Posts Tagged ‘resistenza’

Il mio 25

mercoledì 25 aprile 2018

25aprile

Resistere ai rigurgiti
resistere all’inerzia
resistere allo stillicidio della speranza
resistere alla barbarie, alla ferocia, alla crudeltà
– specie a quelle piccole e insidiose, d’ogni giorno
resistere all’irresistibile “prima noi, anzi io”
resistere alle pacche sulle spalle dei Trump e dei Macron
alla normalità delle loro stupide guerre
resistere agli occhi che si girano dall’altra parte
al cervello che si chiude
alla bocca che si apre solo per sentito dire
resistere alle fobie del tempo
e al tempo che le moltiplica come pani e pesci
resistere a questa mia pulsione cinica
che mi fa dire “basta razza umana, è letale”
resistere al nichilismo, al cupio dissolvi, all’apocalisse
desistere dal sentirsi razza eletta e padrona del mondo
esistere tutti e tutte, ciascuna e ciascuno
umani animali vegetali e pietre
sul medesimo piano, non sopra non sotto
ancora resistere
un po’ desistere
per meglio esistere
il mio 25
il mio canto
d’aprile

Né né: note dal margine

mercoledì 25 novembre 2015

indexLe seguenti vogliono essere note a margine di uno scritto parecchio interessante di Pierre Rousset e François Sabado, militanti francesi dell’NPA – dunque di quel che rimane a sinistra del fronte anticapitalista; e, insieme, note dal margine, da parte cioè di chi non intende schierarsi né con i guerrafondai “buoni” e in doppiopetto, né con quelli “cattivi” con le barbe lunghe e le bandiere nere.
Oltre alla vastità dello sguardo, ho apprezzato di questo lungo articolo di Rousset e Sabado la lucidità dell’analisi – anche se naturalmente vi è un grosso deficit, non certo dovuto agli autori, per quanto concerne la prospettiva militante a sinistra. Ciò non toglie che una prassi cieca è inutile tanto quanto un’analisi puntualissima ma solo teoretica ed autoreferenziale – e sta proprio qui la scommessa, far convergere la lucidità intellettuale (la “cultura” da tutti invocata, ma solo a parole) con una ricomposizione sociale dopo decenni di devastazione neoliberista e iperconsumistica.
Detto questo, mentre rinvio per completezza all’articolo, vorrei al contempo sottolineare gli aspetti urgenti ed essenziali che vi ho colto:

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La mesta Leningrado palestinese

lunedì 19 ottobre 2015

(pensato poco prima, scritto poco dopo, l’ascolto dal vivo della Settima Sinfonia – la Leningrado – di Šostakovič)

Ressov-Lev-Alexandrovich-Leningrad-Symphony-Conductor-Yevgeny-Mravinsky-7port42bwGli accoltellatori palestinesi – figli della pace abortita di Oslo – sono l’ultima disperata espressione della sacrosanta lotta palestinese per l’emancipazione. Accoltellare – recidere con un taglio netto un legame imposto – il colono – occupante di terre non sue, fin nel nome – è assimilabile all’antico diritto di tirannicidio. La violenza non è quella dell’insorgente palestinese, che lotta per la vita con le armi di cui dispone (le pietre, i coltelli, le mani nude, il proprio corpo) – ma dell’occupante israeliano, che nei decenni si è divorato la terra brano a brano, bevuto le sorgenti e le fonti d’acqua, ha imposto le colonie e sminuzzato lo spazio vitale palestinese.
[Non a caso uso il termine terribile – e nazista – Lebensraum: gli ebrei-israeliani – cittadini di serie A – dovrebbero aborrire quella logica che a suo tempo aveva annichilito i propri correligionari tra gli anni ’30 e ’40. Mentre invece il loro stato, di fatto etnico-suprematista, l’ha interamente adottata e abbracciata].
Oltretutto gli accoltellatori di questi giorni – “terroristi” secondo l’occhio dell’occupante israeliano – vengono giustiziati e finiti in strada, con le stesse modalità con cui spesso i nazisti finivano – con un colpo alla nuca – gli internati nei campi. Ma – si dirà – quelli erano inermi, questi sono violenti assassini!
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Ho un problema

