Posts Tagged ‘radici’

Straniamento

martedì 28 settembre 2010

Ma ciò di cui il filosofo si meraviglia
non è lo straordinario, bensì l’abituale
.
(R. Ferber)

Periodicamente occorre tornare alle radici della filosofia. Per lo meno, io sento questa esigenza. Ma credo si tratti di una necessità teoretica, più che di un vezzo soggettivo. A rigore, bisognerebbe farlo ogni volta che si filosofa, ma anche filosofare segue un suo trantran (parola detestabile, che però rende bene l’idea), e pure l’attività noetica più rarefatta può precipitare nella piatta routine della quotidianità e delle sue abitudinarie ricorrenze. E in effetti non è che tutte le volte che si apre un testo, o si scrive o pensa qualcosa, oppure si critica, si discute, si fa lezione e quant’altro, ci si può permettere il lusso di fermarsi, quasi bloccarsi di colpo e chiedersi – ma perché lo sto facendo? che cosa sta alla base di questa mia attività?  Sarebbe un po’ come voler arrestare la vita che fluisce chiedendosi di continuo che cosa essa sia e perché fluisca: che vita sarebbe in tal caso?
Eppure la filosofia, sempre a rigore, funziona esattamente così e, contrariamente alla vita, si arresta e chiede conto di ciò che essa è. Il problema, non piccolo, è che l’interlocutore a cui chieder conto non sta da nessuna parte, o meglio, non può essere altri che se stessa: insomma è il medesimo soggetto che fa le domande e che si dà le risposte, voce nella notte cui solo la sua eco può rispondere. Se lo si potesse chiedere a qualcun altro, questo dovrebbe mettersi a filosofare, e chiedersi perché lo fa, e così via all’infinito.

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Gli eroi son tutti giovani e belli

lunedì 14 giugno 2010

“Così, disco e vino, siano alla vostra salute”. Sono le parole con cui Francesco Guccini – che oggi compie 70 anni tondi tondi – concludeva la presentazione dell’album Radici, uscito nel 1972. Ho qui davanti a me il disco – un vinile addirittura in due copie, non so bene perché – con quella foto seppia in copertina che ritrae gli antenati dell’autore. All’epoca avevo solo 10 anni, e probabilmente nemmeno sapevo chi fosse Guccini. Ma quando più tardi lo scoprii, queste sette canzoni – alcune interminabili – costituirono per me un vasto e prezioso continente storico ed emotivo da esplorare. La memoria, trasfigurata e filtrata dalla biografia, mi veniva consegnata a piene mani nel modo più generoso e inaspettato. Non ci sarebbe stata parola, verso, sentimento che io non avrei condiviso o nelle quali non mi sarei riconosciuto: ognuna di quelle canzoni, come mappe preziose dell’esistenza, mi avrebbe solcato la pelle e attraversato le viscere, fino a scuotermi e darmi i brividi.
Le cantai e ricantai fino alla spasimo, imparandole a memoria (all’epoca ne avevo parecchia). E quando verso i 17-18 anni decisi che mi sarebbe piaciuto fare il cantautore,  e mi misi a scrivere canzoni impegnate e ricolme di sofferta esistenza, poiché mi dava qualche problema la mia “erre” affetta da rotacismo, mi consolai pensando proprio a Guccini: dopotutto, se lo fanno cantare e gli permettono di incidere dischi con quella erre lì, perché non potrei farlo anch’io?

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