Posts Tagged ‘rabbia’

Caro Goffredo Guglielmo Leibniz, mi chiedo come ad una mente eccelsa come la tua sia potuta venire in mente una simile sciocchezza…

giovedì 3 ottobre 2013

…quel pensiero, cioè, che ti spinse a scrivere circa tre secoli fa: «Se noi potessimo intendere abbastanza l’ordine dell’universo, troveremmo che esso sorpassa tutti i desideri dei più saggi, e che è impossibile renderlo migliore di quello che è».
Ora, io, dal mio monadicissimo punto di vista (quello stesso che contribuisce all’armonia, alla varietà, alla molteplicità delle prospettive, e che è “specchio vivente, perpetuo, dell’universo”), penso che non solo questo non è il migliore dei mondi possibili (e poco m’importa sapere che non è nemmeno il peggiore o che è-quello-che-è-e-non-può-essere-altrimenti, oppure, a seguire, una qualunque delle solenni e consimili minchiate ontologiche).
E attenzione: non dico questo solo (!) perché un numero imprecisato di umani sono oggi crepati in un atto di infinita cosmica assoluta ingiustizia – per di più nello stesso mare che ha visto la nascita di Nostra signora filosofia (cioè di una delle più belle invenzioni di quella ridicola cosa che è la specie umana). Dopotutto sono innumeri gli esseri che, d’un colpo, sono sorti e tramontati nello spazio di un attimo.
Quel che però so e che sento, è che in questo momento avrei solo voglia di urlare al cielo fino a frantumarlo. E anzi, credo proprio che lo farò. Uscirò in questa cazzo di notte padana, attraverserò il solito campo (quello del tarassaco, delle brume, delle lingue di neve, del primo sole e di tutto quanto di bello c’è, esiste, è – e lo è perennemente, eternamente e maledettamente) e poi urlerò fino a sfinirmi e a sfinire l’intera fibra dell’essere.

Io se fossi Cattelan

sabato 16 ottobre 2010

Dante Alighieri faceva squadrare “amendue le fiche” dal ladro pistoiese e “bestia” Vanni Fucci, nientemeno che in cospetto della divinità (Inferno, XXV 1-3).
Svariati secoli dopo, Giorgio Gaber della divinità avrebbe voluto assumere addirittura il punto di vista, al fine di fustigare politicanti di destra, di sinistra e di centro.
Oggi – segno dei tempi – c’è il dito di Maurizio Cattelan, quel dito medio che in realtà è il residuo di una mano cui hanno mozzato le altre quattro dita, che oltre che drizzato contro finanzieri e borsaioli, nonché spacciatori globali di crisi – com’è ora in piazza Affari a Milano – mi piacerebbe vedere altrettanto eretto di fronte a… beh la lista è davvero lunga, potenzialmente infinita… si potrebbe cominciare da qualche ministro…

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Grrr!

mercoledì 28 luglio 2010

Chiedi il permesso!
Se tocchi cose mie, chiedi il permesso!
Le mie cose sono un regno
Custodito dai miei draghi
Chiuso dentro un duro scrigno
Incantato dai miei maghi
Sprofondato in neri antri
Tu non entri!
Tu sei grande, hai tutto il tempo, hai tutto il mondo
Io ho solo questo
Ma questo è mio
E’ un regno piccolo ma lì ci sono io
E io son piccolo
Ma fa lo stesso
Se tocchi le mie cose
devi chiedere il permesso!

***

Sono una più bella dell’altra queste Rime di rabbia di Bruno Tognolini, degno successore di quel mago delle parole che era stato Gianni Rodari (e di cui quest’anno ricorrono insieme il 30° della morte e il 90° della nascita). La poesia – poco importa che si rivolga ai bambini o agli adulti – ha il dono di dire quel che altri registri linguistici non sanno dire, o non sanno fare altrettanto bene e con profondità.

Esprimere i sentimenti dei bambini – in particolare quella passione oscura che è la rabbia – suggerendone anche una possibile autocomprensione: questo era l’obiettivo alto e, direi, mirabilmente raggiunto dall’autore. Anche perché lo spirito con cui Tognolini lo fa è quello che emana dalla poesia riportata sopra, un profondissimo rispetto per l’autonomia e la dignità dei bambini e dei ragazzi – un piccolo regno inviolabile, uno scrigno i cui tesori devono poter maturare con i loro ritmi, pena il regicidio di pasoliniana memoria e l’annullamento delle possibilità. Ecco perché la rabbia è legittima, laddove questa dignità venisse lesa e infranta, come (ahimé) spesso accade: di orchi non son piene solo le favole!

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L’invettiva di Socrate

mercoledì 11 novembre 2009

Socrate! (Attaaaaack!)
Io accuso

l’intera comunità degli adulti
di avere corrotto sistematicamente l’infanzia e la fanciullezza. Di averne deturpato il volto, il senso, la bellezza. Di averne distrutto la poesia, la meraviglia, la novità.

Accuso i genitori e le famiglie
di aver permesso che i loro figli nascessero in una società marcia, sudicia e profondamente immorale. Li accuso di aver messo al mondo i loro figli per lo più a casaccio. Li accuso di non averli amati a sufficienza, di averli lasciati in balìa del mondo, di non aver saputo resistere all’istinto riproduttivo.

Accuso gli imprenditori, i pubblicitari, il sistema economico
di avere mercificato le anime, le menti e i corpi fin nella culla. Di avere insozzato i bambini con il loro denaro, il loro desiderio di accumulo, la loro sporcizia consumistica. Di avere avvelenato l’aria, la terra, l’acqua, gli ambienti e i mondi delle future generazioni, dichiarando loro una vera e propria guerra preventiva.

Accuso l’intero sistema

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Un ragazzo

venerdì 23 ottobre 2009

Un ragazzo è morto.
Non aveva ancora trent’anni.
Lo hanno trovato impiccato nei boschi.
Veniva ogni giorno nella mia biblioteca. Era strano. Si vedeva che aveva dei problemi.
Era venuto anche ieri. Agitato e sorridente come sempre. Ogni giorno più scosso. Ogni giorno più solo.
Ascoltava della gran buona musica. Vedeva buoni film. Era curioso. Mi chiedeva sempre consigli in proposito. Voleva scambiare due chiacchiere.
E io lo cacciavo via, quasi sempre.
Gli dicevo che stavo lavorando, che non potevo chiacchierare con lui. Che alzava troppo la voce e disturbava.
Ma lui, imperterrito, tornava alla carica ogni giorno, con quel sorrisino un po’ ebete.
Così ha fatto anche ieri.
E anche ieri l’ho cacciato.
Ora non tornerà più. Non mi disturberà più. Non disturberà più nessuno. Ci ha pensato da solo a togliersi di torno.
E io mi sento una merda.
Uno che predica bene, e razzola male.
Che non vale un cazzo.
Possibile che la vita non ci insegni nulla? Nemmeno a captare le urla silenziose che vengono dalle persone che abbiamo intorno? Le loro continue ambasciate e richieste di aiuto?
E vi assicuro che confessarlo qui non mi farà sentire meglio.