Posts Tagged ‘relativismo’

COSMICA CASSERUOLA

lunedì 22 dicembre 2008

bruegel.la parabola dei ciechi

Meraviglioso racconto questo Nel paese dei ciechi (titolo originale The country of the blind) di H.G. Wells, ripubblicato di recente da Adelphi. Racconto quantomai filosofico, filato dalla fervida e anticipatrice mente dell’inventore, insieme a Jules Verne, della science fiction, e molto vicino a noi proprio per la sua sensibilità per i temi biopolitici e tecnologici, etici, esistenziali che affliggono (e però rendono paradossalmente intrigante) la nostra epoca. Con tutte le connesse paure: basti pensare all’incubo alieno, alle mutazioni genetiche, alla guerra batteriologica – L’isola del dottor Moreau è del 1896 e La guerra dei mondi è del 1898!
L’esperimento condotto Nel paese dei ciechi è riconducibile, per certi aspetti, al tema della statua di Condillac, secondo cui i sensi (ciascuno dei quali ha una sua logica specifica, con un ruolo forse prioritario del tatto) costituiscono dinamicamente la nostra esperienza e le nostre facoltà. Si provi allora ad immaginare che cosa succederebbe se qualcuno, dotato dei canonici cinque sensi, piombasse in un villaggio isolato dal mondo, dove da generazioni i suoi abitanti hanno perso l’uso della vista. La prima impressione che, secondo quanto immagina Wells, ricaverebbe questo visitatore “normodotato” sarebbe quella di ritrovarsi in una sorta di “cosmica casseruola”, un luogo sigillato e asfittico oppresso da un “tetto orribile sotto il quale si curva la vostra immaginazione”, il limite oltre il quale non è dato andare.

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100 LEVI-STRAUSS!

venerdì 28 novembre 2008

levistrauss

Ho “incontrato” Claude Lévi-Strauss durante la stesura della mia tesi, inevitabilmente visto che l’argomento era la figura del selvaggio in Jean-Jacques Rousseau. E’ stato un incontro esaltante, illuminante, per me decisivo: quello che si dice un “grande maestro”. Confesso di essermi dedicato poco alla “prosa” delle sue teorie (in particolare  quelle relative al metodo e alla pratica strutturalista) e molto di più alla “poesia” (la sua lettura entusiasta e contagiosa di alcuni testi di Rousseau, ad esempio). Dopo aver terminato la tesi non me ne sono più occupato granché, ed anzi pensavo fosse nel frattempo morto (era già vecchissimo allora). Solo qualche anno fa ho scoperto con grande piacere che era vivo, vegeto e attivo, e proprio oggi 28 novembre Lévi-Strauss ha la fortuna (che è anche nostra) di compiere cento anni esatti. Naturalmente in Francia i festeggiamenti si sprecano (molto meno in Italia: se si eccettuano alcune pagine celebrative sui quotidiani e qualche rara conferenza in ambito accademico, non mi pare se ne stia parlando granché, ma si sa, l’Italia è un paese provinciale).

Mi unisco modestamente alle celebrazioni, e riporto di seguito, brevemente ed ellitticamente, quelle tesi che più mi hanno colpito ed affascinato dell’opera del grande antropologo: (more…)

LA TANA

giovedì 10 luglio 2008

Ho letto qualche giorno fa un piccolo saggio di Pier Aldo Rovatti intitolato Possiamo addomesticare l’altro? La condizione globale, un testo di sole cinquanta pagine ma densissimo, forse troppo. I pensatori e i concetti di riferimento: Deleuze, Derrida, Foucault, Sloterdijk (quest’ultimo non lo conoscevo) – decostruzione, fenomenologia, soglia, abitare, ospite, alterità, ecc., temi ricorrenti in Rovatti. Tutto il discorso ruota attorno alla destrutturazione delle coppie tradizionali: soggetto/oggetto, io/altri, realtà/illusione… Nell’epoca globale tutte queste distinzioni – specie quella tra interno ed esterno – vengono a cadere. L’altro non è addomesticabile eppure deve essere addomesticato – questo il paradosso nel quale siamo caduti e da cui non c’è uscita se non tramite il tentativo di relativizzare/decostruire, attraverso il gioco e la metafora della porta aperta, le vecchie opposizioni, specie quella tra centro e periferia, impero e barbari, secondo la rappresentazione che ad esempio ce ne ha dato Coetzee nel romanzo Aspettando i barbari. E proprio riferendosi a questo straordinario e anticipatore romanzo dello scrittore sudafricano, Rovatti apre il suo saggio. E lo chiude con un’altra citazione letteraria: La tana di Kafka. Non conoscevo questo racconto, che mi sono subito precipitato a leggere scoprendo un vero e proprio gioiello. Così un testo rimanda all’altro, un testo è pre-testo per un altro, e la recensione di un testo diventa l’occasione per parlare di un altro testo.

