Posts Tagged ‘relatività’

Settimo fuoco: entropè

mercoledì 27 aprile 2016

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Etica – estetica – scienza
tenteremo di far convergere questi filoni di pensiero e di ricerca, di riunificare cioè quel che per troppo tempo (specie dal XIX secolo in poi) è rimasto separato.

Carlo Rovelli – nelle sue brillanti Sette brevi lezioni di fisica – lo fa allusivamente.
Enzo Tiezzi – nel testo base di questa sera, Fermare il tempo – lo fa programmaticamente: tanto è vero che il sottotitolo è Un’interpretazione estetico-scientifica della natura.
[A tal proposito occorrerebbe subito perorare la causa di ben due riunificazioni urgenti:
a) quella tra due aspetti della natura, già chiaramente identificati da Galileo, ovvero quantità (proprietà primarie della materia) e qualità (secondarie, inessenziali) – la prima oggettiva, e dunque misurabile, l’altra soggettiva, e dunque poco attinente ad una conoscenza rigorosa. È un argomento affascinante, del quale ho diffusamente parlato qui, ma che ci porterebbe troppo lontano.
b) e quella – ormai vetusta ed incomprensibile – tra scienze naturali e scienze umane, tra cultura scientifica e cultura umanistica]

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La natura? Non esiste!

martedì 18 gennaio 2011

“La natura a rigore non esiste, è solo un nostro concetto” – così ha esordito qualche sera fa Renato Pettoello, docente di storia della filosofia contemporanea alla Statale di Milano (che, en passant, era stato il mio relatore di tesi), ad una conferenza in provincia sul tema “Scienza, natura, uomo nel ‘900”. Non ho potuto che dargli ragione – visto che ritengo che non solo quello di natura, ma anche quelli di realtà e di verità, siano concetti piuttosto ambigui, per non parlare della tanto sbandierata natura umana. Si tratta evidentemente di concetti-chiave filati dalla nostra mente, prodotti e sedimentati dalle teorie che si sono susseguite lungo la storia della nostra specie, volte a descrivere il qualcosa che percepiamo al di fuori della nostra mente (ma già la definizione di questo esterno è problematico, anche perché presuppone un interno piuttosto artificioso) – con il risultato di avere una “realtà” quantomai stratificata e diveniente.
Natura può essere di volta in volta tutto ciò che esiste (la physis dei greci), l’ordine necessario delle cose, le leggi che reggono la realtà, la materia, ciò che non è artificiale o culturale, il poetico cip-cip dei variopinti uccelli (ma anche la necessaria strage eterotrofa), Dio (sive natura), il mondo atomico, il mondo primordiale, il mondo della vita, il livello istintuale, la base organica, persino l’ortopedia etico-religiosa… e insieme la dissoluzione di tutti questi presunti ordini. In sostanza: la vulgata e il senso comune che evocano la natura come qualcosa di ovvio e dato una volta per tutte, certa ed evidente lì davanti a noi (o in noi), non sanno nemmeno di che parlano e non immaginano nemmeno quanto in realtà sia complesso e lontano anni luce dall’immediatezza quel concetto.
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Apologetica vegetale

domenica 20 giugno 2010

[Sommario: Il mondo vegetale – L’anima tripartita di Aristotele – Critica alla gerarchia dei viventi – L’intelligenza vegetale – Olismo – La filosofia della natura di Hegel – L’organismo vegetale – Poesia ed estetica delle piante – Sostanza spinoziana e soggetto hegeliano – Natura e alterità – La pretesa superiorità dello spirito – L’orizzontalità degli esseri – Immanenza e paesaggio]

Ho sempre avuto una grande predilezione, che rasenta l’adorazione, per il mondo vegetale. Amo il vegetale che c’è fuori di me, in tutte le sue forme, così come amo il vegetale che c’è in me – seguendo la lezione di Aristotele, che tripartisce la nostra natura assegnandone una porzione all’anima vegetativa. Mi discosto però dall’antico maestro, e da tanta parte della tradizione occidentale che a lui fa capo, per quanto concerne la concezione gerarchica degli esseri: minerali, vegetali, animali e umani (e il resto – che è un “residuo” della superbia classificatoria)  essendo semmai tutti sullo stesso piano, enti orizzontali e connessi in un’unica modalità – immanente ed eterna – dell’essere, con nessuno di essi che valga meno o più di ogni altro; le gerarchie essendo frutti (bacati) della nostra mente malata di eccesso di protagonismo; ed essendo infine noi umani semplici coprotagonisti, alla pari di tutte le altre “creature”. Né più né meno.
(Ecco perché, oltretutto, la questione della giustizia e dell’eguaglianza, oltre che essere cocente – e cogente -, ha anche un suo proprio fondamento ontologico).

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METEOPATIA: apologia semifilosofica della nebbia

domenica 7 dicembre 2008

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Il termine meteoropatia (con le varianti meteopatia, metereopatia) è costruito sulle parole greche meteoros (che sta in alto, nel cielo, elevato) e pathos/pathe. Queste ultime rivestono un significato fondamentale sia in filosofia che in psicologia: hanno a che fare col patire, col subire, con l’essere passivi, con la sofferenza. Cliccando a caso nella rete ho visto che meteopatia (e simili) è diventato un termine spesso utilizzato dalla medicina, che afferisce quindi la sfera delle malattie e delle relative cure. Io mi ritengo piuttosto meteopatico, senza per questo sentirmi ammalato – e del resto chi non lo è? A meno che non si viva chiusi in un ambiente sottovuoto e sterilizzato, si è inevitabilmente sottoposti all’effetto del “tempo”, del clima, dell’ambiente esterno. Trovo tuttavia disdicevole e fastidiosa quella che potremmo nominare con un neologismo come meteofobia corrente, che definisce “maltempo” praticamente tutto: sia che piova, sia che nevichi, se fa caldo, se fa freddo, qualsiasi cosa succede in cielo non va mai bene. O meglio, l’ideale sarebbe che ci fosse un clima asettico, senza intemperanze né sbalzi, piuttosto piatto e omologato, che consenta alla megamacchina di funzionare senza intoppi. Bastano infatti pochi centimetri di acqua o di ghiaccio, una temperatura un po’ sopra o un po’ sotto la media, che le città, le auto, il traffico, gli umani, tutto va in tilt.
Senza mettere in mezzo qui le trasformazioni climatiche in corso, trovo tutto ciò disdicevole per una ragione molto semplice, immediata, se si vuole banale, e cioè che in questo modo ci perdiamo alcuni lati meravigliosi della natura, che dovremmo invece conservare proprio in vista della sua possibile scomparsa e dissoluzione (o integrale sussunzione sotto il tallone industrial-culturale).
Tra queste sparizioni in corso ce n’è una di cui vorrei qui parlare, e della quale molto mi rammarico: la nebbia.

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