giovedì 25 aprile 2013

25aprile

Ho un problema –
(e non vorrei averne in un giorno come questo, che è l’unico dell’anno, insieme al primo maggio, che sul mio calendario è segnato in rosso, rosso sangue per la precisione).
Ho un problema –
con lo stato e con le istituzioni nate dalla Resistenza (ovviamente il problema non ce l’ho con la Resistenza).
Ho un problema con i partiti che derivano da quelli che la Resistenza l’hanno fatta (mentre con gli altri, quelli che non, non ho nessun problema, il problema semmai ce l’hanno loro).
Ho un problema con il capo dello stato.
Ho un problema con il parlamento.
Ho un problema con la magistratura.
Avrò un problema con il governo, chiunque sarà a presiederlo.
Ho un grossissimo problema con quel che rimane della sinistra.
Ho un problema con questa repubblica. E con tutti gli adulti e vaccinati che la popolano (mentre non ho nessun problema con i loro bambini, ma ce l’avrò a breve, immagino).
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Dall’Appennino alle Alpi – tra linee gotiche, cammini e sorgiva bellezza

lunedì 7 giugno 2010

“Niente è più bello che passeggiare
contemplando gli alberi o guardando lievemente,
senza preoccupazioni, dentro se stessi”.

(Pietro Citati)

Prologo. “Il concetto di sintesi in Kant e in Hegel” – questo era il titolo del capitolo con cui Cassirer apriva la parte della sua celebre Storia della filosofia moderna dedicata a Hegel, e che tanto aveva colpito un mio compagno di università, tale Paolo Spada, il quale aveva occhi nordici e glaciali, di rara e però cupa intelligenza. Ma non intendo ora parlare di lui, né tantomeno di Kant o di Hegel. La sintesi di cui qui mi servirò è quanto di più lontano dall’organicità dell’io penso o dello spirito si possa immaginare. E’ semmai syn-thesis biografica, connessione ultrasoggettiva di membra sparse dell’esperire singolare (dell’io-io, non dell’io-noi) con cui tendiamo in genere a conferire senso a relazioni che di per sé non ne hanno. Ma basta con il cappello, passiamo ora all’oggetto.

***

Mi son trovato nell’arco di una settimana a passeggiare lungo l’Appennino emiliano prima, tra incantevoli paesaggi alpini subito dopo. La bellezza e il cammino – prima relazione. Pensare e camminare – la seconda.
Tempo fa Pietro Citati sul quotidiano La Repubblica lamentava come negli ultimi anni sia calata del 50-60% l’abitudine degli italiani (in buona compagnia di europei e americani) alla passeggiata quotidiana, o al passeggiare comunque. Poiché tendo ad associare il camminare con l’attitudine al pensare/rimuginare – o meglio: all’atto di liberare il pensiero, per poi distenderlo, rilassarlo ed amplificarlo (in relazione al paesaggio e al ritmo visivo) – spero ardentemente di non doverne dedurre che l’attività riflessiva sia calata della medesima percentuale (naturalmente tutto ciò non ha alcuna base logica, visto che resta comunque da dimostrare che il passeggiare abbia sempre a che fare con il pensiero). (more…)

Il 25 aprile, il 1° maggio, la mia “vacatio”, un ragazzino spinozista e un eroe antifascista

venerdì 24 aprile 2009

partigianiNon credo che avrò occasione di accedere al blog in questo periodo, ma so di lasciarlo in buone mani. Spero, anzi sono sicuro, che si continuerà a discutere dei temi che ci sono cari, anche senza di me. Io ho proprio bisogno di una “vacanza ” – nel senso del vacuum, cioè dello svuotamento, dell’essere sgombro, libero, vacante e senza padrone (nemmeno di me stesso): animus vacuus ac solutus, animo libero e sgombro da ogni altro pensiero, come dice Cicerone.