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CONTRONARRAZIONI

martedì 17 giugno 2008

Prima parte – la teoria

Che cos’è un fatto?
La parola evoca il verbo “fare”, l’attività del fare, ma si tratta in realtà di qualcosa di meno generico e di più definito: il fatto è un “già fatto”. Come dire, qualcosa di definitivamente dato, accaduto, che non può più essere revocato in dubbio. “Cosa fatta capo ha”, è un’espressione della lingua toscana attribuita a Mosca Lamberti, che indica inequivocabilmente il significato che qui si vuole sottolineare: fatta una cosa è impossibile disfarla. Che io stia scrivendo su questa tastiera è un “fare” qualcosa; il post che avrò presumibilmente scritto alla fine della mia attività costituirà un “fatto”. Ma: quel che a noi interessa di più di un fatto non è la sua mera datità o effettualità, quanto piuttosto l’intenzione che gli sta dietro, ciò che lo spiega, ne dà ragione – e che può al limite prescindere dalla sua stessa fattualità.
Questo complesso di motivi che stanno alle spalle o alla base di un fatto, e che ne complicano la natura, è ciò che definiamo interpretazione. Un fatto non significa nulla senza la sua intenzione/interpretazione. Ma qui nascono i problemi, dato che per ogni fatto possono esserci molteplici interpretazioni, sia da parte degli attori che degli osservatori. Il pezzo che sto scrivendo può essere retto da intenzioni inconsce, a me ignote, e, ancor più, potrà essere interpretato in mille modi diversi da chi lo leggerà. Non solo: ci sono miriadi di fatti, ma
-solo una parte di essi viene rilevata
-solo alcuni di questi ultimi vengono giudicati importanti
-determinati fatti semplicemente non esistono, o è come se non esistessero
-fatti importanti spariscono, mentre fatti irrilevanti vengono amplificati a dismisura
-catene di fatti impercettibili possono generare sul lungo periodo improvvisi smottamenti e fatti di grande portata
e così via…
Questo vuol dire che non esistono nudi fatti, ma solo fatti – formati o de-formati ad arte – di cui viene data una interpretazione.

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RELATIVISMO III – La pace di Westfalia e gli stranieri morali del Texas

lunedì 3 marzo 2008

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Sto assistendo con noia e continui sbadigli al dibattito in corso, a proposito dei temi cosiddetti “sensibili” su eticità, stato laico e dintorni. La mia noia non nasce certo dal fatto che non ritenga importanti quei temi (e l’accesa discussione che talvolta anima questo blog ne è piccola testimonianza), quanto dall’ignoranza e dalla protervia che spesso mostrano i vari interlocutori. Che tanto per cominciare sembra non abbiano ben chiari nemmeno i termini basilari della questione e che parlino giusto perché ne hanno facoltà (come se non esistesse anche quella di tacere).
Bisognerebbe intanto che dessero una rinfrescata alla loro memoria storica, andandosi magari a rileggere il capitolo della storia europea intitolato Guerra dei trent’anni, con quel che ne seguì. Una delle tappe cruciali della costituzione del concetto di laicità è infatti la pace di Westfalia, che pose fine nel 1648 a quella guerra terribile e devastante, che, tra le altre cose, vide massacri senza fine tra protestanti e cattolici. L’Impero Asburgico, ci piaccia o no la sua idea, prefigura quel che lo Stato laico sarebbe diventato più tardi, e cioè il simbolo di unità e di garanzia al di sopra della molteplicità e del pluralismo politico, religioso e culturale. Proprio onde evitare l’infinita guerra civile che la diversità religiosa porta quasi naturalmente con sé, specie laddove si tratta di monoteismo.

Hugo Tristam Engelhardt jr., bioeticista “cattolico ortodosso texano” come si autodefinisce, sembra considerare irreversibile l’idea nata in quel di Westfalia, a differenza del papa e della proliferante coorte di politicanti devoti. Egli ritiene la società postmoderna una società inevitabilmente abitata da “stranieri morali”, cioè persone che non appartenendo alla stessa comunità, praticano scelte morali differenti, al punto da apparire reciprocamente immorali.

