Posts Tagged ‘relazione’

Sull’insensatezza (e Bartleby)

mercoledì 6 aprile 2016

bartleby

[Mi ero fatto alcune domande a proposito dell’insensatezza, tempo fa. Ne ho ritrovato traccia in quel che segue, una bozza rimasta chiusa a lungo in uno dei tanti cassetti virtuali del blog. E ripescata in seguito al rinvenimento della metafora della “catasta del significato”. Poi, in un altro cassetto, è saltato fuori l’inizio di un commento alla lettura di Bartleby lo scrivano di Melville. Non che la relazione tra i due frammenti costituisca di per sé un antidoto all’irrelatezza quale ingrediente essenziale dell’insensatezza, anche perché apparirebbe piuttosto come giustapposizione posticcia, gioco intellettualistico di rinvii; mi piace tuttavia considerarla come l’avvio di una riflessione organica – aiutata da sei giorni di passeggiate nella mia isola – sul concetto di relazione. Senza il quale nulla avrebbe senso. E il nulla, semplicemente, dilagherebbe]

Quando diciamo che una cosa è insensata? Che cos’è la mancanza di senso? Da che cosa viene originata?
Innanzitutto credo che l’insensatezza vada distinta dall’irrazionalità o dall’illogicità. Si tratta di situazioni diverse. Una cosa può essere insensata, ma non per questo irrazionale; a tal proposito ho qualche dubbio sul fatto che esista qualcosa come l’irrazionalità. Penso anzi che non vi sia nulla di irrazionale, se per irrazionale intendiamo ciò che non ha ragioni, dunque cause precise del suo esserci. Del resto non dico nulla di nuovo, già l’aveva sostenuto Hegel con la faccenda del reale-razionale.
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Amor…

lunedì 11 novembre 2013

L'attesa_Klimt

Lasciare che sia la contingenza
di corpi e menti e spiriti che incocciano
a decidere lì per lì
– forse la cosa più bella che ci si possa attendere dalla vita
o quella più vitale che possa venire dalla bellezza
o che la vita possa aspettarsi da se stessa.
Non tanto l’esito dell’incontro
quanto l’incontro in sé, la sua pura idea
– la relazione in sé.
Non la prosa dell’accoppiamento
ma la poesia dell’attesa,
non l’atto che si consuma
ma la potenza che si strugge.
L’assenza, non la presenza.
L’amare, non l’essere amati
– quasi un amore senza s-oggetti.
L’estro dell’essere, prima che qualcosa sia.

Cattivo infinito

venerdì 1 giugno 2012

1. Al pensiero greco, in generale, ripugna il concetto di infinito. L’idea che qualcosa si reiteri o si espanda indefinitamente, che non abbia limiti o confini e che sia smisurato, fa a pugni con la ragione filosofica, con il tentativo cioè di imbrigliare l’essere e di comprenderlo. E proprio l’essere, che potrebbe intendersi kat’exochèn come infinito – non essendoci nulla di pensabile o di tangibile oltre ad esso – viene invece de-finito da Parmenide attraverso l’immagine di “una sfera perfettamente rotonda”: l’essere racchiude in sé tutte le cose, le circoscrive, non le rinvia al di là di sé, in una zona del tutto indeterminata.
(Rilevo en passant come tale discorso richiami, almeno in parte, una differenza concettuale che l’attuale astrofisica opera nei confronti dell’universo: noi non sappiamo ancora se esso sia infinito, ma sappiamo per certo che è illimitato, un po’ come la superficie di una sfera, percepita da chi la dovesse percorrere come uno spazio indeterminato e senza confini).
Già il nome greco di infinito – che ha però un’accezione profondamente diversa dal concetto corrente, soprattutto matematico, oltre che da quello medioevale e cristiano – ha una connotazione essenzialmente negativa: l’àpeiron è ciò che non ha termine, nel senso però di incompiuto, dunque di imperfetto. Sono inoltre propenso a sovrapporre questa caratterizzazione dell’infinito con quella dell’irrazionale: lo smisurato è anche ciò che non può essere determinato/pensato, ciò che non ha forma e che dunque sconfina nell’insensato.
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L’amaro calice

sabato 31 luglio 2010

Per oltre dieci anni, quasi ogni sera d’estate, ho visto questi piedi dondolare piano, all’unisono, qui sotto il mio balcone. Talvolta accavallati, talaltra sciolti, quasi sempre silenziosi; ma se ascoltavi con più attenzione, quasi  li potevi sentir sussurrare – un’intera vita l’uno accanto all’altra, migliaia di sere immote e quiete come questa, chissà quante ancora ce ne resteranno… quale piede varcherà prima dell’altro la soglia… forse è meglio non pensarci, meglio godersi questo fresco, qui ed ora, come se fosse l’ultimo alito di vento dell’universo – i piedi di due vecchi, prima che faccia notte.
Quest’estate mi è giunta la risposta, dato che ora vedo oscillare, sempre più raramente, i soli piedi di lui.