Ora non so bene se quelle date significhino ancora qualcosa in questo paese fagocitato da un’impressionante ondata di conformismo (stando per lo meno a quel che appare). E’ la dittatura della maggioranza, si dirà, più che di Berlusconi. O, per usare il linguaggio di John Stuart Mill, a farla da padroni sono  il “predominio della mediocrità” e il “dispotismo della consuetudine”. Intanto a Milano vengono spaccate le teste dei richiedenti asilo; a Lampedusa si staglia sempre più alto il vergognoso muro della fortezza-Europa; da Roma a Varese imperversa la passione per il sangue, meglio se fatto schizzare tramite lame e picconi, in una strana recrudescenza di antichi costumi rusticani; il povero Abruzzo semidistrutto rischia di diventare l’ombelico militarizzato del mondo; i fascisti e i razzisti stanno al governo e vorrebbero ingoiarsi anche il 25 aprile per poi cagare un’Italia nuova di zecca… e tutto ciò accade mentre le opposizioni si sono squagliate come neve al sole, e un po’ anch’io, visto che me ne andrò “vacante” in giro a zonzo per l’Italia per una settimana, in Sicilia, poi nelle Marche, poi a Roma, un po’ qua un po’ là. Magari mi ci perdo e non torno più, in questo paese che non mi appartiene, cui non appartengo. Alieni entrambi, l’uno all’altro.

Questi erano (e in buona parte sono) i pensieri e la “tonalità emotiva” di questi giorni. L’umore di questa mattina. Ma poi succede che…

…a un dibattito che ho avuto la fortuna di condurre in una scuola, un ragazzino di 10 anni alza il ditino e dice forte e chiaro: “il potere vuole che i sudditi siano tristi, che abbiano paura e che non siano felici” – e una ragazzina parla di autonomia delle idee e di libertà, poi molti altri a ruota libera alzano la mano per dire cose altrettanto stupefacenti;

…e poi apri la posta elettronica e leggi la mail di un amico che ti racconta del nonno eroe antifascista di cui nulla sapevi fino a quel momento;

…beh allora – ti dici – forse non tutto è perduto.

E se qualcuno vuole leggere in poche righe la storia di Francesco Dosio, il nonno del mio amico Andrea, eccola qua:

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2, 253, 3923, 100.000: i numeri, la ragione e la barbarie

lunedì 9 febbraio 2009

el_sueno_de_la_razon_produce_monstruos

Avrei voluto “festeggiare” con gli amici e le amiche della Botte i 2 anni di attività  (il prossimo 19 febbraio) e le 100.000 visite al blog (ieri) – con 253 post pubblicati e quasi 4000 commenti, giusto per completare i resoconti quantitativi.

Avrei voluto, ma mi pare che non ci sia nulla da festeggiare, specie in questi infausti giorni.

Questo blog aveva fin dalla sua nascita l’obiettivo dichiarato di praticare la filosofia non solo ai fini della interpretazione e della comprensione del  mondo, ma anche, se non soprattutto, in vista di una sua trasformazione – tanto per citare il buon vecchio barbone di Treviri.

Credo che la filosofia non se ne debba stare rinchiusa nelle accademie, nei libri o nei monasteri del pensiero, ma anzi debba farsi corpo e sangue del vivere sociale, “stile di vita”, presidio della ragione entro la quotidianità. Non saprei che farmene di un sapere filosofico che – come l’hegeliana nottola di Minerva – dovesse limitarsi a spiccare il volo a sera, quando ormai tutto è accaduto. Sarebbe un volo triste, consolatorio e, tutto sommato, inutile.