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RELATIVISMO II – La retina della rana, la zecca e la disperazione del papa

venerdì 29 febbraio 2008

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Leggo nella recensione di Boncinelli sul Corriere della sera di qualche giorno fa, a proposito del libro Le scienze cognitive classiche: un panorama di Massimo Piattelli Palmarini, una cosa piuttosto curiosa  sulla rana. Cito: “Ci sono cellule della sua retina che reagiscono soltanto alla visione di un moscone in volo. Un qualcosa che voli ma che non sia un moscone, o la vista di un vero moscone ma fermo, non suscitano alcuna reazione in queste cellule. Che sembrano stare lì solo per rispondere alla domanda: c’è in giro un moscone vivo oppure no? Tutto il resto non le interessa. Tutto il resto non viene letteralmente visto”. Al che il biologo conclude dicendo come ogni animale, uomo compreso, veda il mondo a modo suo, in maniera del tutto utilitaristica.
Questa lettura mi ha subito fatto venire in mente un capitolo del libro di Agamben L’aperto dedicato alla zecca. Era stato lo zoologo tedesco Uexküll a farne attento oggetto di studio per le sue ricerche sull’ambiente animale. In particolare Uexküll distingue tra spazio oggettivo (così come lo intendiamo noi) e Umwelt, mondo-ambiente.

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RELATIVISMO I – Rashomon

mercoledì 27 febbraio 2008

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Rimango ogni volta colpito dalla grandezza e dall’intensità dei film di Akira Kurosawa. Rashomon in particolare, un’opera che mette in scena proprio nel mezzo del secolo (il film è del 1950), la questione filosofica che lo attraversa per intero e che rimbalza oltre la sua fine. D’altra parte il ‘900 si apre proprio con il prospettivismo nietzscheano – non ci sono fatti ma solo interpretazioni – e a buon diritto potrebbe essere definito il secolo del relativismo.
Ma mettiamoci comodi sotto il portico del tempio del dio Rasho a Kyoto, la scena da cui prende forma il dramma narrativo e filosofico che si dipana sotto i nostri occhi. Il bonzo – la figura dell’apologeta morale – dice proprio all’inizio come le guerre, le carestie, le pestilenze, ogni genere di male devasti l’umanità (il Giappone è ancora sotto occupazione durante le riprese), ma che ancor più intollerabile è il non sapere la verità, e la mancanza di fiducia che questo comporta.

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FEDE E RAGIONE, ovvero dell’oxymoros perfetto

venerdì 18 gennaio 2008

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C’è una parola che va molto di moda da qualche tempo, che è “ossimoro”. Deriva dal greco oxymoros, ed è composta da oxùs, acuto e moròs, stupido: come dire capra con cavoli, cioè accostare due termini che non c’entrano l’uno con l’altro, o meglio che sono agli antipodi (basti come esempio quello della “guerra umanitaria”). Mi pare che parlare di “fede e ragione” sia uno dei tanti ossimori oggi ricorrenti. Proverò a mostrare perché.

Iuxta propria principia! – ecco che cosa dà sui nervi al conservatorismo teocratico di cui papa Ratzinger è l’estremo (e speriamo ultimo) celebre rappresentante – non diversamente dal “pensiero” di Osama Bin Laden, magari meno raffinato ma sostanzialmente identico. Tutto ciò che non è mosso dall’esterno (in ultima analisi da Dio: vi ricordate il detto “non si muove foglia che Dio non voglia”?), e che si prova a spiegare attraverso principi propri e razionali, ebbene ciò va respinto come foriero di relativismo e di nichilismo. Dalle concezioni cosmologiche all’autodeterminazione della donna, il fronte che separa l’eteronomia ecclesiastica e fideistica dall’autonomia umanistico-razionale sta tutta in quel principio discriminante.

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SICILIA FILOSOFICA

martedì 7 agosto 2007

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La Sicilia ha un rapporto strettissimo con la filosofia fin dalle sue origini, e non poteva essere altrimenti visto che Grecia e Magna Grecia sono un unico mondo culturale e linguistico (una koiné, bellissima parola della lingua greca che indica ciò che viene condiviso, che è in comune). In particolare sono due i filosofi “siciliani” a spiccare: Empedocle e Gorgia, nati rispettivamente ad Agrigento e a Lentini.

