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Trilogia filosofico-letteraria – 1. Delitto (senza) castigo

mercoledì 8 febbraio 2012

Ho letto tutti i grandi romanzi di Dostoevskij tra i 16 e i 18 anni. L’ho fatto con la passione e il furore adolescenziali che, nel caso dello scrittore russo, vengono favoriti da una scrittura febbrile, visionaria, estrema e totalizzante. Li leggevo ovunque: a casa, per strada, in biblioteca, nei giardini – pure a scuola, di nascosto sotto il banco, tanto che un mio professore aveva preso a chiamarmi “Karamazòv”.

Li ho poi riletti, con una cadenza grosso modo decennale, ogni volta scoprendovi nuovi tesori – e nonostante la maggiore consapevolezza, quel marchio originario del furore si è sempre ripresentato. Forse perché l’alto tasso di filosoficità di Dostoevskij non è mai disgiunto dal furore passionale ed esistenziale dei suoi personaggi: dio, la vita, la morte, il senso dell’esistenza, l’angoscia sono sempre intrecciati alla tonalità emotiva e ai sentimenti (spesso forsennati) degli individui in carne ed ossa che popolano quelle pagine fitte di umanità.
La recente rilettura (per la terza volta) di Delitto e castigo me ne ha dato ulteriore conferma.

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