Un presidio – dicevo – ancor più prezioso oggi, in un paese dove (per caso) ci troviamo a vivere, che vede una pericolosa avanzata della barbarie, con il suo convergente premere dal basso (razzismo e xenofobia, violenza, egoismo, cinismo, qualunquismo complice) e dall’alto. C’è una classe politica al potere, e nella fattispecie un governo, che ritengo una pericolosa fucina dei peggiori mostri dell’anti-ragione – gli atti di questi giorni contro le nude vite degli immigrati, con quella intollerabile crudeltà che ne vorrebbe fare dei paria sociali (le ronde, la delazione dei medici, la quotidiana caccia al clandestino); il colpo di mano “biopolitico” contro la libertà e l’autodeterminazione dei corpi e dei soggetti, con quell’uso cinico, per non dire sadico, del corpo sospeso tra la vita e la morte di Eluana Englaro, in tutto il suo significato necrofilo e totalitario; lo svuotamento progressivo dei principi costituzionali – sono, questi, gli atti estremi di un processo autoritario in corso che, con l’aggravarsi della crisi economica provocata dal sistema neoliberista, potrebbe avere uno sbocco neofascista. Se ne vedono già alcuni tratti e ingredienti: l’autoritarismo demagogico, l’ossessione securitaria, un’inedita alleanza (o servitù) teocratico-clericale, l’uso sistematico della paura, una riedizione del nazionalismo populista. Mi paiono questi gli orribili pilastri su cui si vorrebbe edificare la nuova struttura politico-giuridica sulle ceneri della Costituzione repubblicana. Se questo non è neofascismo, gli si trovi pure un altro nome, la sostanza non cambia. E del resto è già accaduto, può accadere di nuovo – e a mio parere sta accadendo.

Questo blog – insieme a molte altre voci libere e critiche della rete – è una goccia che vuole contribuire a costruire una qualche forma di resistenza a questa deriva. Ma non servirà a nulla se non concorrerà, nel contempo e nel suo piccolo, a rifondare un nuovo movimento etico, politico e culturale che dia – in prospettiva – uno sbocco alternativo alla crisi. Ne va della libertà di noi tutti e tutte.

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Chi poi volesse, in conclusione, giusto per smorzare i toni e rilassarsi, può continuare a leggere qui sotto il resoconto più dettagliato dell’attività della Botte:

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PER NIZAR

domenica 4 gennaio 2009

42-16081466

Nel luglio del 1991 mi recai con l’associazione italiana Al-Ard in Palestina. Fu un viaggio “schierato” e di parte, che aveva lo scopo di solidarizzare con la causa palestinese. Al-Ard (che in arabo significa “la terra”), oltre che sostenere con iniziative politico-culturali  la causa palestinese, finanziava alcuni progetti di sviluppo economico nei territori occupati – ne ricordo uno in particolare dalle parti di Gerico, riguardante una cooperativa di donne che produceva  succhi di frutta. Il viaggio durò 15 giorni, io dovetti ripartire prima e non potei recarmi a Gaza, limitandomi così alla Cisgiordania.
Era un periodo piuttosto cupo: era terminata da poco la prima guerra del Golfo e Arafat aveva commesso l’errore strategico (ma inevitabile) di schierarsi con Saddam Hussein. La prima intifada, scoppiata alla fine del 1987, era stata repressa nel sangue. Hamas si era appena costituita, e si diceva che venisse segretamente sostenuta da Israele in funzione anti-Olp.
Fu quindi un viaggio per me indimenticabile e però, nel contempo, dolorosissimo. Quelli che seguono sono gli appunti che presi in quei dieci giorni, risistemati in forma diaristico-poetico-filosofica nel corso della stessa estate. Devo avvertire preliminarmente che sono condizionati dal mio stile un po’ ampolloso di allora, specie a causa del linguaggio “scolastico-hegeliano” (era l’epoca in cui studiavo forsennatamente Hegel). Ma nonostante questo vizio di forma, a distanza di quasi vent’anni, li ho trovati ancora interessanti. Certo, avevo forse immaginato allora che “vent’anni dopo” la guerra sarebbe finita, lo stato palestinese – accanto a quello israeliano – sarebbe sorto, una nuova epoca sarebbe senz’altro venuta. Era, evidentemente, un sogno molto, molto prematuro.

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