Il primo fa parte della corrente cosiddetta “presocratica”, ed ha un posto di rilievo nella storia della filosofia per aver tentato di superare la grande diatriba teorica tra Eraclito (tutto si muove, scorre, diviene; tutto è polemos, conflitto) e Parmenide (l’unica verità possibile è l’essere, uno, stabile, immutabile). Empedocle, potremmo dire con un’espressione un po’ triviale, “salva capra e cavoli”: secondo lui esiste una dimensione di unità e stabilità (leggi ed elementi) in grado di garantire la molteplicità, il movimento e la rotazione delle cose. Universalmemente nota la sua teoria dei 4 elementi (l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra: i principi o le “radici” materiali della realtà); meno noto il meccanismo che li regge: odio e amore, neikos e philìa, ciò che respinge e ciò che attrae gli elementi, ciò che li mette insieme (nascita) e che li dissolve (morte). Con questo 4 + 2 (che non è un’offerta dell’Esselunga), la realtà può insieme essere spiegata come stabile (gli elementi e la legge, l’arché, cioè il principio dei primi filosofi), salvandone nel contempo gli aspetti variabili e molteplici. Donde la teoria cosmologica con i suoi cicli di espansione e di contrazione. Bizzarra la morte di Empedocle, se è vero che si buttò platealmente nell’Etna (non poteva scegliere qualcosa di più tranquillo? ma forse il carattere “estremo” e insieme “barocco” dell’isola trova già qui una sua chiara anticipazione) – naturalmente di leggenda si tratta, tenuto poi conto che la sua figura veniva spesso associata alla magia e al misticismo.

Gorgia è meno “tradizionalista” di Empedocle e fa parte di quello straordinario movimento illuminista, contestatario e anche un po’ opportunista noto come “sofistica”. Sophistés a noi sembra un peggiorativo, in realtà è un migliorativo: significa “il più sapiente”, o anche “il più abile”. I sofisti erano dei chiacchieroni, avevano grandi doti oratorie (inventarono appunto la “retorica”, l’arte della persuasione) e per la prima volta insegnarono facendosi pagare. Del resto i rampolli della borghesia ateniese potevano permetterselo. Anche Socrate era un sofista, ma un po’ più quadrato e determinato, decisamente più pericoloso per l’etica corrente, tant’è che venne processato e mandato a morte. Ma stavamo parlando di Gorgia. Il succo della sua teoria sta in una famosissima triade di fronte alla quale o ci si rompe la testa o ci si mette a ridere. Egli sostiene infatti che:

1. Niente esiste

2. Se anche qualcosa esistesse non sarebbe conoscibile

3. E se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile ad altri

Detto così sembra un gioco di parole filato dalla testa di un mentecatto. Invece, col cavolo! Gorgia è persona seria e di grande capacità argomentativa. D’altra parte sull’essere si erano già scervellati Parmenide e compagnia, e non è che fosse così semplice parlarne. Quando si evoca un concetto generale come quello di “essere”, ci si tira dietro tali e tante contraddizioni che forse è meglio lasciar perdere e dire che l’ “essere” è una chimera, non esiste: e infatti – sembra dire Gorgia – dov’è questo famoso “essere” se non nella mente bacata di qualche filosofo? Ma ciò che da lui viene più fustigato con determinazione è la pretesa umana di conoscerlo questo benedetto “essere” (conoscerlo nella sua totalità), e anche di pensare che il concetto che ne ho io sia condiviso e identico a quello che ne hanno gli altri. Una gran bella pretesa! Naturalmente, come già il suo contemporaneo Protagora, è la questione del relativismo e dello scetticismo ad essere posto per la prima volta con grande radicalità nella storia del pensiero. Gorgia si spinge anche più in là, tanto che potremmo considerarlo il primo nichilista. La verità non esiste, e se proprio se ne vuol parlare essa è poliedrica e risiede essenzialmente nel linguaggio, dunque attraverso il linguaggio può anche essere fatta fuori. Dico la verità e la contraddico, affermo la verità e la nego. Come in un circolo vizioso…

Dei viaggi politici di Platone a Siracusa, e della “vacanza” di Porfirio per guarire dalla depressione ho già detto. Bisognerebbe poi parlare di Archimede di Siracusa, e di altri pensatori cosiddetti “minori”… chissà, magari in un’altra occasione.

Adesso è ora di partire: la Sicilia filosofica, laggiù, mi attende.

