Posts Tagged ‘realtà’

Sesta parola: reale

lunedì 16 marzo 2015

holobrain

1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

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Filosofi, maghi, deboli e prepotenti

lunedì 9 marzo 2015

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«Ci sono fondati motivi per credere, anzitutto in base agli insegnamenti della storia, che realtà e verità siano sempre state la tutela dei deboli contro le prepotenze dei forti. Se viceversa un filosofo dice che “la cosiddetta ‘verità’ è una questione di potere” perché fa il filosofo invece che il mago?».

[Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo]

Sgombero finale

venerdì 1 febbraio 2013

rom_legnano

Ho letto oggi su “La Prealpina” (un giornale a diffusione locale, del nord-ovest della Lombardia), un articolo che mi ha prima agghiacciato e subito dopo indignato. Vi si parlava dell’annosa questione dei rom nelle periferie legnanesi. Non voglio qui entrare nei dettagli del problema  – che comunque è più o meno il medesimo di altre periferie, e che riguarda il diritto di un gruppo di umani minori a non essere fagocitato (assimilato, integrato, ingoiato) da un gruppo di umani maggiori. Ma qui occorrerebbe aprire un complicato capitolo socioantropologico sulla dialettica tra stanzialità e nomadismo, mentre io mi limito ad osservare come dietro ad un linguaggio che si pretende neutrale e a determinate espressioni (fin nei titoli cubitali, omissori e talvolta fuorvianti), si nascondono in realtà precisi dispositivi che costituiscono e riproducono una certa ideologia o mentalità.
Nello scambio di mail che ho avuto con la redazione (che mi ha garbatamente risposto, per voce del giornalista che ha firmato il pezzo) è emerso proprio questo elemento, a proposito del non detto (o del detto fin troppo esplicitamente). Parlare a cuor leggero di “sgombero finale” o titolare che a delinquere è l’albanese o il rumeno (ieri era il calabrese), e non l’italiano o il lombardo, non è mai una scelta linguistica e narrativa indifferente, e che per questo si pretende oggettiva. Il linguaggio, le parole, le immagini sono a tutti gli effetti la realtà, dato che non abbiamo altro modo per rappresentarla, ricostruirla e, soprattutto, comunicarla ad altri, e dunque riprodurla e consolidarla. Non si tratta di forma e contenuto, ma di un’unità inscindibile, un po’ come il corpo e la mente. Ma mi fermo qui: questo il (breve) testo che avevo spedito in prima battuta:

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L’anima? Nient’altro che un grafema!

mercoledì 21 marzo 2012

[Sommario: New Realism – Dualismo immaginario – La lettera e lo spirito – Mente-tabula – Lo spirito in un iPad – Il corpo di Spinoza – La macchina di Cartesio – L’automa di Leibniz – Homme machine – L’osso hegeliano – Scritture essoteriche]

Ho letto con molto interesse Anima e iPad di Maurizio Ferraris. Mi è piaciuto innanzitutto il tono ben poco accademico, non so dire se per le eventuali contaminazioni popsophiche o per quel piglio militante che fa dell’autore uno dei più convinti assertori del cosiddetto nuovo realismo in filosofia (so che è uscito in questi giorni per Laterza il suo Manifesto del nuovo realismo, i cui contenuti essenziali si trovavano già in un articolo comparso su La Repubblica dell’8 agosto 2011 ). Il costante riferimento a pratiche sociali, linguaggi audiovisivi, film, letteratura, canzoni, fatti di cronaca e aneddoti rende piacevole la lettura, anche se immagino possa far storcere il naso a certi filosofi un po’ ingessati, nonostante l’eventuale professione di postmodernismo. Comunque mi interessa poco dare etichette o valutare le mode filosofiche del momento, e dunque vado subito al nocciolo.
Le tesi di fondo – per lo meno quelle che mi sembrano più interessanti e in sintonia con le questioni più volte discusse in questo blog – sono almeno due, che è poi una soltanto, e che si può inscrivere nel dibattito su che cosa si debba intendere per natura umana, e, conseguentemente, sulla peculiarità spirituale delle produzioni umane:
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La realtà? Non sappiamo che cosa sia!

martedì 4 ottobre 2011

Su La Repubblica di lunedì 26 settembre, è comparsa un’intervista di Odifreddi a Cédric Villani. Tra le risposte del matematico francese, riporto la seguente che mi è parsa significativa:

“I modelli sono ciò su cui lavoriamo e che capiamo, le cose a cui abbiamo accesso e che possiamo studiare. La realtà, invece, ci sfugge e non sappiamo cosa sia: le apparteniamo, ma non la conosciamo. La menzogna si nasconde nel riduzionismo matematico: è così potente, che finiamo per credere che coincida con la verità. Al punto che, a volte, ci dimentichiamo che il mondo è molto più complesso dei nostri meravigliosi modelli, o dei nostri meravigliosi teoremi”.

