Posts Tagged ‘razionalità politica’

Zoon politikon – 1. Le origini della polis

mercoledì 18 ottobre 2017

Il senso di questi incontri – in netta controtendenza con la nostra epoca – è quello di scavare nelle parole, di andare alla ricerca dei significati originari e delle loro successive stratificazioni, di portare alla luce ciò che la superficie nasconde, in un’epoca in cui tutto è apparenza e i nomi vengono spesso usati in maniera superficiale se non a caso, senza cognizione di causa. Questo vale in particolare per l’ambito politico.
La lingua e la cultura greca designano per la prima volta con grande forza la “politicità” di homo sapiens: egli, dice Aristotele, è zoon politikon, essere (vivente, animale) eminentemente politico.
È di questo che ci occuperemo in questo ciclo, di questo elemento essenziale, delle forme che storicamente ha assunto e del loro destino in Occidente, alla luce dell’attuale crisi dell’idea stessa di politica.
Personalmente credo che non vi sia un eccesso, semmai una carenza di politica, nell’epoca in cui tutto appare politica, senza esserlo, mentre l’umanità politica arretra all’avanzare di nuove forme di barbarie.

1. Quel che i greci intendevano per “politica” è diverso da quel che intendiamo noi: polis è cosa diversa da stato o da società civile (che per i greci tendono a sovrapporsi). Credo però si possa sostenere che la domanda, il problema che sta alla base dell’invenzione della forma politica di convivenza (in particolare di quella sperimentata dai greci tra il VII e il IV secolo a.C., ovvero la democrazia), siano i medesimi, fatte le debite proporzioni demografiche o riguardanti la complessità sociale. Io ho sintetizzato quel problema in una domanda-simbolo: come contenere l’ira funesta di Achille?

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Qui sotto non posterò nessuna fotografia scioccante, ma solo qualche ragionamento

venerdì 4 settembre 2015

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Ascoltavo stamane su una radio molto attenta all’informazione, il dibattito (direi globale) seguito alla pubblicazione e circolazione virale della fotografia di Aylan, il bambino siriano proveniente da Kobane e annegato su una spiaggia turca. Io non so dire in maniera netta se sia stato giusto o sbagliato pubblicarla, o eticamente lecito cavalcarla per un supposto scopo umanitario (non voglio pensare che la gran parte di chi lo ha fatto abbia messo in conto maggiori copie vendute, maggiore visibilità, o un numero più alto di “mi piace” sulla propria bacheca, anche se qua e là, magari solo sotterraneamente ed in maniera inconscia, questi elementi avranno influito).
Quel che però oggi mi chiedo è la medesima domanda che mi ponevo ormai 6 anni fa, quando cominciava ad essere chiara la potenza invasiva dei social e la diffusione virale delle immagini (che peraltro aveva raggiunto un vertice ancora tutto televisivo con l’11 settembre) – a proposito della dittatura delle immagini:

«Perché c’è proprio bisogno di patire visivamente l’orrore per indignarsi? Non è che in questo modo, con un passaggio quasi solo emozionale dei messaggi prodotti dalle immagini, si tende a far fuori proprio il livello razionale (e dunque eventualmente risolutivo)?».

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Il grillo che c’è in me

mercoledì 6 marzo 2013

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“Del resto non è difficile a vedersi come la nostra sia un’età di gestazione e di trapasso a una nuova era; lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino ad oggi; esso sta per calare tutto ciò nel passato e versa in un travagliato periodo di trasformazione. Invero lo spirito non si trova mai in condizione di quiete, preso com’è in un movimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro, – in un salto qualitativo, – interrompe quel lento processo di solo accrescimento quantitativo, e il bambino è nato; così, lo spirito che si forma matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l’edificio del suo mondo precedente; lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che non alterava il profilo dell’intiero, viene interrotto dall’apparizione che, come un lampo, d’un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo”.

Potrebbe sembrare strano che per ragionare su quel che sta avvenendo in Italia a ridosso delle ultime burrascose elezioni politiche, si debba addirittura scomodare Hegel. Eppure non è casuale, dato che proprio della razionalità politica si tratta. Il celebre brano che ho trascritto sopra, tratto dalla Fenomenologia dello spirito, schizza per sommi capi quel che succede quando un mondo, un’istituzione od anche una costellazione di significati crollano, e ancora non se ne sono presentati altri con chiarezza all’orizzonte. Hegel rappresenta con linguaggio ed efficacia straordinari il senso di vertigine, di incertezza, persino di sacro terrore che accompagna tali processi.
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