Posts Tagged ‘quirino principe’

Dio in frantumi

domenica 6 Mag 2012

Ci vuol coraggio per dedicare una sinfonia a Dio. Evidentemente il cattolicissimo Bruckner se lo poteva permettere, non tanto per le sue qualità di musicista devoto, quanto per la capacità di erigere straordinari monumenti sinfonici – e l’ultima, la Nona, quella dedicata appunto all’essere supremo (“al buon Dio”), lo è più di ogni altra (ne avevo accennato qui, tempo fa). A chi la ascolta dal vivo – a me è capitato oggi – pare di inoltrarsi in un ambiente fatto di architetture sonore straripanti – come quando si attraversano dei paesaggi naturali vastissimi, o si entra in cattedrali dalle innumerevoli volte, o si tenta di seguire linee intricate ed in perenne fuga – tanto che avrà la sensazione di perdersi. Ma Bruckner tiene la barra ben ferma e conduce il suo visitatore lungo le immense strade dell’essere sonoro che solo lui era in grado di percepire e concepire.
Questa sua ultima e definitiva sinfonia sembra oltretutto non voler finire mai, e quando, come succede nel primo lunghissimo movimento, si arriva in cima e l’intera orchestra diventa un organo immenso con migliaia di canne che suonano all’unisono per, e con, l’universo-mondo, e le trombe e i corni paiono aver raggiunto le dimensioni dell’iperuranio – qualcos’altro sorge e rinasce dalle profondità della terra, perché è dura congedarsi da tutto questo. Specie se “tutto questo” è pur sempre Dio. Senonché il secondo movimento tira un brutto scherzo
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Der Abschied

mercoledì 12 gennaio 2011

Il filosofo della musica Quirino Principe definisce azzurre quelle musiche, cariche di mistero, “che non ci hanno ancora svelato né mai ci sveleranno l’orizzonte ultimo del loro destino né lo spettro imprigionato nel loro cuore”. Musiche quantomai spettrali, dunque. Come Das Lied von der Erde di Gustav Mahler. Una vera e propria sinfonia (anche se spuria rispetto alla lista delle dieci ufficiali), che assegna alla voce e alla poesia – oltre che alle armonie e disarmonie sempre più rarefatte e misteriose dell’ultimo periodo del grande compositore mitteleuropeo – il compito di disegnare i suoni che quell’azzurro siano in grado di rappresentare.
Non posso non notare, da questo punto di vista, come appaia stridente quel titolo – Il canto della terra – nei confronti dell’allusività trasognata all’infinito e al suo colore più tipico. Quasi il segno della necessità di un abbandono e di un tramonto (si veda il lunghissimo Addio, il canto finale che occupa metà della composizione), da parte di quella creatura che nella/alla terra ha fin troppo confidato e affidato i propri desideri. Mentre è preferibile che quei desideri diventino sogni (“Ogni desiderio ora vorrebbe sognare”) e che si tingano d’azzurro.
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