi di essere, i cui risultati sono già sotto gli occhi di tutti. A furia di trivellazioni l’anima finisce per dissolversi, proprio perché seppure il pudore sia un confine mobile socialmente determinato, quando i veli cadono tutti uno dopo l’altro, c’è il rischio che venga a mostrarsi infine il nulla che ci stava dietro. Succede un po’ come a Narciso, che alla fine, dopo essere stato fagocitato dalla sua stessa immagine e insensibilità, si lascia morire; o come a Eco, che si consuma fino a dissolversi nel filo di una voce. Oltretutto, corpi e anime denudati sono un po’ tutti uguali, e per ciò stesso poco desiderabili.
Detto questo, vorrei approfondire alcuni punti ed allargare il territorio di questa riflessione che nel testo di Galimberti mi pare troppo confinata all’ambito sociologico.

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