Ora, se una cosa del genere l’avesse detta un filosofo, Odifreddi gli avrebbe fracassato come minimo il registratore in testa…

La natura? Non esiste!

martedì 18 gennaio 2011

“La natura a rigore non esiste, è solo un nostro concetto” – così ha esordito qualche sera fa Renato Pettoello, docente di storia della filosofia contemporanea alla Statale di Milano (che, en passant, era stato il mio relatore di tesi), ad una conferenza in provincia sul tema “Scienza, natura, uomo nel ‘900”. Non ho potuto che dargli ragione – visto che ritengo che non solo quello di natura, ma anche quelli di realtà e di verità, siano concetti piuttosto ambigui, per non parlare della tanto sbandierata natura umana. Si tratta evidentemente di concetti-chiave filati dalla nostra mente, prodotti e sedimentati dalle teorie che si sono susseguite lungo la storia della nostra specie, volte a descrivere il qualcosa che percepiamo al di fuori della nostra mente (ma già la definizione di questo esterno è problematico, anche perché presuppone un interno piuttosto artificioso) – con il risultato di avere una “realtà” quantomai stratificata e diveniente.
Natura può essere di volta in volta tutto ciò che esiste (la physis dei greci), l’ordine necessario delle cose, le leggi che reggono la realtà, la materia, ciò che non è artificiale o culturale, il poetico cip-cip dei variopinti uccelli (ma anche la necessaria strage eterotrofa), Dio (sive natura), il mondo atomico, il mondo primordiale, il mondo della vita, il livello istintuale, la base organica, persino l’ortopedia etico-religiosa… e insieme la dissoluzione di tutti questi presunti ordini. In sostanza: la vulgata e il senso comune che evocano la natura come qualcosa di ovvio e dato una volta per tutte, certa ed evidente lì davanti a noi (o in noi), non sanno nemmeno di che parlano e non immaginano nemmeno quanto in realtà sia complesso e lontano anni luce dall’immediatezza quel concetto.
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La dittatura delle immagini

lunedì 23 novembre 2009

Che cos’è un’immagine? Questa la domanda a bruciapelo che mi venne fatta dal mio futuro mentore filosofico (che pure oggi fatico a definire “maestro”) durante il nostro primo incontro. Me la fece ridendo, e io non capii se stesse scherzando e balbettai irritato una qualche risposta a caso. Seppi poi che dietro quella domanda c’erano in realtà le sue letture dell’epoca, peraltro irrorate di whisky & birra in abbondanza, di alcuni dialoghi di Platone.
Naturalmente tutto parte da quella chirurgica separazione della realtà tra mondo delle idee e mondo sensibile, che sarebbe stata una delle dannazioni della cultura occidentale. Se la realtà è costituita da gradi di approssimazione al vero, dove il segno meno sta dalla parte delle cose e il segno più dalla parte dei concetti – ciò che è più astratto è in realtà il più concreto, ciò che è apparentemente più impalpabile è invece il più reale – quale sarà lo statuto delle immagini?
Dopo avere stabilito nel libro VI della Repubblica la gerarchia della conoscenza, secondo cui le immagini (eikasìa) e la facoltà immaginativa stanno al livello più basso, Platone torna nel libro X sull’argomento, parlando dell’imitazione come attività essenziale dell’arte. Gli esempi di cui si serve riguardano in particolare la pittura e la poesia, le quali vengono accusate qui non tanto o non solo di essere produttrici di realtà di terzo grado (essendo gli oggetti artistici copie di copie), ma soprattutto di risvegliare ed alimentare un certo elemento dell’anima che, così rinvigorito, rovinerebbe l’elemento razionale (605, b). Poco più avanti questo perturbamento dell’anima viene così chiarito:

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