(Immagine da http://mrnemo.splinder.com/archive/2006-12)

PICCOLO ELOGIO DEL RELATIVISMO

mercoledì 7 marzo 2007

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E’ la bestia nera del papa, di Bush e di Osama Bin Laden. Della defunta Fallaci e di Giuliano Ferrara. Dei teocon, teodem, teo-qualcos’altro… e ora anche di Paola Binetti (ma chi è Paola Binetti?).
Non sempre il nemico del tuo nemico ti è amico, e questo vale anche per le ossessioni. Eppure…

L’elogio del relativismo che intendo qui proporre ha più una valenza critica e negativa di quanto non sia un abbracciare le sue tesi: si tratta in realtà di una radicale critica dell’antirelativismo e delle sue conseguenze etico-politiche.
Svolgerò il ragionamento in due mosse: una premessa sul concetto di verità e un tentativo di definire il nodo cruciale del rapporto tra filosofia e antropologia a proposito del relativismo culturale.

Quel che trovo condivisibile nell’atteggiamento relativistico è il suo sospetto per i “possessori” della verità. A tal proposito l’illuminista Lessing utilizza un’immagine che trovo molto pertinente e che pone nella giusta prospettiva “dialettica” il rapporto tra verità e ricerca della verità: «Se Dio tenesse chiusa nella sua destra ogni verità – scrive Lessing – e nella sua sinistra la sola inesausta pulsione alla verità, sia pure col corollario per me di un sempiterno andare errando e mi dicesse: “Scegli!”, con umiltà mi precipiterei alla sua sinistra e direi: “Dammi, padre! La pura verità e solo ed esclusivamente per te!». Il relativista non teme, come Lessing, proprio quel sempiterno andare errando, e a prescindere dal fatto che egli creda o no che da qualche parte un fondamento, un senso assoluto, una verità eterna esistano, egli sa per certo che la mente umana, per come è fatta, non potrà mai attingerli, e se lo fa si tratta solo di un’illusione. La verità è cosa divina, mentre la sua ricerca è cosa umana.

Anche per Hegel, che è tutto fuorché un relativista, la verità non è come un colpo di pistola, non è qualcosa che si acquisisce una volta per tutte, attraverso un’illuminazione come se si trattasse di una fede, quanto piuttosto un lungo processo dialettico – la verità non sta alla fine, ma è il cammino stesso verso di essa.

Fatta questa premessa, che credo abbia come conseguenza immediata l’inconciliabilità dell’atteggiamento fideistico e di quello filosofico e che ribadisce la differenza radicale tra fede e ragione, vediamone qualche conseguenza in ambito antropologico e, soprattutto, etico-politico.

Michel de Mointagne in uno dei suoi Saggi fa una vera e propria apologia dei cannibali. Intendiamoci, non che esaltasse il cannibalismo come pratica, semplicemente fa una serie di considerazioni di carattere antropologico, pur non essendo lui un antropologo, che mette nella giusta luce l’osservazione degli usi e costumi diversi e che soprattutto pone il problema della relatività tanto etica quanto conoscitiva riguardo a queste faccende. Ora – sostiene Montaigne – è del tutto inutile che si dica che le tribù brasiliane che praticano il cannibalismo siano “barbare”, “incivili”, ecc. quando: a) il cannibalismo non viene letto e correttamente contestualizzato, legandolo ai riti che hanno a che fare con il trattamento dei nemici vinti in guerra; e, soprattutto, b) quando chi lo dice, cioè il bianco europeo civilizzato, fa sbranare i suoi nemici vivi dai cani e commette nefandezze molto peggiori di quelli che lui considera “selvaggi”.
Al di là delle conseguenze paradossali ed estreme del discorso, quel che ci vuol dire Montaigne è che dobbiamo sempre ricordarci che quando giudichiamo gli altri (quando leggiamo la realtà), noi li vediamo attraverso lenti fatte da noi stessi – così come loro vedono noi attraverso i loro occhiali. Da ciò seguono due conseguenze importanti: una radicale critica dell’etnocentrismo con la rotazione del punto di vista da me all’altro, movimento che consente di mettermi in discussione; non ne segue però automaticamente l’equivalenza morale e la neutralità etico-politica, dato che è il punto di vista della ragione (questo sì, universale) a consentirmi una valutazione critica a tutto campo, sia dell’io che dell’altro – e di fatti, sembra concludere Montaigne, agli occhi della ragione risultano barbari tutti, sia gli europei sia i cosiddetti cannibali.