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Apologetica vegetale

domenica 20 giugno 2010

[Sommario: Il mondo vegetale – L’anima tripartita di Aristotele – Critica alla gerarchia dei viventi – L’intelligenza vegetale – Olismo – La filosofia della natura di Hegel – L’organismo vegetale – Poesia ed estetica delle piante – Sostanza spinoziana e soggetto hegeliano – Natura e alterità – La pretesa superiorità dello spirito – L’orizzontalità degli esseri – Immanenza e paesaggio]

Ho sempre avuto una grande predilezione, che rasenta l’adorazione, per il mondo vegetale. Amo il vegetale che c’è fuori di me, in tutte le sue forme, così come amo il vegetale che c’è in me – seguendo la lezione di Aristotele, che tripartisce la nostra natura assegnandone una porzione all’anima vegetativa. Mi discosto però dall’antico maestro, e da tanta parte della tradizione occidentale che a lui fa capo, per quanto concerne la concezione gerarchica degli esseri: minerali, vegetali, animali e umani (e il resto – che è un “residuo” della superbia classificatoria)  essendo semmai tutti sullo stesso piano, enti orizzontali e connessi in un’unica modalità – immanente ed eterna – dell’essere, con nessuno di essi che valga meno o più di ogni altro; le gerarchie essendo frutti (bacati) della nostra mente malata di eccesso di protagonismo; ed essendo infine noi umani semplici coprotagonisti, alla pari di tutte le altre “creature”. Né più né meno.
(Ecco perché, oltretutto, la questione della giustizia e dell’eguaglianza, oltre che essere cocente – e cogente -, ha anche un suo proprio fondamento ontologico).

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Eigentlichkeit

martedì 16 febbraio 2010

Recensisco volentieri questo breve saggio di Vito Mancuso per almeno due ragioni: la prima è che affronta molti dei temi quotidianamente discussi su questo blog; la seconda è che non potevo lasciarmi scappare l’occasione di misurarmi con il fronte teologico – per quanto si tratti di una posizione aperta e, direi, illuminata, del campo cristiano, oggi minoritaria visto lo spazio occupato dalle posizioni reazionarie ed oscurantiste del Vaticano.

La prima domanda (da far tremare i polsi) che Mancuso si fa è: che cos’è la vita? – deviata ben presto sul binario del senso (e dunque dello sguardo antropocentrico su di essa). Tanto nella tradizione teologica o biblica quanto in quella filosofica si giunge inevitabilmente a delle antinomie, poiché sia la risposta “la vita ha senso” sia la contraria “la vita non ha senso” sono entrambe fondate. L’autore fa una scelta di campo (il senso), tenendo comunque d’occhio quel che succede nell’altro campo (questo è il suo pregio principale, credo), e dialogando di continuo con tradizioni di pensiero diverse.
Mancuso sostiene che la vita umana è libera, che l’uomo può scegliere che cosa essere, se limitarsi ad essere bios o no – e questa sua libertà è manifestata proprio da quell’antinomia, dal fatto che non riesce a darsi una risposta definitiva. L’oscillazione e l’indecisione costituiscono ontologicamente la sua stessa libertà. (Rilevo en passant una considerazione controcorrente, rispetto alle posizioni vaticane più retrive, a proposito della “sacralità” della vita e della sua “indisponibilità”, che a parere di Mancuso devono valere per quella altrui, non per la propria).

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Trilogia del lato oscuro – 2. Il male

martedì 2 febbraio 2010

Nord Salento. Per oltre un  anno un tredicenne è stato sistematicamente violentato, tormentato, perseguitato, minacciato di morte da un gruppo di sei ragazzi tra i 14 e i 17 anni, un ventunenne e un adulto di 56 anni.