In filosofia tutto questo discorso non è una novità, se è vero che duemila anni prima di Montaigne, Protagora aveva dichiarato che “L’uomo è misura di tutte le cose”, legittimando nel discorso filosofico il punto di vista relativistico. Quel che Protagora vuol sostenere, non diversamente da Montaigne, è che il punto di vista dell’osservatore va sempre collocato nello spazio (luoghi e culture diverse) e nel tempo (periodi storici diversi): così come non esistono uno spazio e un tempo assoluti (diremmo noi oggi con Einstein), non esiste nemmeno un punto di vista assoluto da cui la realtà sia osservabile.
Naturalmente dal relativismo culturale ed etico possono anche sorgere paradossi a dir poco imbarazzanti: qualcuno potrebbe ad esempio pensare che, siccome “tutto è relativo”, i nazisti dal loro punto di vista avessero delle ragioni o che la pratica dell’infibulazione abbia una sua legittimità, e che quindi non possiamo o non dobbiamo giudicare di realtà esterne a noi o alla nostra collocazione spaziotemporale. In sostanza esisterebbero delle barriere insormontabili, e le diverse culture sarebbero come dei mondi separati ed incomunicanti. Se spesso alcuni di questi paradossi discendono da una caricatura del relativismo, ciò non toglie che il problema di giudicare se un comportamento sia o meno etico, giusto, legittimo, corretto si pone.

Quel che qui vorrei sostenere, è che la strada per risolvere questo problema non è quella di tornare ai fondamenti, agli universali, alla verità come dati esterni al mondo umano cui attingere per esprimere giudizi etici o giustificare azioni politiche.
Faccio un esempio: se si dovesse pensare all’esistenza di una natura umana data una volta per tutte – non importa se questa natura sia di carattere spirituale, biologico, genetico, neuroscientifico, psichico, mentale, ecc. – allora le conseguenze sarebbero piuttosto gravi. Significherebbe ammettere l’esistenza di codici e norme preordinate cui tutti gli esseri umani dovrebbero conformarsi, pena la loro “devianza”, anormalità, non rettitudine, ecc. Una sorta di “ortopedia della natura umana”. Chi poi va alla ricerca delle basi biologiche dei nostri comportamenti ha in questo una grave responsabilità. Non nego qui che noi siamo fatti anche di elementi biologici, che abbiamo caratteri animali, se vogliamo anche vegetali o minerali. Non dubito di questo. Quel che ci dovrebbe far preoccupare però è chi attraverso la biologia (o le neuroscienze) va alla ricerca di concetti quali il fondamento ultimo dei nostri comportamenti, il nocciolo duro, l’essenza, la “natura umana” appunto.
Ecco che, allora, noi possiamo anche non essere relativisti, ma io credo si debba sospettare moltissimo di chi si dichiara “antirelativista” mentre va alla ricerca di quei fondamenti (che poi a voler ben vedere usa un po’ come gli pare, in modo ideologico, spesso autocontraddicendosi platealmente). Ciò significa in ultima analisi voler fondare l’etica e la politica su valori assoluti, determinati, immodificabili, e tagliar fuori quelli che Rousseau definiva gli unici elementi utili a definire la “natura umana”, e cioè libertà e perfettibilità, quegli stessi elementi che contraddicono il concetto stesso di natura umana, proprio perché nel momento in cui la definiscono ne negano l’immodificabilità, la mettono in movimento, ne fanno un continuo divenire, un dato da superare.

Siamo allora (forse) alla vera e unica domanda fondamentale: che cos’è l’essere umano? L’unica risposta che per ora ho in mente, e che naturalmente è molto “relativa”, è che è un essere che si autocostituisce, che si autodetermina, che mentre plasma un senso a se stesso e al mondo trova questo senso insoddisfacente e va alla spasmodica ricerca del successivo, illudendosi che sia migliore del precedente e così via all’infinito. Questo non equivale a voler sostenere che nulla abbia senso e approdare così all’altra grande bestia nera, quella del “nichilismo”, che è poi l’argomento caratteristico degli antirelativisti, specie se porporati. Vuol dire semmai che in questa concezione dell’essere umano non è contemplato un punto di vista unico e universale, quanto piuttosto una pluralità di punti di vista, tutti diversi e parziali. Il problema che abbiamo di fronte, onde evitare lo scontro sanguinoso dei punti di vista, la guerra delle civiltà e dei mondi, è trovare connessioni tra queste parzialità e concepire l’universale nell’unico modo oggi possibile, e cioè non un universale che sta sopra, o sotto, o dietro di noi, ma davanti a noi, un universale plurale, non precostituito, “da costruire” come sosteneva Sartre.