***

Pistoia. Le due lavoratrici dell’asilo nido picchiavano, maltrattavano, urlavano, ingozzavano, afferravano per i capelli e chiudevano negli armadi i bambini loro affidati  – che in alcuni casi avevano 8-10 mesi.

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Se volete vedere la malvagità umana in tutta la sua purezza, ingegnosità e disinvoltura, la troverete in uno shuttlebox. E’ uno strumento di tortura inventato da R. Solomon, L. Kamin, e L. Wynne, psicologi di Harvard… Io credo che  in quegli esperimenti si possa vedere un istruttivo distillato della malvagità umana.

***

Ho sempre cercato di rigettare il concetto di male, o per meglio dire la sua connotazione metafisica e sostanzialistica. Si tratti di fenomeni storici complessi come il nazismo, dei ricorrenti genocidi o delle innumerevoli guerre, oppure dell’ultimo atroce fatto di cronaca nera, come i due riportati sopra – tendo sempre a cercare spiegazioni, cause, motivi, e ad inquadrare i fenomeni entro una cornice di leggibilità e determinabilità razionale. Certo, esistono fatti nefandi, persone che commettono azioni malvagie, ma ammettere qualcosa come il male in sé, il male assoluto, mi disturba.

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Trilogia del lato oscuro – 1. L’ossessione

mercoledì 27 gennaio 2010

Io contengo moltitudini
(W. Whitman)

Ci immergeremo nelle tenebre. Con la speranza di uscirne. E il solo modo per farlo è di tenere ben dritta la barra della ragione, in quello che si annuncia come un attraversamento della parte oscura dell’umano – che non è soltanto di alcuni singoli, ma di tutta la specie, una vera e propria modalità del suo essere.
L’orrore di cui parlava Adriana Cavarero in un suo libro, dev’essere scandagliato per intero là dove si trova, sul volto agghiacciato e agghiacciante di Medusa, senza tema di scoprire un frammento di sé in quella bocca spalancata e su quegli occhi torti.
Cominceremo, oggi che è giornata di memoria, dall’ossessione identitaria, e proveremo, in poche (insufficienti) righe e mosse, a schizzarne genesi e fenomenologia. Nientemeno!

1. Ossessione per l’identità, identità ossessionata: non si vive senza identità, ma le ossessioni che (spesso) la attraversano ci portano a battere selve e sentieri oscuri. Eppure tanto l’una quanto le altre sembrano essere dei dispositivi biologici innati. L’io si forma sull’ovvio ed istintivo principio della conservazione di sé, una volta che si è nati; mentre le ossessioni sono i riflessi psicologici e sociali dell’ancestrale paura dell’alterità. Ma è proprio da questo intrico bioantropologico che provengono i problemi.

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Affabili pensieri

martedì 6 ottobre 2009

tenerezza

Di tanto in tanto, nelle mie quotidiane passeggiate là dove la cintura urbana si sfalda per diventare bosco, mi ritrovo a pensare a questo o a quello, un po’ a casaccio – non mi è chiaro se tali pensieri svolazzino attorno e finiscano per appollaiarsi sulle mie spalle o se si limitino a turbinare placidamente nel mio cervello. C’è qualche filosofo della mente che accampa in proposito teorie che potremmo definire “estensioniste”: la nostra mente non sta nel cervello e nemmeno nel corpo ma è tutt’uno con l’ambiente del quale siamo parte.

Lasciando perdere tali quisquilie, mi ritrovo anche a pensare a certe stranezze della nostra epoca: non ho ad esempio ancora ben capito quali trasformazioni sociali ed antropologiche finirà per indurre la avviluppante e labirintica e onnipresente (e spesso appiccicosa nonché soffocante) “rete” nelle nostre menti-ambiente e relazioni. Al di là di una certa dose di casualità, l’incontro con altri umani è sempre stato regolato soprattutto dai contesti sociali, urbani e produttivi: villaggi, campagne, città, mobilità, viaggi, emigrazioni, ecc. – si trattava di contorni piuttosto definiti del mondo delle relazioni possibili. Entro questi contesti giocavano poi, certo, anche gli elementi psicologici individuali. La nostra però è l’epoca “liquida” per eccellenza. Quando su un celebre social network (né più né meno che una piazza virtuale) come facebook i contatori automatici dei contatti segnano numeri come 300 o 1000 o 3000 “amici”, c’è qualcosa che mi sfugge, sia nel numero che nel termine utilizzato.

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